all redsRoma, 24 mar – “Shoulder to shoulder, we’ll answer, Ireland’s call”, è l’appello finale di Ireland’s call, l’inno suonato e cantato a gran voce prima delle partite di rugby della nazionale irlandese. Non dell’Eire o dell’Irlanda del Nord, ma della nazionale di rugby: una, unica e indivisibile. Perché i valori di lealtà, sostegno e rispetto, base fondamentale del mondo ovale, sono riusciti da sempre dove tutti hanno fallito: riunire sotto un’unica bandiera le quattro province irlandesi, senza distinzione alcuna tra cattolici e protestanti, nazionalisti e filo-britannici.

Posizioni estreme, agli antipodi, che hanno bagnato col sangue di centinaia di ragazzi le strade della nazione, tra bombe e agguati, attentati e rappresaglie. Una storia simile a quella italiana, alla nostra guerra civile rinfocolata negli anni dai cattivi maestri, sempre pronti a sfruttare passione e ingenuità a vantaggio dei propri interessi. Una guerra alla quale, da sempre, si prestano gli “utili idioti”, quelli che non hanno bisogno di essere convinti o innescati, quelli che viaggiano con il pilota automatico in un tunnel infinito senza nemmeno chiedersi se ci sarà una fine, una via di uscita.

Talmente ottusi da fuggire a ogni confronto, presuntuosi al punto di alterare il “sacer” di uno sport che ha resistito a ogni tipo di conflitto. Gli utili idioti, questa volta, hanno un nome: si chiamano All Reds, partecipano al campionato di serie C del comitato laziale e giocano all’interno del centro sociale occupato Acrobax, a Roma. Ieri pomeriggio avrebbero dovuto ospitare i Corsari; avrebbero, appunto, perché la partita non si è mai disputata. Gli All Reds pretendevano che gli avversari rinunciassero a schierare un loro giocatore, “quello è fascista” hanno detto “qui non lo facciamo entrare”. Una sorta di selezione all’ingresso, nemmeno il campo da rugby fosse una discoteca.

Chiaramente i Corsari non hanno ceduto di un passo, “o tutti o nessuno” è stata la loro risposta, limitandosi a comunicare quanto avvenuto all’arbitro prima di lasciare la struttura, evitando di rispondere alle provocazioni e di rendersi complici di quel capolavoro di idiozia. Ora l’ovale passa nelle mani del giudice sportivo, tenuto a esprimersi in base al referto redatto dall’arbitro. Probabilmente, e sarebbe auspicabile, la vicenda non si chiuderà nell’ambito del comitato regionale ma interesserà direttamente la Fir, chiamata a dare un segnale forte per stroncare sul nascere questo tipo di comportamenti, indipendentemente dalle motivazioni alla base del gesto.

Francesco Pezzuto

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