caniRoma, 15 ott – Due anni fa, quando sulle bacheche facebook spopolavano video e canzoni dei brani del “Sorprendente album d’esordio dei Cani” non tutti si sarebbero aspettati di averne sentito nuovamente parlare; si poteva benissimo trattare di un fenomeno passeggero come ce ne sono tanti, canzoni che fanno le loro migliaia di visualizzazioni sui canali youtube per poi tornare nel dimenticatoio da cui sono venute.

Invece i Cani ci hanno sorpreso pochi giorni fa, distribuendo fuori al concerto degli Editors all’alcatraz un volantino che rimandava ad un link youtube senza scrivere niente di più specifico. Aprendo questo link potremo ascoltare il nuovo singolo della band romana, “Non c’è niente di twee”; ed’è proprio di questi giorni la notizia che è possibile pre-ordinare su iTunes il loro nuovo album, “Glamour”. Nessun video particolarmente curato come ci avevano abituato in precedenza seppur terribilmente “lo-fi”, bensì la sola schermata della prima versione di Cubase (datata 1989) che scorre con l’avanzare della canzone. Tutto sempre con l’ottica di essere più minimalisti e vintage possibile.

“Non c’è niente di twee”, non c’è mai stato niente di dolce tra noi. Twee è una storpiatura del termine inglese “sweet” che significa dolce ed indica, in ambito musicale, una branca dell’indie pop simile al bubblegum pop. Oltre ad avere un riferimento così di nicchia, un ritorno al passato si può notare con un tributo testuale ai New Order. Insomma, operazione di marketing riuscita. Volantinaggio misterioso, video youtube minimale e riferimenti nella canzone così terribilmente vintage e di nicchia: gli ingredienti per piacere al pubblico indie ed hipster italiano ci stanno tutti e le visualizzazioni su youtube superano le 20.000 in pochi giorni. Sicuramente possiamo affermare che il gruppo si è ormai confermato con un proprio stile ed una propria integrità ed è possibile riconoscere un loro brano anche senza averlo mai sentito prima; oggi è una qualità che va sicuramente apprezzata, non fosse altro perché è sempre più rara. Ma indipendentemente dalle valutazioni musicali sull’argomento una cosa è certa: i Cani rappresentano oggi una delle poche realtà italiane che riescono ad ottenere un discreto successo nei club.

Siamo sicuri che il motivo sia solo esclusivamente per la qualità delle loro canzoni? Probabilmente no, sono passati da un po’ i tempi in cui era la sola musica a determinare la qualità ed il successo di un prodotto. I Cani sono probabilmente l’emblema ed il simbolo di tutta una serie di tendenze nemmeno troppo ricollegabili ad una sottocultura ben precisa. Indie? Hipster? Post Punk?

In realtà oggi, nel 2013, sembra che le mille etichette dai nomi più strani siano quasi più importanti come ingredienti per il successo di un prodotto, che sia musicale o meno. Il ritorno al passato, che si tratti di una schermata di Cubase datata 1989 o di un abito vintage, è spesso fine a sé stesso magari perché questo passato spesso non è nemmeno conosciuto. Ed è così che tornano gli abiti punk 77, da indossare esclusivamente il sabato sera perché essere “fedeli alla linea” sette giorni a settimana è probabilmente una scelta troppo radicale ed da tenere. Le tendenze estreme del passato vengono prese e scimmiottate. Tutto ciò che è di nicchia è un po’ l’Elephant Man di Lynch dei giorni nostri, un mostro con cui l’alta borghesia trova giusto rapportarsi, pur avendone paura e temendo di instaurare un vero e proprio rapporto con lui, semplicemente per rendere più interessante la propria immagine nei confronti di chi vede lo spettacolo dall’esterno. E’ così che tornano di moda le produzioni lo-fi, mascherando determinate scelte stilistiche come scelta volontaria piuttosto come incapacità di creare prodotti di alta qualità.

Si tratta del vintage per il vintage, un continuo guardare indietro fine a sé stesso, il mondo delle vie di mezzo. La volpe e l’uva dei giorni nostri. Eppure tutto questo inspiegabilmente funziona ed i Cani sono l’emblema di questo insieme di tendenze. Rappresentano in tutto e per tutto, nei testi e nella musica, il pubblico che li ascolta e che ormai spopola in ogni angolo della capitale; i riferimenti a tumblr, alle reflex digitali, le polaroid, le velleità e le paranoie di una generazione tanto annoiata quanto disinteressata a ciò che succede nel mondo e che ritiene più importanti gli aperitivi radical chic a monti degustando del buon vino leggendo un libro di qualche autore sconosciuto piuttosto che le sorti di una nazione che va a rotoli. I cani descrivono tutto questo e lo fanno talvolta anche con sottile autoironia quando nel loro ultimo singolo dicono “Non c’è stato mai niente di Twee fra di noi, io sapevo soltanto che eri la reginetta di Tumblr reginetta di quattro poveri stronzi”.

Ma in fondo, non sono proprio le reginette di tumblr ad uscire pazze per i cani? Così come ogni decennio musicale ha avuto le sue tendenze musico-culturali di riferimento, sembra che oggi negli anni 10 del nuovo millennio la musica politicamente e socialmente impegnata sia passata di moda, barattata in cambio di un immaginario collettivo terribilmente velleitario dove tutti possono essere fotografi con una reflex, tutti possono sentirsi un po’ poeti maledetti leggendo poesie in un affollata piazza nel centro di Roma (poi magari a casa non viene sfogliata nemmeno la settimana enigmistica), tutti possono essere geni del minimalismo, tutti possono essere intenditori raffinati di musica ascoltando gruppi sconosciuti ai più (e giudicati validi solo per questo motivo), tutti possono avere vetrina personale della loro vita sui social network, addobbati ad hoc per esaltare tutte queste… qualità? Ma non c’è nulla di nuovo in tutto questo, i tempi corrono e la musica si adegua. Per questo motivo, aldilà delle discrete musicali, quella de I Cani è davvero un’ottima prova: di sicuro non si può dire che non abbiano colpito il loro target di riferimento.

Alessandro Bizzarri

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