Istria e DalmaziaRoma, 10 feb – “Sì come ad Arli, ove Rodano stagna a sì com’a Pola presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna”. Dante Alighieri sulla nazionalità dei polesani non aveva dubbi. Non è sufficiente, però, il sigillo del Sommo Poeta per sancire l’italianità della principale città istriana. Pola è solo un esempio per affrontare tutta la questione delle terre contese giuliano-dalmate e istriane. Si tratta di una vicenda assai complessa che ha avuto come tragico capitolo finale le Foibe e l’esodo della popolazione.  È necessaria, però, una ricostruzione storica che non può limitarsi all’ultimo secolo.

Le coste del nostro confine orientale furono da sempre ambitissime per la loro bellezza e loro posizione strategica. Tanti popoli hanno invaso queste terre divenute romane nel quinto secolo. Poi, con la caduta dell’Impero Romano, i barbari e l’instabilità politica l’hanno fatta da padrone. Il sole tornò a splendere con la Repubblica di Venezia. Un periodo lungo cinque secoli. La Serenissima fu difesa e voluta da chi viveva in quelle terre.  L’occupazione asburgica poi strinse di nuovo il cappio attorno al collo delle popolazioni giuliano dalmate. Vediamo come.

L’anno cruciale fu il 1866 quando Il verbale dell’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo  recitava testualmente: “Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno”. Scuole, municipi e Chiese furono i bersagli dall’Alto Adige fino alle estreme isole dalmate. Fu abolito l’italiano come lingua d’istruzione nelle scuole e poi ci fu il rifiuto delle autorità provinciali e comunali nazionaliste di finanziare con soldi pubblici le scuole in lingua italiana che sopravvivevano.

Un’altra forma di slavizzazione della regione fu la croatizzazione completa dell’amministrazione statale”. Fu slavizzata persino la toponomastica latina, anteriore di gran lunga a quella slava.

Poi la religio. Secondo lo storico Attilio Tamaro: “Cooperavano a questo sistema di snaturamento dei lineamenti storici ed etnici della Regione Giulia e della Dalmazia i preti”. Tanto  che le gerarchie ecclesiastiche locali furono spesso riprese dal Vaticano che, certo, non amava  il tricolore. Nonostante questo, la presenza italiana almeno in Istria resisteva, in Dalmazia invece si era dimezzata. Secondo il censimento austriaco del 1910 gli italiani erano un terzo della popolazione. Per le autorità italiane nel 1921 i dati erano capovolti. Una storia scritta dai vincitori si dirà, ma non è così. La perfida politica fascista  impose solo l’italiano come lingua, e poi molti cognomi furono italianizzati! Una persecuzione etnica che portò nel censimento del 1931 a vedere il numero degli slavi praticamente inalterato. Certo non si può dire la stessa cosa dell’esodo che vide 350 mila italiani abbandonare la loro terra (circa il 90%).

Il lavoro iniziato da Francesco Giuseppe fu portato a termine da Josip Broz detto Tito. Il maresciallo Tito lasciò ai rimasti solo un tricolore con la stella rossa che potevano sventolare nelle occasioni ufficiali. Tutto ciò avvenne nell’indifferenza generale del Bel Paese che vedeva negli esuli solo dei fascisti in fuga. Su l’Unità ai tempi si scriveva che in Sicilia c’era il bandito Giuliano e nel resto del Paese circolavano i banditi giuliani. Oggi rimangono in Istria circa diciassette mila italiani e poche migliaia in Dalmazia. Il maresciallo Radetzky affermava che: “Bisogna slavizzare la Dalmazia per toglierla alla pericolosa signoria intellettuale di Venezia alla quale le popolazioni italiane si rivolgono con eccessiva ammirazione”. Ci sono riusciti. E allora la Giornata del Ricordo del 10 Febbraio diventa solo un’occasione per compiangere le vittime di una delle tante persecuzioni etniche. Nessuno ricorderà lo scippo di quelle terre e la fuga dei nostri fratelli. Sarebbe opportuno, invece, riflettere sulla nostra stolta scaltrezza che ci porta a pensare che gli italiani per gli italiani sono sempre gli altri come diceva Cossiga. Non lamentiamoci, quindi, se ci trattano come uno zerbino. Se sulla fronte abbiamo scritto Salve, un motivo ci sarà.

Salvatore Recupero

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