rischio_idrogeologico

Roma, 7 novembre – «Il Paese evidentemente sta male perché se abbiamo paura di un temporale vuol dire che il territorio non è più in grado di assorbire le precipitazioni anche se si non tratta di una cosiddetta ‘bomba d’acqua’. Questo è emblematico di un sistema che sta collassando». Sono le parole del presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, Gian Vito Graziano.

E’ sotto gli occhi di tutti che nel nostro paese stiamo assistendo ad una vera e propria emergenza sul piano del rischio idrogeologico e della protezione ambientale: Carrara, Genova, Alessandria sono solo le ultime delle numerose località tristemente note per alluvioni ed esondazioni; fenomeni che si sono verificati con sempre maggior frequenza in quasi tutto il territorio italiano che annovera l’82% dei comuni classificati a rischio idrogeologico.

«La cosa che mi preoccupa – continua Graziano – è che ancora non si è del tutto percepito, sotto il profilo culturale, che dobbiamo allontanare i nostri interessi, ovvero le nostre case, le nostre fabbriche, dalle zone che hanno una normale pericolosità e che poi noi stessi, urbanizzando, facciamo diventare a rischio elevato. In particolare, dobbiamo allontanarci fisicamente dalle aeree di esondazione di fiumi, canali o torrenti che nella loro naturale evoluzione periodicamente vanno oltre gli argini.  Dobbiamo delocalizzare se ci sono strutture che insistono in queste aree e non lottizzare più a ridosso. Questo cambio culturale è ancora lontano da intravederlo’».

Il fattore di rischio, quindi, è rappresentato ancora una volta dall’uomo e dall’antropizzazione del territorio che negli ultimi decenni è stato sempre più lasciato all’incuria, perché, se da un lato è vero che stiamo assistendo a fenomeni sempre più intensi a causa del riscaldamento globale (che sia naturale o di origine antropica non è questa la sede di dibattito), dall’altro questo fenomeno non deve fare da paravento per nascondere l’abbandono in cui versano canali, torrenti, fiumi e campagne che è una delle cause principali del nostro dissesto.

L’Italia quindi è un paese fragile dal punto di vista del rischio ambientale, che sia sismico, vulcanico o idrogeologico, ma si possono prendere delle misure precauzionali che possono mitigare questo rischio.

Innanzitutto, come sostiene il dott. Graziano, occorre una rivoluzione culturale che porti gli amministratori locali a rivedere i PGT  (Piano di Governo del Territorio) ed evitare di costruire nelle aree di criticità accertata, di qualunque tipo essa sia; questo chiaramente va subordinato ad una mappatura del territorio, al dettaglio, che individui queste aree: siano queste soggette a movimenti franosi (sia in atto che nel passato geologico), esondazioni, alluvioni, oppure caratterizzate da una particolare risposta sismica locale che potrebbe amplificare gli effetti di un sisma (denominata Risposta Sismica di Sito). Inoltre è necessario che ogni comune caratterizzato dal proprio rischio “geologico”, sia esso idrico, sismico o vulcanico, individui delle aree sicure, collegate con la rete stradale, che servano da zone di concentrazione della cittadinanza in caso di calamità in modo da poterla evacuare agevolmente in caso di necessità. Non solo, occorre la più stretta collaborazione tra la Protezione Civile, gli uffici metereologici regionali, l’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) e gli enti locali, siano essi comuni, province o regioni, che, congiuntamente con le forze dell’ordine, devono provvedere a dare l’allarme ai cittadini in caso di necessità. Fortunatamente per quanto riguarda il monitoraggio del rischio vulcanico l’Italia è all’avanguardia nel mondo, invece, purtroppo, per le altre tipologie di rischio ambientale la strada da percorrere è ancora lunga.

Paolo Mauri

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