BlackRockRoma, 24 feb – Che settimana! Il capo scout Matteo Renzi con i suoi Lupi e lupetti forma il suo primo esecutivo. Poi, un coloratissimo colpetto di stato in Ucraina. E, infine, il Festival di Sanremo in cui oltre alle canzoni ci siamo sorbiti qualche democraticissimo sermone. In questo contesto, però, è passata in secondo piano una notizia importante. Venerdì 21 febbraio qualcosa cambia nell’azionariato della Banca Intesa Sanpaolo. Cerchiamo di vederci chiaro.

Lancio di agenzia Reuters ore 11: “BlackRock detiene il 5% circa di Intesa Sanpaolo a titolo di gestione del risparmio. È quanto si legge sul sito web di Intesa Sanpaolo.Con la quota del 5,004% il fondo Usa risulta essere il secondo azionista della banca dopo la Compagnia Sanpaolo (9,713%), con una partecipazione appena superiore a quella della Fondazione Cariplo (4,946%). In precedenza BlackRock aveva una quota inferiore al 2%”. Poi non dimentichiamoci del fatto che il suddetto fondo americano è presente in Telecom Italia (5,1%), oltre che in altre aziende strategiche del Bel Paese. Qualcuno potrà dire: è la globalizzazione bellezza. Ma, dopo aver messo mano su Telecom pochi mesi fa, ora puntano in alto. E già, a titolo di cronaca, Intesa Sanpaolo con il trenta per cento di azioni è il primo azionista di Banca d’Italia S.p.A. Tutto ciò può passare inosservato? Tre sono i nodi da sciogliere prima di rispondere al quesito: il modus operandi di un fondo d‘investimento come BlackRock, l’influenza sull’economia italiana di Intesa Sanpaolo, e infine l’azionariato di Banca d’Italia. Andiamo con ordine.

La BlackRock è la seconda società finanziaria statunitense specializzata nei settori di private equity. Per capire quanto il private equity sia influente nell’economia globale basta qualche dato. I primi 20 fondi di private equity del mondo controllano aziende che impiegano, sommandole, più di 4 milioni di lavoratori. I primi 5 fondi, controllano aziende che impiegano oltre 2 milioni di persone. Ma, per essere sbrigativi, come fanno tutti questi soldi? La caratteristica fondamentale di questi operatori è che, di solito, acquisiscono le partecipazioni nelle aziende con l’obiettivo di rivenderle entro tre – cinque anni. Ma chi li finanzia? In genere gli investitori istituzionali, che versano cifre variabili tra 10 e 40 milioni di euro ai fondi di private equity internazionali. Ma gli investitori istituzionali, a loro volta, non fanno che girare ai fondi chiusi i quattrini che hanno in gestione. Per esempio, i fondi pensione e gli investitori istituzionali all’estero, in media, investono fino al 5 per cento del loro patrimonio in private equity. Per farla breve, comprano con soldi non loro e incassano il bottino dopo qualche annetto.

Torniamo ora a casa nostra. Per capire il peso di Intesa basta intanto ricordarsi che è un investitore molto attivo sul mercato. Le nuove Ferrovie di Montezemolo con il 20%, Alitalia, RCS (i padroni del Corrierone nazionale), Banca Generali. Ma le banche perché non tornano a fare il loro mestiere, cioè trattenere i depositi e concedere prestiti? Chi controlla questi signori? Elementare Watson: la Banca d’Italia, cioè loro stessi. Quanto meno quelli più forti.

Le quote della nostra Banca Centrale sono divise nel modo seguente: Intesa Sanpaolo 30%, Unicredit 22%, Assicurazioni Generali e Cassa di Risparmio in Bologna appaiate al 6%, l’Inps 5%, BNL quasi 3%, MPS 2.5%. Questo conflitto d’interessi non lo vede nessuno. Intanto, giace moritura la Legge che dal 2005 obbliga questi azionisti a restituire a Via Nazionale le loro quote. E allora non lamentiamoci. Perché se le Banca domina chi le ha consegnato le chiavi del Caveau è la politica. E nella cassaforte oggi ci mettono le mani pure gli americani. Quindi, anche chi non è correntista di Banca Intesa da venerdì può fa’ l’americano anche se è nato in Italy.

Salvatore Recupero

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