FiumanaFratelli-VattaTorino, 7 feb  – “Per noi esuli, figli di un dio minore, la Patria non è stata madre, ma matrigna. Eppure alla bella età di 76 anni sarei ancora disposto a morire per Lei. Questo mi ha insegnato mio Padre, prima di dividerci a Fiume”. Cosi Sergio Vatta, classe 1937, esule di Zara noto nel mondo dello sport come allenatore di calcio e dirigente sportivo nel settore giovanile nonché membro di spicco dell’Anvgd, l’associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

Carattere deciso, ma affabile, ed una grande passione per le sue origini che emerge vistosamente quando, intervistato dal Primato Nazionale nella settimana del “Giorno del Ricordo”, ci racconta la sua esperienza di esule.

Sergio Vatta, come si è sviluppata la sua storia da esule?

La mia storia di esule è iniziata il 30 ottobre 1944 quando, dopo mesi di bombardamenti a tappeto sulla città di Zara (che hanno causato più di 12 mila morti fra i civili su un totale  di 28 mila abitanti) finalmente i miei si decisero di trasferirsi a Fiume poiché ci fu annunciato l’imminente ingresso delle truppe di Tito in città. Vi fu un accordo per il passaggio delle consegne, in città lasciammo più di 70 carabinieri di cui, ad oggi, nessuno ne conosce la fine.

Fummo imbarcati su una torpediniera tedesca (gli unici civili a bordo) e partimmo per Fiume nella notte. Mentre i fuochi dell’ultimo bombardamento dipingevano tragicamente  di rosso la città che pian piano si allontanava. Eppure, per noi bambini, nella nostra naturale incoscienza, vivevamo quei momenti come un’avventura. Giunti a Fiume purtroppo le cose non migliorarono: i bombardamenti continui ci costrinsero a rifugiarci con altri sfollati nella galleria del silurificio di Cantrida dove passammo l’inverno fra indicibili stenti. Quando arrivò il momento di lasciare la città e partire alla volta di Trieste, mio padre con voce roca ci disse: “Io resto qui con il mio comandante” solo allora noi bambini capimmo la situazione.

Arrivati a Trieste, il 30 aprile del 45, ci portarono alla scuola Candler dove fummo rinchiusi per 3 giorni senza cibo finchè non arrivarono le truppe neozelandesi. Da Trieste ci spostammo ad Udine, poi a Padova, Mantova ed infine a Torino dove dopo un’odissea di 12 anni ci furono assegnate le case in zona Lucento dove gran parte dei profughi vive tuttora.

Dunque, passando da un campo profughi all’altro il suo calvario finisce qui a Torino

lapideSi, Torino fu fin da subito il nostro obbiettivo perché la nostra gente vantava, oltre a grandi tradizioni culturali, anche un altissimo numero e livello di operai specializzati. Dal silurificio di Cantrida uscirono tanti operai che riempirono molte aziende italiane. I tornitori fiumani in particolare erano ricercatissimi e non solo alla Fiat.

Un immenso bagaglio di ricordi ed emozioni. Ne vorrebbe condividere con noi uno in particolare?

Certo, uno l’ho già accennato e fu il momento in cui mio padre ci disse “ io resto  con il mio comandante”. Quel momento non l’ho mai dimenticato ed è stato per me fonte d’ispirazione lungo tutta la mia vita. Il secondo fu un gesto di tenerezza e protezione che ricevemmo da un ufficiale tedesco: eravamo sulla torpediniera, all’altezza di Pago, sotto il fuoco di un cannoneggiamento da terra. I proiettili cadevano vicini all’imbarcazione ed il pericolo di essere colpiti era grandissimo, noi bambini ( tre fratelli e due sorelle) eravamo tutti terrorizzati con indosso il salvagente pronti a gettarci in mare. Bene, questo ufficiale prese in braccio i più piccoli di noi e ci rassicurò facendoci superare quel terribile momento.

Davvero toccante. Sappiamo che per molti esuli il rientro in Patria è stato molto traumatico a causa della freddezza e dell’indifferenza, sovente sfociata in veri e propri attacchi ed insulti, da parte degli ambienti politici all’epoca vicini al partito comunista. Cosa può dirci in merito?

Vorrei subito precisare che a Zara c’erano di stanza solo 300 tedeschi, ma il partito comunista di Trieste, in accordo con Tito, convinse gli alleati che erano invece diverse migliaia dichiarando la città come “obbiettivo strategico”. Questa tragica menzogna causò più di 12 mila morti nonostante i piloti degli aerei in servizio all’aeroporto di Brindisi si rifiutarono di bombardare i loro fratelli. Questo rancore è stato tramandato tutt’oggi e non accenna a diminuire. Gli italiani ancora sembrano non capire che il disegno di Tito era la cancellazione dell’italianità delle nostre terre.

Tra pochi giorni infatti ci sarà la ricorrenza del 10 febbraio e, come ogni anno, si susseguono polemiche e negazioni. Sarà mai una giornata di ricordo e riflessione condivisa?

La strada è ancora lunga e deve essere percorsa prevalentemente su un piano culturale. Quando andiamo a parlare nelle scuole, ad esempio, provochiamo imbarazzi. I presidi sono generalmente favorevoli, ma gli insegnanti sono titubanti forse perché non sanno dove prendere dati e notizie. Noi, come Anvgd, distribuiamo materiale didattico ma non è certamente sufficiente. Occorre inserire la nostra storia nei programmi dei provveditorati. Troppo spesso scopriamo nei libri di testo delle lacune sulla prima guerra mondiale e sul periodo che precede il Fascismo, ad esempio sulle importanti pagine di storia scritte da Gabriele d’ Annunzio. Se insegniamo ai nostri ragazzi cos’è stato il Natale di Sangue il 10 Febbraio potrà diventare davvero una giornata condivisa da tutto il popolo italiano.

Siamo d’accordo. Infatti, nonostante sia ormai una ricorrenza istituzionale, molti focolai di negazionismo permangono anche all’interno di istituzioni ed ambienti politici, prevalentemente di sinistra. Posizioni che poi vanno a giustificare gli orribili gesti ad opera degli ambienti antifascisti come ad esempio la recente contestazione a Cristicchi per il suo show.

Penso sia inutile soffermarsi su certi gesti che si commentano da soli. Lo spettacolo di Cristicchi mette il dito sulla piaga: egli non risparmia nessuno, ma la verità non manca di rispetto, anzi invita al superamento degli steccati ideologici. Solo cosi potremo diventare una nazione degna del suo grande passato.

fiaccolataA dispetto del silenzio istituzionale lei partecipa, ormai da 4 anni, alla consueta fiaccolata organizzata dal gruppo cittadino di CasaPound Italia. Quali sono le sue impressioni?

Sulla fiaccolata, cosi come per molte altre iniziative di CasaPound, si è detto tanto e sovente a sproposito. Prima della loro fiaccolata vi era poco o nulla che fosse degno di nota a riguardo ed anche oggi è l’unica manifestazione che non ha altri interessi se non onorare i martiri delle foibe. Nelle altre, dove partecipano le cosiddette autorità c’è la tendenza a mettere sempre “del fieno in cascina”. Conosco bene alcuni di quei ragazzi: non si vantano mai per tutte le cose buone che fanno come l’aiuto in Kosovo o gli interventi in zone calamitate con il loro gruppo di protezione civile. Queste cose le voglio gridare forte e chiaro! Perché sovente vengono dette vere e proprie falsità nei loro riguardi. Nonostante sia sempre stato un evento partecipato, per quest’anno mi aspetto una partecipazione maggiore soprattutto dagli esuli. Se qualcuno avrà qualcosa da ridire in merito metterò sul piatto della bilancia una semplice domanda: chi di voi, con una famiglia come la mia con 6 figli (di cui una nata in un campo profughi a Mantova e senza più un padre dal ‘47) ha fatto 12 anni di campo profughi?

Chiaro. Un’ultima domanda. Lei è una personalità conosciuta nel mondo del calcio. Sappiamo che sta da tempo cercando di rifondare, qui a Torino, la Fiumana Calcio, la squadra di Fiume sciolta dopo la fine del conflitto. Come procede la sua ricostruzione?

Il progetto di rifondare la Fiumana ansima in attesa di uscire dal pantano burocratico e qualche politica avversa. Di certo si potrebbe avere un aiuto ed una collaborazione maggiore, ma prima di morire, chissà…

 

Cesare Dragandana

Valentino Tocci

 

 

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