Dinamo-MarinettiRoma, 26 feb – Un servizio di piatti in 12 pezzi, di cui uno decorato con una grossa “F” e la scritta “Fascismo Futurismo” mentre su un altro compare il motto: “Duce Duce Duce”. Chi, fino al 1 settembre, si recherà presso il Guggenheim Museum di New York a visitare la mostra “Italian Futurism, 1909–1944: Reconstructing the Universe” potrà imbattersi anche in queste opere realizzate dal pittore futurista Giovanni Acquaviva nel 1939. Un piccolo omaggio a una grande alleanza culturale e politica – quella fra fascismo e futurismo – che pure in questi giorni, presentando l’evento, più d’uno ha cercato di sminuire.

Repubblica, per esempio, ha intervistato lo storico dell’arte Enrico Crispolti per farsi dire un po’ di banalità assortite, come la elementare constatazione per cui “il Futurismo, nato nel 1909, precede il fascismo di dieci anni esatti”. Per Crispolti, quella fra fascismo e futurismo “fu una relazione altalenante, che nacque nel 1919, si ruppe nel ’21 per poi riprendere nel ’24. Ma quello dei futuristi verso il fascismo fu soprattutto un rapporto nostalgico” in quanto “i futuristi avevano nostalgia del fascismo ‘rivoluzionario’ del 1919, il ‘diciannovismo’, che, almeno in parte, sembrava voler realizzare il loro programma politico, ma non erano interessati a quello di regime. Anzi, il Futurismo venne emarginato dalle mostre ufficiali del tempo”. Bontà sua, lo studioso ammette che “i futuristi non erano certo dei partigiani, ma rappresentavano, in qualche modo, un’alternativa extraparlamentare”.

Siamo ancora al dogma di Bobbio per cui non è mai esistita cultura fascista: se fu cultura non fu fascista e se fu fascista non fu cultura.

C’è ovviamente del vero in alcune affermazioni: il futurismo non fu “arte di regime” ma proprio perché, a differenza del nazionalsocialismo, il fascismo non volle imporre uno stile ufficiale all’arte, favorendo anzi il dibattito e la concorrenza fra le varie scuole, come esplicitamente chiarito nel famoso dibattito sull’arte lanciato nel 1926 da Critica Fascista. Quanto, in generale, il futurismo abbia influenzato lo stile dell’epoca è comunque noto, tanto nelle espressioni ufficiali che in quelle magari pubblicitarie, per esempio, senza bisogno di doverci tornare sopra.

La biografia di Marinetti, del resto, parla chiara. Nel suo Squadristi, Mimmo Franzinelli colloca il fondatore del futurismo tout court fra i membri delle squadre d’azione, ricordando la contestazione a Bissolati organizzata assieme a Mussolini, la sua presenza a piazza San Sepolcro e nel comitato centrale dei fasci, la sua partecipazione all’assalto fascista al corteo socialista di Milano, alla distruzione de L’Avanti!, all’attacco insieme a Vecchi di un corteo di cattolici, i cui stendardi vengono gettati nel Naviglio. Candidato nella lista fascista alle elezioni del 1919, fu secondo solo a Mussolini per numero di preferenze. Dopo la rottura del 1920, si riavvicinò al fascismo nel 1924. Nel 1929 venne nominato Accademico d’Italia. Partecipò inoltre come volontario alla guerra di Etiopia (1936) e, a sessantasei anni, alla spedizione dell’Armir in Russia. Il suo ultimo testo, scritto poco prima di morire, fu Quarto d’ora di poesia della X Mas. Volle essere sepolto in camicia nera.

In generale resta l’impressione che l’essenza del problema sfugga completamente, a differenza di quanto non accadeva, ancora sotto il fascismo, a un Benedetto Croce, che sulle pagine de La Critica spiegò: “Veramente per chi abbia senso delle connessioni storiche, l’origine ideale del fascismo si ritrova nel futurismo: in quella risolutezza a scendere in piazza, a imporre il proprio sentire, a turare la bocca ai dissidenti, a non temere tumulti e parapiglia, in quella sete del nuovo, in quell’ardore a rompere ogni tradizione, in quella esaltazione della giovinezza, che fu propria del futurismo”.

Ecco: il “senso delle connessioni storiche”. È questo che manca. Perché non serve sapere quante volte Mussolini e Marinetti hanno litigato (poche, comunque) né quanti futuristi italiani sono diventati antifascisti (quasi nessuno, comunque). Esiste una parentela storica, politica e culturale che è innegabile e che passa al di sopra delle contingenze e che anzi può addirittura essere la causa stessa delle eventuali rotture (si litiga più fra amanti che fra amici e più fra amici che fra conoscenti).

Anche quando Marinetti e Mussolini sono più lontani, la tensione nasce dal rimprovero ai fascisti di essere troppo poco radicali, troppo poco spregiudicati, troppo poco aggressivi. Marinetti sognava un fascismo perennemente immerso nell’effervescenza squadrista, che bastonasse, metaforicamente e non solo, tutti i residui dell’italietta giolittiana. Indipendentemente dal fatto che queste aspirazioni fossero davvero traducibili in politica o meno, di sicuro quello che voleva Marinetti era un fascismo più, e non meno, fascista. In questo fascismo futurista, la sede di un giornale come Repubblica sarebbe stata vista come un semplice avamposto nemico da profanare con goliardica spietatezza, in una pioggia di ritagli inceneriti e canti di guerra…

Giorgio Nigra

 

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