“Repubblica” reclama: “Italia agli italiani” (ma solo nel calcio)

inter_squadraRoma, 12 mar – Aiuto, stanno sparendo gli italiani. Nelle periferie, nelle scuole, nelle fabbriche, nei campi? No, di quello chi se ne frega, l’allarme riguarda la Serie A. A lanciare l’accorato grido di dolore è Repubblica, che dopo anni di instancabile propaganda xenofila sulle bellezze della società multirazziale, ora incredibilmente riscopre un improbabile ardore nazionalista in termini calcistici.

L’articolo di Matteo Pinci snocciola i dati di una Serie A sempre meno italiana: dei 284 giocatori impiegati nell’ultimo turno, fra titolari e subentrati, soltanto 120 non erano stranieri, cioè 4 calciatori su 11, in media. E di quelli impegnati in campo, soltanto 25 hanno fatto stabilmente parte nel corso della loro carriera della nazionale maggiore. Pochissimi italiani e , di fatto, non di livello eccelso, quindi.

Il dato è in effetti è preoccupante e già il ct della nazionale Prandelli aveva lanciato l’allarme: “Domenica scorsa solo il 38 per cento dei calciatori impiegati erano italiani”. Repubblica gli fa eco con frasi sempre più drastiche: “Continuate pure a chiamarla serie A, ma dite addio al campionato italiano”; “la serie A non è un campionato per italiani. O, per assurdo, non è neanche più un campionato italiano”; “un campionato italiano solo di nome”. E così via.

Ora, il calcio è come noto un potente vettore di passioni e di immaginario, quindi sarebbe certo sbagliato liquidare il discorso come inessenziale. Quello che stupisce, però, è che alcuni dei conclamati corifei dello sradicamento etnoculturale (Repubblica e Prandelli) finiscano per stracciarsi le vesti per gli stranieri nel nostro campionato dopo aver lodato come manna dal cielo l’arrivo degli stranieri nella società, e tutto questo senza avvertire contraddizione alcuna.

Ovviamente chi si lamentasse del fatto che su una determinata linea di autobus, in una grande città, di fatto “non ci sono più italiani”, chi affermasse che alcuni quartieri sono ormai “italiani solo di nome”, chi tracciasse statistiche simili circa le liste per l’assegnazione di alloggi popolari verrebbe immediatamente bollato dagli stessi facitori d’opinione come razzista, xenofobo, ostile al cambiamento, vittima dei pregiudizi etc.

L’idea che gli italiani siano necessari all’Italia, che per definire qualcosa come “italiano” occorre che dentro ci siano gli italiani e possibilmente in maggioranza, che non ci si può identificare semplicemente in una variopinta accozzaglia di individui che accettano una porzione minima di generici “valori comuni” – tutto questo viene ritenuto perfettamente ovvio e razionale quando si parla di calcio (e quindi di un mondo dorato dove la “convivenza” fra le diversità è comunque decisamente più semplice) ma non rispetto alla società nel suo complesso.

Ma allora, per favore, un po’ di coerenza: rassegniamoci a vedere le squadre di Serie A piene zeppe di non italiani senza fare tante storie. Se non altro i vari Pogba, Strootman, Honda e Palacio non combinano guai per le strade. Quello, al massimo, può farlo Balotelli. Ma lui, si sa, è italiano.


Giorgio Nigra

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