Quando svendiamo le nostre conoscenze agli altri paesi, l’intervista a Pica “cervello in fuga dall’Italia”

 

10298807_10202048867816535_622201233084383076_nL’emigrazione di giovani dall’Italia all’estero è un fenomeno sempre più in crescita (nell’ultimo anno 95mila giovani sono andatia ll’estero), noi abbiamo sentito uno di questi “cervelli in fuga”. Si chiama Udrivolf  Pica, 25 anni, ingegnere aerospaziale, al momento lavora come PhD candidate in Space Science” allo “Skolkovo Institute of Science and Technology” di Mosca e si occupa dello “ studio di architetture di missione innovative con lo scopo di incrementare le performance delle missioni attuali e ridurre costi e tempi d’esecuzione. Nello specifico il campo si chiama “systems architecture and systems engineering“.


So che hai avuto modo di vedere da vicino le tre principali agenzie spaziali del mondo, quali differenze ci sono, se ce ne sono, tra Esa, Nasa e RKA (l’agenzia spaziale russa)?

Delle tre agenzie menzionate ho avuto esperienza diretta solamente di due, ovvero NASA ed ESA, visto che il mio attuale impiego è legato ad un centro di ricerca privato nato dalla volontà di alcuni oligarchi russi di creare una sorta di “silicon valley” russa, e la sua attività non si intreccia con l’Agenzia Spaziale russa, RosKosmos (RKA), poiché la tradizione russa non vuole la presenza di ingegneri non russi nel cuore della loro organizzazione madre per la ricerca e sviluppo spaziali.

Ciò detto, per quanto riguarda NASA ed ESA, la differenza principale nasce dalla storia che le due agenzie hanno avuto nel passato. La NASA negli anni 60, a causa della guerra fredda con l’URRS, ha iniziato ad investire una parte considerevole del prodotto interno lordo (circa il 5% ogni anno, una cifra astronomica rispetto al budget odierno) nell’esplorazione spaziale. Il presidente Kennedy voleva ad ogni costo far “allunare” un americano sul suolo lunare prima che lo facessero i sovietici, i quali erano da tempo in vantaggio (primo satellite in orbita, ottobre 1957, e primo uomo in orbita, 1961). La forte volontà politica fece fiorire l’ingegneria spaziale in America a tal punto che ancora oggi nel mondo spaziale si fa ampio uso delle tecnologie scoperte e sviluppate in quegli anni. Grazie alla grande visione di quegli anni, e grazie ad alcuni ingegneri filosofi come il tedesco Wernher Von Braun (il VERO padre del programma spaziale americano), la NASA ha acquisito uno spirito “esplorativo” ed ogni anno una percentuale importante del suo budget è devoluto all’esplorazione interplanetaria (circa il 30% su 17 miliardi di dollari di budget annuale). Questa scelta ha fatto sì che fino al passato più recente (2010-2011) gli Stati Uniti abbiamo “dominato” la scena internazionale per quanto concerne le missioni umane nello spazio. La mia esperienza alla NASA mi ha visto partecipare ad un progetto avveniristico volto alla ricerca di nuove teorie propulsive che potenzialmente potrebbero permettere spostamenti interplanetari a velocità maggiori di quella della luce. Questo tipo di studi privi di ritorno economico nell’immediato sono possibili solo grazie alla volontà di tenere viva questa fiamma di comprendere a pieno da dove veniamo e chi siamo e che solo l’esplorazione spaziale potrà un giorno spiegare…forse. L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) al contrario è nata nel 1975 con uno scopo diverso da quello della NASA. Missione principale dell’ESA è quella di sostenere e promuovere per scopi esclusivamente pacifici la cooperazione tra gli stati europei nella ricerca e tecnologia spaziale e nelle loro applicazioni. La loro attività e pressoché totalmente focalizzata allo sfruttamento della tecnologia spaziale per migliorare la qualità della vita sulla Terra e alla creazione di nuovi mercati commerciali grazie ai quali generare un ritorno economico per le Nazioni facenti parte del consorzio. A parte alcuni esempi di collaborazione internazionale fra NASA ed ESA in ambito di esplorazione interplanetaria, in generale la quasi totalità del budget è investito in applicazioni commerciali come osservazione della Terra, Meteo, Sistemi di navigazione satellitare, e Telerilevamento. Per concludere quindi la mia esperienza mi porta a poter affermare che la differenza fra le due agenzie è esattamente la propensione maggiore che ha la NASA per l’esplorazione umana dello Spazio.

Frequentando ingegneri aerospaziali provenienti da più parti del mondo hai potuto comparare il tuo grado di preparazione con quello degli altri colleghi. Come sta messa l’università italiana in questo senso?

Le mie esperienza internazionali cominciarono nel 2010 quando partecipai ad un programma estivo di livello europeo con ingegneri aerospaziali provenienti dalle maggiori nazioni europee appunto. Lì per la prima volta potetti constatare come la preparazione che la Sapienza di Roma mi aveva impartito mi consentisse di essere al pari dei migliori in quel programma, e meglio di loro in alcuni casi. Questo mi fece un immenso piacere perché fino ad allora non avevo un metro comparativo fra la mia istituzione e le altre. Quando poi gli orizzonti si allargarono a livello internazionale fortunatamente riscontrai la stessa situazione: anche in Florida, a Cape Canaveral, nel 2012, con 140 studenti provenienti da 40 Nazioni nel Mondo, riuscivo a farmi notare ed le conoscenze acquisite mi permettevano di essere quasi sempre nel “leading team” dei progetti a cui ho partecipato. Io chiaramente posso parlare solo per la mia università, ovvero la Sapienza”, che per ingegneria aerospaziale risulta fra le più prestigiose d’Italia, e ad oggi posso affermare con decisione che la preparazione offerta dalla mia facoltà di ingegneria ha un’offerta formativa che non invidia niente alle istituzioni prestigiose internazionali. L’unico neo, se così vogliamo chiamarlo, deriva dal fatto che la mancanza di fondi negli ultimi anni non permette di avere gli strumenti adatti, i.e. laboratori, computer, etc, per far conoscere agli studenti l’approccio “pratico” all’ingegneria. Questo è un grosso limite visto che successivamente alla laurea, spesso gli ingegneri neo-assunti devono sottoporsi a periodi di training in azienda che recuperare il “gap” pratico.

Come si sente un italiano che ha studiato in Italia ed è costretto ad andare all’estero per veder valorizzate le proprie conoscenze?

Andiamo per gradi. Vorrei innanzitutto spiegare perché ho scelto di andare via dall’Italia. Il settore aerospaziale da noi, come un po’ in tutta Europa tranne che in Germania, è in forte crisi. Le aziende più importanti come Alenia (ai primi posti al mondo per qualità di prodotti fino a qualche anno fa) stanno svendendo i loro ingegneri migliori alle aziende concorrenti (come OHB in Germania) perché altrove i nostri ingegneri guadagnano da 2 a 4 volte lo stipendio italiano e godono di maggiori privilegi in termini di assistenza sanitaria e famigliare. Oltre a questo, l’industria spaziale italiana non è più in grado di aggiudicarsi commesse importanti e questo è un forte limite al fascino che essa riscuote nei confronti dei giovani, che sono attratti dai grandi progetti, e da possibilità di una bella e rapida carriera. Io ho avuto l’esperienza diretta sulla mia pelle, poiché dopo i miei studi ho avuto alcuni colloqui con aziende leader del mercato aerospaziale italiano. Senza fare nomi, posso dare alcuni numeri che parlano da soli: stipendio medio netto mensile intorno ai 1300 euro, più o meno bloccato per 3-4 anni; i successivi aumenti e scatti di carriera sono quasi inesistenti. Quando si diventa manager di un settore, si va a guadagnare fra i 3000 e i 3500 euro netti al mese, e questo succede non prima dei 40 anni in genere. Con il costo della vita che abbiamo oggi in Italia, un giovane come me che vuole finalmente staccarsi dalla figlia e diventare indipendente, con 1300 euro non va da nessuna parte, soprattutto se deve pagare l’affitto nella città in cui va. Se a questo aggiungiamo il problema menzionato sopra, ovvero la carenza di progetti avvincenti e in grado di stimolare la voglia e l’intraprendenza di un giovane ingegnere, avido di conoscenza e esperienza, è chiaro che il quadro si fa molto cupo. Per completare il racconto, porto come esempio la situazione in Germania: stipendio medio per un neo assunto fra 2500 e 3000 euro netti al mese, più aiuti vari per affitti e assistenze varie, carriera rapida, con lo stipendio che si avvicina tranquillamente ai 10000 euro netti al mese dopo i 35 anni, e i Alla luce di questo, e avendo scelto di non tornare negli Stati Uniti perchè se non sei americano non avrai mai la carriera di un americano, ho iniziato a guardare in Germania. Mentre facevo i colloqui con le aziende tedesche, sono venuto a conoscenza del centro di ricerca dove attualmente lavoro, ovvero in Russia. Non mi dilungo più di tanto, ma vi basta sapere che il mio trattamento qui è più o meno simile a quello che avrei ricevuto in Germania, con la differenza che la carriera che ho intrapreso qui è ancora più prestigiosa. Ma veniamo al punto. Si, è molto triste abbandonare la barca, soprattutto per gente come me che ama Roma e l’Italia, e che fino a qualche anno fa vedeva il proprio futuro solo in Italia. E’ triste e demoralizzante essere costretti ad andar via per avere in futuro la possibilità di avere una famiglia e una stabilità economica che ti permetta di avere una vita agiata con il costo della vita odierno, e ti permetta di soddisfare la propria voglia di carriera e successo. Non è stato facile prendere questa decisione, perché solo ora mi rendo conto di come quasi tutti i miei colleghi di università hanno fatto come me, e chi non lo ha fatto, è nelle condizioni che descrivono prima, oppure addirittura si è riciclato in altri settori. E preciso bene, qui stiamo parlando di ragazzi molto in gamba, nemmeno un anno fuori corso, e tutti quanti con svariata esperienza internazionale alle spalle; chi non si impegna, fallisce anche all’estero, le mie argomentazioni valgono solo per gli ingegneri brillanti.

L’Italia spende soldi ad altissimi livelli, e poi fa sì che tu svenda il tuo valore alle altre nazioni: una doppia sconfitta per noi.

Lo scorso anno sono stati 95 mila gli italiani che sono emigrati dall’Italia all’estero, tu quanti ne hai incontrati di ragazzi in fuga dalla nostra nazione?

Tantissimi. A parte i miei colleghi, di cui parlavo prima, durante le mie avventure oltre confine ho incontrato moltissimi Italiani di valore che ora ricoprono i ruoli più prestigiosi nelle più grandi aziende mondiali, e non parlo solo di spazio: IBM, Bayer, Google, solo per citare alcuni giganti nei rispettivi settori. Piano piano realizzi come la nostra Nazione si stia privando della linfa vitale grazie alla quale costruire un futuro migliore. E’ come rovinare dal di dentro delle fondamenta, e questo fa proprio male quando ci si ferma un attimo a pensare. La gran parte dei migliori sono fuori, vivono, lavorano, spendono in altre nazioni. Contribuiscono in maniera rilevante a fare grandi altri Paesi, e la loro progenie probabilmente si assimilerà alla cultura e alle tradizioni del luogo dove nasce, e perderà lentamente quella Italianità che contraddistingueva i genitori. Questo fenomeno è deleterio ed è sicuramente da annoverare fra le cause principali del declino italiano.

Cosa dovrebbe , secondo te, fare un governo per tenere a casa i suoi cervelli più brillanti?

La risposta è facile. Premiare il merito, sempre e comunque. Coccolare le eccellenze Italiane, e fornirgli il sostrato adatto a sviluppare le loro capacità Ricompensarli adeguatamente dal punto di vista lavorativo ed economico, e farli sentire apprezzati a valorizzati. Bisogna recuperare il senso del rispetto per chi vale, e bisogna re-istruire la popolazione affinché l’istruzione ritorni al centro dell’educazione come perno inamovibile di un Buon individuo.

 

In un mondo meschino dove l’arrivismo e la corruzione sono le unica verità, bisogna ricominciare da zero e ricostruire la coscienza della gente, affinché nel prossimo futuro sia la politica che il popolino tornino a valorizzare l’impegno, il merito, e l’alta istruzione.

In tempi di crisi finanziaria perchè un governo dovrebbe impiegare risorse economiche nel settore aerospaziale?

Qui devo essere onesto con me stesso. In tempi di crisi bisogna scegliere delle priorità in modo da risollevare una Nazione come l’Italia dal baratro in cui si trova. Onestamente il settore aerospaziale non ha un ruolo primario in questo, e sono il primo ad affermarlo e comprenderlo. Ad ogni modo, la ricerca aerospaziale negli anni passati ha permesso lo sviluppi di tecnologie che successivamente sono state utilizzate quotidianamente dalla popolazione mondiale. Questo effetto si chiama “spin-off”, ovvero il trasferire una tecnologia spaziale in applicazioni terrestri. Ad ogni modo in questi periodi è necessario innanzitutto focalizzare la nostra attenzione sui problemi maggiori che attanagliano il nostro Paese, e successivamente, qualora si potrà, ritornare ad investire in alte tecnologie, come quella spaziale, sintomo di “salute” per una grande Nazione quale era e dovrebbe essere l’Italia.

Speranze per il futuro?

Per rispondere a questa domanda prendo in prestito le parole del grande Indro Montanelli: “Per gli Italiani c’è un grande futuro, per l’Italia no”. Durante i passati 30 anni una classe politica abbietta e senza scrupoli ha distrutto silenziosamente l’idea di Italia. Siamo arrivati al vuoto etico di valori, e la maggior parte delle persone si è svuotata dei valori morali che dovrebbero guidare le persone probe e responsabili. Il cancro si è esteso dalla politica alla popolazione ed ora siamo veramente sull’orlo del precipizio, e la fiamma della speranza è quasi spenta.

La mia ricetta? Un rivoluzione culturale, una rivoluzione di coscienze. Solo attraverso un cambiamento radicale dentro ognuno di noi sarà possibile ricostruire quella che un tempo era la grande Italia. Un dolore disarmante mi prende ogni qual volta penso che noi siamo gli eredi di Roma, gli eredi di chi ha portato la civiltà nel Mondo, di chi ha mostrato la via verso un mondo Giusto.

Dentro di noi è possibile trovare la forza per risollevarci. E’ dura, durissima, ma non tutto è perduto. Per aspera…ad Astra.

Intervista a cura di Rolando Mancini

 

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