Roma, 10 mar – Dal 19 marzo al 13 luglio sarà allestita al Grand Palais di Parigi una mostra dedicata ad Ottaviano Augusto, dal titolo «Moi, Auguste, empereur de Rome». L’evento si inserisce più precisamente nelle celebrazioni del bimillenario della morte dell’imperatore romano (14 d.C.), dopo che una grandiosa esposizione presso le Scuderie del Quirinale ha di recente chiuso i battenti. Al Grand Palais verrà dunque messa in scena la sfolgorante vita di colui che è stato definito il creatore dell’Impero, attraverso statue, rilievi scultorei, affreschi e tanto altro. Per l’occasione la sede parigina della mostra potrà fare affidamento anche su alcuni «prestiti» dei musei che custodiscono le più grandi rappresentazioni artistiche del «principe» di Roma.

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Si tratta di un evento che, peraltro, potrà finalmente far conoscere meglio ai francesi l’affascinante figura di Augusto. In effetti il rapporto dei nostri cugini d’Oltralpe con l’erede di Cesare è sempre stato tormentato se non addirittura ostile. Tant’è che la storiografia francese non ha prodotto nel XX secolo monografie di rilievo sull’imperatore. Pur facendo eccezione delle opere di Jean-Pierre Néraudau (1996) e di Pierre Cosme (2005), in effetti l’attenzione degli accademici transalpini per Augusto è stata assai scarsa. Di qui la pubblicazione dell’ottimo volume curato da Frédéric Hurlet e Bernard Mineo (2009) che ha riaperto il dibattito accademico in Francia sul primo princeps romano.

La relazione problematica dei francesi con Augusto risiede in una serie articolata di fattori che contraddistingue da sempre figure del calibro di Ottaviano. Perché Augusto, come pochi altri, non appartiene solo al suo tempo, ma a tutta la storia europea, essendone stato uno dei fondatori. Per questo motivo in molti hanno proiettato sulla sua figura esemplare le inquietudini della propria epoca. Pensiamo solo a Sir Ronald Syme (1903-1989) che scrisse il suo capolavoro The Roman Revolution nel 1939, ossia – secondo le parole di Arnaldo Momigliano – «quando ormai la guerra era stata dichiarata e le notti si facevano sempre più lunghe su Oxford immersa nella oscurità. Il libro afferrava il lettore, stabiliva un rapporto immediato tra l’antica marcia su Roma e la nuova, fra la conquista del potere di Augusto e il colpo di stato di Mussolini, e forse quello di Hitler». La formula di Syme sulla cosiddetta «prima marcia su Roma» è stata quindi rievocata recentemente da Luciano Canfora (2009), nel tentativo di criticare il giudizio spesso positivo della storiografia moderna riguardo all’imperatore romano, accostandolo di fatto a Mussolini: un Augusto in camicia nera, insomma.

Ma anche nella tradizione antichistica tedesca Augusto non ha mancato di stimolare la fantasia degli studiosi. Una tradizione scientifica, quella germanica, ben più attenta di quella francese all’erede di Cesare e che, infatti, ha prodotto opere di assoluto valore, tra cui le biografie di Jochen Bleicken (1998) e di Dietmar Kienast (1982; 4ª ed. 2009) così come il fondamentale volume di Paul Zanker dal titolo Augusto e il potere delle immagini (1987). Anche qui, si diceva, la figura di Augusto è spesso stata riattualizzata, prima facendone un Führer ante litteram, e poi con l’identificazione della pax Augusta con la pax Americana, la quale aveva posto fine alle tragedie del secondo conflitto mondiale.

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Facciata del Palazzo delle Esposizioni (Roma) in occasione della Mostra Augustea della Romanità (1937-1938)

Il parallelismo tra Augusto e Mussolini, d’altronde, aveva proprio in Francia già agitato lo storico Jean Gagé, editore delle Res gestae Divi Augusti (1935), ossia il rendiconto che lo stesso imperatore fece delle sue imprese, trasformandosi così in un vero e proprio testamento politico. Si tratta di quella che uno studioso del rango di Theodor Mommsen (1817-1903) definì la «regina delle iscrizioni» antiche, una bella riproduzione della quale è oggi esposta a Roma all’Ara Pacis a seguito dei lavori condotti negli anni Trenta. Un parallelismo che il Duce del fascismo non mancò a sua volta di alimentare nel 1938, in occasione del bimillenario della nascita di Augusto, grazie alla sontuosa Mostra Augustea della Romanità, allestita sotto la direzione del famoso archeologo Giulio Quirino Giglioli nel magnifico Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale a Roma. Oggi il materiale della mostra è confluito nel Museo della Civiltà romana con sede all’Eur.

L’identificazione Mussolini-Augusto, più in particolare, era ambivalente. Innanzitutto risiedeva nell’immagine, affrescata con maestria da Mario Attilio Levi, dell’«Ottaviano capoparte» (1933), ossia del giovane «rivoluzionario» che marcia su Roma. Ma anche e soprattutto nella figura di Augusto come «architetto dell’Impero romano», formulata da Thomas Rice Holmes nel 1928. Se infatti nei mesi della campagna etiopica la propaganda fascista aveva insistito più sul Cesare conquistatore, dopo «la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma» si imponeva ora la rappresentazione di Mussolini come «architetto» del Regime fascista e della civiltà del lavoro. Un’assimilazione che, per quanto storicamente problematica, aveva comunque più ragion d’essere di quella istituita da Guglielmo Ferrero (1871-1942) nella sua famosa opera Grandezza e decadenza di Roma (1906-1907). Qui infatti si lodava il lavoro oscuro e paziente di Augusto in antitesi con quello più appariscente e risonante di Cesare, identificandolo implicitamente con Giolitti: paragone improbabilissimo che nobilitava oltremodo il vecchio statista italiano.

In Francia, al contrario, l’attenzione è sempre stata più viva nei riguardi di Cesare a scapito di Augusto, sin dai tempi del bonapartismo. Napoleone, di fatti, si identificò con il Divo Giulio sia per quanto riguardava la sua fama di generale sia per il suo rapporto privilegiato con il popolo. Una scelta forse anche obbligata, visto che gli ideali giacobini che animavano la Francia di allora mal si conciliavano con il potere di Augusto, che negli ambienti transalpini veniva confuso tout court con il suo modello istituzionale, peraltro acriticamente bollato come tirannico e contrario alla Repubblica. Cesare, al contrario, poteva essere interpretato come il dittatore «rivoluzionario» e «popolare» in guerra con l’oligarchia senatoria parassitaria e latifondista, i cui privilegi apparivano simili al retaggio feudale delle classi agiate dell’ancien régime. In proposito si potrebbe rimanere colpiti dalla fortuna di cui ha goduto Cesare in Francia, che a suo tempo ne era stato il conquistatore. Ma anche qui la questione è più complessa degli schemi ideologici. Resta il fatto che la «vita postuma» dell’erede dei Giuli oltre le Alpi è stata evidentemente ambigua. Da una parte, infatti, essa subiva la celebrazione giacobina del Bruto tirannicida, la glorificazione di Vercingetorìge assurto a eroe nazionale e, in ultimo, la diffusissima saga nazionalpopolare di Asterix. Ma, dall’altra parte, il vincitore delle Gallie veniva altresì rivalutato per enfatizzare le origini latine della Francia in aperta contrapposizione al nemico germanico.

Mussolini's_Museo_della_Civilta_RomanaIn ogni caso, nonostante i lavori del già citato Gagé, di Pierre GrenadeJean Béranger e di Claude Nicolet, la figura di Augusto è sempre rimasta nell’ombra, non potendo godere di biografie comparabili a capolavori come quello che Jérôme Carcopino dedicò a Cesare (1936). Se si fa eccezione di un breve periodo in cui Augusto fu timidamente identificato con l’energico Charles de Gaulle, proprio nel momento in cui sorgeva la Quinta Repubblica francese (1958), si può infatti ben dire che il primo imperatore di Roma è rimasto un illustre sconosciuto agli occhi del grande pubblico d’Oltralpe. Forse, grazie a questa grandiosa esposizione parigina al Grand Palais, Augusto riuscirà finalmente a conquistare l’antica Gallia, come prima di lui fece il suo padre adottivo. Quell’Augusto che, oltre a dare forma pressoché definitiva a un impero che durò secoli, donò al mondo Mecenate, Orazio e Virgilio. Augusto, insomma, come padre dell’Europa e unificatore del Mediterraneo, edificatore di città (a Roma «trovò un’Urbe fatta di mattoni e la restituì di marmo») e benefattore di poeti che seppero parlare alle genti. Perché la missione di Roma imperiale è sempre la stessa: parcere subiectis et debellare superbos, secondo il famoso verso virgiliano. E proprio perché la missione di un vero impero, come scrisse Berto Ricci, «non è quella di contrapporsi ai barbari, ma di farli cittadini». Quell’impero, insomma, che può ancora rappresentare il mito dell’Europa di domani.

Valerio Benedetti

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