Roma, 14 lug – Nella (poco nutrita, in realtà) schiera di coloro che sostengono la legge liberticida voluta da Emanuele Fiano, da oggi si colloca anche un luminare della politologia, con un evidente talento nascosto per la storiografia (ma nascosto bene). Parliamo di Massimo Montebove, il “poliziotto democratico”. È così che si definisce, nel delirante articolo a sua firma apparso sull’Huffington Post. Questa la sua strappalacrime professione di fede: “Io, da poliziotto democratico, ho giurato di essere fedele alla Repubblica Italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi, di adempiere con disciplina ed onore a tutti i doveri del mio stato, per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni. Per questo non posso non schierarmi con chi sostiene che l’antifascismo sia un valore vivo, vegeto, forte che ogni buon cittadino dovrebbe sentire in maniera piena dentro di sé, come una religione laica”.

Per il poliziotto democratico, la legge Fiano si rende necessaria perché “basta vedere l’odio che circola su Facebook e Twitter quando si parla di migranti, la violenza di certe parole non meno grave di quella fisica, l’intolleranza sempre più diffusa verso idee e culture diverse, la tendenza generalizzante che deve sempre trovare un nemico”. Fin qui nulla di particolarmente intelligente, ma tutto in linea con ciò che si sente in giro di questi tempi, è la solita solfa sul fascismo che si ripresenta sotto forma di ostilità verso i migranti. Una balla, ma in buona compagnia con altre che si sentono di questi tempi.

Montebove dà invece il meglio di sé quando decide di smontare il parallelo tra nazismo e comunismo, permettondosi persino di citare la famosa Vichi di CasaPound che faceva le battute sulle foibe. Chissà, allora, che argomenti articolati citerà il nostro poliziotto democratico. Certo, ci sono stati morti dall’una e dall’altra parte, dice. “V’è però una fondamentale differenza tra nazismo e comunismo, come ha sapientemente sintetizzato qualche tempo fa Sergio Romano: il primo credeva nella superiorità della razza ariana e nel suo diritto di governare il mondo; il secondo era fondato sulla convinzione che gli uomini fossero eguali e avessero tutti gli stessi diritti”. Non sappiamo se il solitamente acuto Sergio Romano si sia davvero lasciato sfuggire una banalità del genere, anche se ci sembra difficile. Si tratta, ad ogni modo, di una idiozia, ben smentita, per esempio, da uno dei massimi storici del ‘900, George Lee Mosse. Ma per Montebove non si tratta di un lapsus occasionale. Da lì, infatti, parte una vera e propria apologia dell’Urss: “La Germania hitleriana fu uno Stato razzista. L’Unione Sovietica fu uno Stato multirazziale. Dopo lo scoppio della guerra il Terzo Reich trattò i polacchi e altre popolazioni slave dei territori occupati come ‘untermensc’ [sic!], esseri inferiori destinati a servire il popolo dominatore; mentre l’Urss, dopo la fine del conflitto, considerò ideologicamente ‘fratelli’ i comunisti degli Stati satelliti”. E infatti ricordiamo la fratellanza espressa nei confronti degli amici di Budapest, Praga, Berlino Est. Avevano talmente tanta fratellanza da portare che usarono i carrarmati. Vichi di CasaPound, a confronto, è un premio Nobel.

Giorgio Nigra

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2 Commenti

  1. untermensc ! eh eh eh ma l’ha scritto veramente ?
    a proposito,adesso mi spego l’invasione dell’Afghanistan del 1979-1989….volevano multiculturalizzarsi ancora di più !

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