eu-itRoma, 12 nov – Da un anno, ormai, documentiamo su queste colonne e dati alla mano – più quelli veritieri dell’energia che quelli manipolabili del Pil – la disfatta strisciante del nostro Paese, che passa per lo più nella rassegnazione generale.

Eppure l’ultima volta, un mese fa, c’eravamo illusi che la spirale potesse un momento arrestarsi o perfino leggermente invertirsi, se non altro per il calo dei prezzi del petrolio; ebbene, era davvero un’illusione, certificato dai dati Istat della produzione industriale in settembre, mese tradizionalmente importante perché coincidente con la riapertura di molti stabilimenti. Meno 2,9% su base annua, meno 0,9% rispetto ad agosto, con variazioni negative in tutti i comparti.

Una doccia fredda anzi gelata, confermata poi dai dati – ripetiamolo, molto importanti e forse i più significativi in assoluto – del consumo di Elettricità elettricità in ottobre, che segna un -0,5% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, così come era stato per settembre, portando a un incredibile -16% la riduzione del consumo elettrico su base annuale dal 2007 e al -11% dal 2011 ma soprattutto confermando una tendenza discendente sostenuta e impermeabile a qualsiasi intervento, se mai ci fosse stato un tentativo serio di intervenire in senso anticiclico. E forse non è proprio possibile perché, se facciamo peggio degli altri, come abbiamo già illustrato un paio di mesi fa, una ragione strutturale ci deve essere e la più semplice, immediata e probabilmente veritiera è il peso insopportabile di una moneta, l’Euro, adottata in regime di assurda supervalutazione e che non solo non ci ha difeso ma ci ha letteralmente fatto a pezzi al sopraggiungere della crisi, tra il 2008 e il 2009, la prima di un ciclo apparentemente inarrestabile.

Nonostante l’esclusione dall’agenda politica della rinuncia a questo Euro, quasi preferissimo una inesorabile morte dolce a una ripresa faticosa ma possibile, e nonostante la scellerata svendita dei nostri gioielli industriali e dei servizi essenziali, in parte eseguita e in parte diabolicamente pianificata, di cui è dato ampio e ragionato conto su questo quotidiano, è nostra opinione che nubi perfino più nere si stiano addensando all’orizzonte, sospinte da un nefasto ciclone che ha nome Unione Europea.

Il suicidio favorito dalla nostra supina appartenenza all’UE assume le tinte fosche di un errore storico probabilmente irrimediabile nei tempi prevedibili, in sintesi la perdita della Russia. Se, infatti, non saranno le ridicole sanzioni imposte a Mosca e dettate da oltre oceano, né le contro-sanzioni del Cremlino, a scoraggiare definitivamente una certa quota di commerci (aggirarle è abbastanza facile, tutto sommato), la definitiva perdita di fiducia indotta nell’ex partner russo lo ha portato a compiere una doppia mossa da KO per l’Europa, nella forma dei due mega-accordi sul gas con la Cina, il primo a giugno, il secondo pochi giorni fa, grazie ai quali in pochi anni il gigante asiatico diverrà il primo consumatore di gas Russo, superando l’Europa stessa.

russia-chinaEbbene, il gas quello è, né è prevedibile anzi in fondo è impossibile che la Russia possa aumentare la propria produzione fino al punto di soddisfare ambo gli avidi e giganteschi mercati; tanto più, che la Russia stessa si trova costretta, chi sa quanto nolente e quanto invece e più probabilmente volente, a sviluppare le proprie produzioni interne proprio anche in risposta alle sanzioni dell’occidente, col risultato ovvio di aumentare il proprio stesso consumo di gas naturale. In altre parole, addio gas russo, entro pochi anni. Va da se’ che il nuovo grande gasdotto – South Stream – che doveva aggirare l’Ucraina per portare il gas Russo con rinnovata sicurezza e abbondanza in Europa, con ampia partecipazione ENI, con tutta probabilità non si farà mai. Gran risultato davvero.

La parte ironica di tutta la faccenda, se proprio vogliamo farci ancora del male, è che l’Europa, cioè noi, si sta accollando il salatissimo conto delle forniture di gas russo all’Ucraina, paesino di appena 45 milioni di persone (39 milioni se si esclude la Novorussia che viene ovviamente rifornita a parte): una pena auto-inflitta tanto assurda che perfino qualche burocrate comunitario si sta interrogando sul senso di tutta questa catastrofe (troppo poco e troppo tardi, per altro), sostenendo che… “gli ucraini ci stanno manipolando.

Questa la parte oggettiva e irreversibile della catastrofe in cui l’Italia si è fatta coinvolgere senza apparentemente proferire una parola o almeno un lamento.

Abusando della pazienza del lettore, vogliamo narrare una ultima vicenda che ovviamente è passata praticamente o del tutto inosservata sull’informazione nostrana. Ai primi di novembre si è svolta un’audizione al Parlamento Europeo di Bruxelles sulla sicurezza energetica in Europa. Tra i relatori, il grande scienziato ed esperto italiano di energia e risorse Ugo Bardi, professore di chimica all’università di Firenze, che ne ha dato ampiamente conto nel suo autorevole blog (qui il discorso completo, qui l’interessantissimo commento – vale la pena di leggerli).

Volendo sintetizzare in poche parole il clima che vi si respirava, riferito alla grande maggioranza del parlamento stesso, diremmo: primo, la convinzione che la Russia stia conducendo una “guerra economica” all’Europa usando l’energia come arma; secondo, che la via per uscirne sia l’impulso alla ricerca forsennata di idrocarburi (gas, petrolio) con tutti i mezzi possibili e immaginabili sul suolo europeo. Chi avrà la voglia di leggere gli articoli del prof. Bardi di cui sopra si sono forniti i riferimenti, comprenderà all’istante come – ammettendo per un attimo la correttezza della posizione rispetto alla Russia (e non lo è) – la soluzione proposta sia molto peggiore del male (si veda anche quello che abbiamo scritto poco più di un mese fa su una delle principali strade alla presunta autosufficienza energetica europea, il fracking).

Una soluzione corretta? Ovviamente, le energie rinnovabili: lo scrive con tanta chiarezza Bardi, lo scriviamo qui tante volte da tanto tempo (per es. quiqui, ancora qui). Che non salverebbero soltanto l’economia, ma anche e non secondariamente il clima, gli effetti del cui cambiamento stiamo vivendo sulla nostra pelle sotto l’acqua e il fango di questi giorni di novembre.

Del resto, basterebbero due numeri per comprendere l’assurdità di insistere sulla ricerca economicamente in perdita dei combustibili fossili: a fronte di 37 miliardi di dollari investiti ogni anno dalle compagnie private per l’esplorazione, i finanziamenti pubblici (cioè dalle nostre tasse) a fondo perduto ammontano ogni anno ben 88 miliardi, più del doppio. In pratica, trovandoci di fronte a una pompa di benzina (o gasolio, metano, gpl), magari sorridendo del relativo prezzo indicato tuttora non insormontabile, dovremmo aggiungervi quanto sotterraneamente, silenziosamente ci viene prelevato affinché quel carburante possa esserci reso disponibile. E allora smetteremmo di sorridere.

Francesco Meneguzzo

Vuoi rimanere aggiornato su tutte le novità del Primato Nazionale?
Iscriviti alla nostra newsletter.

Anche noi odiamo lo spam. Ti potrai disiscrivere in qualsiasi momento.

Commenti

commenti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

2 × tre =