Primato nazionale: ricerca italiana svela quanto sei “ipnotizzabile”

Enrica Santarcangelo e Silvano PresciuttiniPisa, 6 mar – Un tempo era considerata una pratica “magica”, ma da tempo è diventata una vera e propria disciplina medica, con applicazioni terapeutiche che spaziano dalla terapia del dolore acuto agli stati di insonnia, o anche come supporto alle anestesie in sala operatoria. L’ipnosi è erroneamente considerata come una forma di coercizione mentale, in realtà è un’alterazione dello stato di coscienza che coinvolge i circuiti dell’attenzione e i centri cerebrali responsabili della percezione del dolore.


Ma quanto una persona è ipnotizzabile? Da diversi studi sono state avanzate diverse ipotesi, tra cui considerare l’ipnotizzabilità come un segno di debolezza, salvo poi dimostrare che i più ipnotizzabili sono i soggetti dotati di maggior flessibilità cognitiva, o che la risposta alle suggestioni fosse dovuta a variazioni genetiche relative all’efficacia di degradazione della dopamina cerebrale. Ora una serie di studi fatti nel Dipartimento di Ricerca Traslazionale dell’Università di Pisa dai ricercatori Enrica Santarcangelo e Silvano Presciuttini, ha confermato l’esatto opposto, ovvero che “in un campione di 100 individui non si trova correlazione tra alta capacità di risposta alle suggestioni e presenza della variazione genetica considerata responsabile dell’ipnotizzabilità”. Continuano i ricercatori, con un articolo pubblicato su ‘Frontiers in Human Neuroscience‘, “per noi è importante capire se i soggetti ad alta o bassa ipnotizzabilità differiscono in funzioni e comportamenti della vita quotidiana. I nostri studi dimostrano che la suscettibilità all’ipnosi è associata a differenze nell’elaborazione delle informazioni sensoriali, il controllo della postura, l’andatura, l’attività cardiaca, le risposte allo stress e al dolore”.

Le ricadute possono essere importanti, ad esempio nel mettere a punto terapie neuro-riabilitative personalizzate a seconda del grado di ipnotizzabilità, di controllare il dolore con l’attività cognitiva e affinare la prognosi cardio-vascolare. Ma come spesso accade nel nostro paese, sempre secondo i ricercatori, “la scarsità di risorse ci penalizza. Chi finanzierebbe uno studio che permetterebbe di avere terapie senza farmaci?”

Una nazione che voglia fare avanguardia nel campo, ad esempio.

Gaetano Saraniti

 

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