24.jpg_1282332460Roma, 5 feb – Presentiamo qui di seguito l’ articolo di un esule istriano, pubblicato in un giornale romano il 16 maggio 1948 e proveniente dall’archivio personale di Francesco Anelli (1898-1986), Croce di guerra 1915-18, socio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, collaboratore della “Rivista dalmatica”. L’articolo, di cui sono ignoti l’autore e la testata giornalistica che lo pubblicò, ci è stato gentilmente fornito da Paolo Anelli, figlio di Francesco. Le parole forti, spesso condite da sprezzanti giudizi etnici figli di quel tempo spietato, valgano a trasmettere i sentimenti e le sensazioni dei contemporanei più che a rinfocolare nell’oggi conflitti e rancori fra i popoli europei (IPN)

Quando nel lontano 1943 gli slavo-comunisti scrutarono l’orizzonte marino e sembrò loro di scorgere in lontananza delle sagome oscure di navi alleate balenò nella loro mente selvaggia la fanatica frenesia di presentare agli anglo-americani una terra che fosse abitata solo da croati, “priva cioè di ogni elemento italiano”. Ebbe così inizio il sistema slavo di eliminazione che portò alla nostra gente indimenticabili lutti e dolori.

In poco tempo il fior fiore degli italiani fu sottratto clandestinamente dalle case per ignote destinazioni. Il nero manto della tristezza e della morte doveva ben presto estendersi sull’Istria e rimanere l’incontestabile documento della barbara violenza della reazione rossa. Incominciò quel massacro che prese il nome di “delitto di massa”.

Tutta l’Istria è rigonfia di sangue nero, stagnante, aggrumato. E purtroppo esso ancor oggi trabocca dalle sommità slabbrate delle foibe dalle nere e paurose voragini delle cave; ed anche il placido mare chiazzato nelle sue onde azzurre di un rosso cupo ricorda il sangue versato dagli italiani.

Era la sera del 10 settembre 1943, quando gli italiani dell’Istria si accorsero del procedere cadenzato di Tito e dei suoi federati e un brivido freddo scosse le membra di tutti. Subito si formarono i comitati antislavi ma nonostante l’audacia degli italiani, la marcia incivile dei satanici titini procedeva lenta e ogni giorno più rovinosa. Una turba di delinquenti, sedicenti ufficiali comunisti neutralizzarono questi coraggiosi con la violenza e con il delitto. Si procedeva già all’impianto del Quartier Generale a Pisino nel quale le più sporche figure capeggiavano le razzie, i sequestri, le sevizie. Gli Stemberga, Racovac, Ivan Collich, firmavano proclami, sentenze di morte, ordini di rapine su luridi foglietti di carta straccia, dirigendo, con sulle labbra un maligno sorriso, le macabre scene degli eccidi. E continuò la deportazione degli italiani nelle tragiche prigioni mandamentali di Albona, nel tetro castello di Pisino ed in cento altre località. Ben presto raggiunsero l’ultima dimora il parroco Tarticchio, De Vergottini, nativo del mio stesso paese e tanti altri… centinaia… migliaia…

La vita non aveva più tutela e la libertà era qualcosa di mitico. Era l’opera del comunista civilizzatore.

A Pisino, Motika presiedeva l’illegale tribunale del popolo permettendo che le esecuzioni non attendessero le sentenze: dopo un sommario esame dei prigionieri egli iniziava il crudele interrogatorio accompagnato da insulti e luridità di ogni genere. L’ostetrica [sic!] Norma Cossetto subì la violenza carnale di alcuni partigiani, che ribelli al loro stesso istinto, prima di precipitarla nella foiba, la percossero a sangue da ridurla in fin di vita.

Nè erano da meno dei loro compagni le femmine “cagne ubriache di sangue, idrofobe ed esaltate da un’orgia tragica”. Un esempio lo abbiamo nella animalesca Poldrugo che, sbarazzatasi con banali pretesti del marito, militò oscenamente nelle file di Tito prodigandosi con ogni mezzo al seviziamento dei deportati; la bestiale sedicenne tisica Cadunzi che in segno di eterno disprezzo verso gli italiani, sputava il sangue dei suoi marci polmoni sui detenuti.

articolo foibeLe deportazioni, frattanto, erano tante che le carceri rigurgitavano di carne umana. Era quindi necessario eliminare rapidamente questi cumuli di genti sofferenti per le atroci sevizie.

Ed iniziò il vero “encomiabile macello”.

Ogni notte il “camion della morte” raccoglieva nel tragico buio una moltitudine di questi scheletri umani conducendoli verso l’ultimo rifugio. L’appello, poi filo spinato ai polsi incrociati dietro la schiena. Un gobbo, simbolo della malnata generazione slava, con una lanterna tremante scialba e lugubre accompagnava con voce stridula i morituri cantando in croato le litanie dei morti. Si approssimava l’ultimo tratto del calvario. L’autocarro stellato di rosso, carico di uomini, donne, bambini raggiungeva la “foiba dei colombi”, una buca larga quattro metri, profonda centinaia, un budello nero incavato nell’umida terra. A uno, a due, a gruppi, gli italiani spinti sull’orlo precipitavano nella voragine.

L’ordine era: “accelerare il macello”: un colpo secco di pistola, uno spintone, un calcio erano i mezzi più rapidi. Cadaveri, feriti, illesi, si ammucchiavano nel fondo fra il fetore cadaverico di centinaia di altri morti già decomposti e putrefatti; quando una foiba culminava di sfigurati, si raggiungeva un’altra “secondo piani prestabiliti”.

Ormai la terra era satura e chiedeva vendetta ma “la malnata razza” non terminava il suo terrorizzante massacro e con un sorriso di compiacimento guardava il mare infinito e silenzioso. Diciannove sventurati, tra cui l’ing. Bidolo, uniti a catena e legati a macigni, raggiungevano il fondo del mare a Porto Roma.

Ma il destino non ha voluto che rimanesse al mondo negata la strage degli innocenti, ed ecco infatti qualcuno ritornava… giustizia di Dio… per accusare.

Dal massacro compiuto un redivivo, relitto umano, addita testimonia e chiede vendetta.

È il figlio diciassettenne di un operaio dell’Arsa.

Ai primi di ottobre si iniziava dovunque l’affannosa ricerca dei familiari degli infoibati. Il figlio di un ispettore della società di Amalfi compiva difficili sondaggi nelle caverne. Finalmente giunto in prossimità della “foiba dei colombi” tentava di calarsi nell’orrido abisso, ma un lezzo di cadavere lo respingeva, atterrito. Giungevano più tardi sul tragico luogo i vigili del fuoco di Pola ed ecco venire alla luce l’opera macabra dei venduti al soldo di Stalin. Al riconoscimento delle vittime seguivano scene di terrore, di strazio, di follia. Erano le mamme che ritrovavano a pezzi i loro figli, erano spose che si inchinavano sui resti miseri di un uomo amato, erano figli che cercavano tra il sangue coagulato, il terriccio raggrumato, i vermi e la putredine, le care sembianze dei genitori.

Proseguì l’angosciosa ricerca anche altrove. Altre foibe… numerose, infinite seguivano alle prime. Chi rispondera dinnanzi a Dio di questi delitti? Questo le madri istriane domandano al mondo raccontando singhiozzanti il loro calvario e ammonendo i comunisti complici irrimediabili del “terrore” bolscevico.

 

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