tecnologiaRoma, 28 mar – Sviluppo sostenibile, riscaldamento globale, fonti energetiche. L’attenzione della popolazione mondiale, e quindi degli enti internazionali, negli ultimi decenni si è concentrata principalmente per affrontare queste problematiche globali: si sono raggiunti protocolli di intesa tra nazioni per ridurre le emissioni di CO2, si incentiva il riciclo delle materie prime e via discorrendo.

Però non è abbastanza. In un articolo pubblicato su Nature qualche giorno fa, un ricercatore dell’Università del Delaware, Saleem Ali, a capo di una squadra internazionale di scienziati, ci mette in guardia sullo stato delle risorse minerali e del loro approvvigionamento. Nello specifico materia di preoccupazione è offerta dai minerali “tecnologici”, ovvero utilizzati per gli oggetti e strumenti che variano dai computer portatili, smartphone sino alle auto ibride e ai pannelli solari senza dimenticare il rame per i cablaggi di casa o di altra natura. Il team di ricerca, composto da scienziati provenienti da cinque continenti, ci avverte: “Ci sono trattati internazionali sul cambiamento climatico, sulla biodiversità, sulle specie migratorie, e addirittura sul trattamento dei rifiuti chimici ma non c’è alcun tipo di coordinamento internazionale su come gestire l’approvvigionamento di risorse minerarie”. La ricerca coordinata dal dottor Ali infatti prende in considerazione i dati sull’attuale consumo di minerali e su quello futuro nelle prossime decadi dimostrando che a questi ritmi l’attività mineraria non riuscirà a far fronte alla richiesta dell’industria nemmeno considerando l’apporto dato dal riciclo. 
Allo stesso tempo, come emerge dallo studio, la transizione verso una società “low carbon”, cioè a bassa emissione di CO2, richiederà una vasta quantità di metalli e minerali per la costruzione di “tecnologie pulite” ed i ricercatori evidenziano come la società non è equipaggiata per fare fronte a questa richiesta addizionale di materie prime.

C’è inoltre un mito da sfatare, ovvero che si possa utilizzare “qualcos’altro” di non meglio identificato in sostituzione di una risorsa carente o inquinante. Lo studio chiarisce anche questo passaggio: non è possibile. Ci sono pochissime soluzioni alternative, e per alcuni minerali non ce ne sono affatto (il rame per i cablaggi è quasi insostituibile ad un prezzo commerciale accettabile). Stesso discorso vale per quei minerali essenziali per la “green technology”, come il neodimio, l’iridio o il terbio. Questi minerali sono richiesti solo in poca quantità ma sono essenziali per far funzionare le tecnologie, ciò significa che hanno un immenso valore. La ricerca ci mette in guardia anche sul costo ambientale e sulle opzioni di riciclaggio dei materiali: metalli (come il titanio) e fibra di carbonio usati per le costruzioni aeronautiche o automobilistiche sono erroneamente considerate avere meno impatto ambientale per la loro leggerezza, ma il dottor Ali ci spiega che, ad esempio, la manifattura della fibra di carbonio si basa fondamentalmente sul petrolio: “Siccome sono più leggeri, la gente pensa che in qualche modo siano più verdi, ma non lo sono, e sono molto difficili, se non impossibili, da riciclare”. Allo stesso modo la maggior parte della chimica farmaceutica si affida all’industria petrolifera per la sintesi di farmaci: la banale aspirina, ad esempio, richiede una concentrazione di acido acetilsalicilico tale che solo catalizzatori derivati dal petrolio possono offrire, a meno di non voler piantare centinaia di migliaia di ettari di terreno a salici per poter estrarne il principio attivo.

Il dottor Ali auspica che questa ricerca possa portare gli enti internazionali a intraprendere una politica di coordinamento tra gli Stati per far fronte alla scarsezza di minerali: una via rapida, secondo il ricercatore, sarebbe quella di espandere il raggio di azione di un ente come lo United Nation’s International Resource Panel in attesa di una soluzione di lungo termine che preveda un notevole grado di trasparenza tra le nazioni in merito alla quantificazione delle risorse minerarie attraverso lo scambio di dati geologici su scala globale e la creazione di meccanismi per proteggere le scoperte minerarie così come proteggiamo la proprietà intellettuale. Una sorta di coordinamento sovranazionale delle attività minerarie e, cosa ancora più utopistica secondo noi, un database internazionale delle risorse. Perché é chiaro a tutti che certe risorse, come il litio per le batterie, sono considerate strategiche al pari degli idrocarburi, e dubitiamo fortemente che qualsiasi nazione, soprattutto quelle in via di sviluppo, sia disposta a sottostare ad una moratoria sulla produzione imposta da un organismo internazionale.

L’articolo del dottor Ali, a nostro avviso, pecca pertanto di ottimismo: sembra che la soluzione sia una sorta di filosofia di “sviluppo sostenibile” applicata alle risorse minerarie, purtroppo però, come detto del resto nella ricerca, alcune risorse non sono affatto sostituibili e quindi nemmeno “sostenibili”, oltre a non poter essere amministrate equamente per tutta una serie di motivazioni geopolitiche. E’ nostra opinione, derivata da ambienti universitari scientifici/geologici, che lo “sviluppo sostenibile” sia di fatto un ossimoro: se esiste sviluppo non vi può essere sostenibilità e viceversa.

Paolo Mauri

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