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Al lavoro nel pieno dell’inverno artico. La ricerca non è solo laboratorio

Firenze, 25 dic – Una ricerca scientifica internazionale, guidata da Beniamino Gioli dell’Istituto di Biometeorologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ibimet-Cnr), ha rivelato che le basi delle previsioni sul clima del futuro sono probabilmente sbagliate. Purtroppo, però, in senso tutt’altro che rassicurante.

Il ruolo del metano (CH4) come gas a effetto serra è fondamentale: il suo impatto sul riscaldamento globale, a parità di concentrazione, è infatti decine di volte superiore a quello dell’anidride carbonica (CO2), nonostante la sua vita media nettamente inferiore (30 anni contro un secolo). Fortunatamente, nell’atmosfera risiede molto meno metano rispetto all’anidride carbonica stessa, ma anche modesti aumenti di concentrazione di questo gas possono portare a effetti molto importanti.


Lo stesso ricercatore dell’Ibimet-Cnr, Beniamino Gioli appunto, che pochi anni fa aveva confermato in anticipo l’inattesa importanza delle perdite dalle condotte metanifere urbane, certificate poi da altri studi, tanto da mettere in dubbio che tra carbone e metano quest’ultimo fosse davvero più benigno per il clima, è ora protagonista di una scoperta di portata ancora più grande.

Finora si pensava che il metano intrappolato nel permafrost – strato di terreno perennemente gelato che si estende da alcuni metri sotto la superficie fino a 1.500 metri di profondità nel nord della Siberia e alcune centinaia di metri in Alaska e Canada, interessando circa il 20% delle terre emerse, la cosiddetta tundra – e al di sotto di questo fosse rilasciato in atmosfera quasi soltanto nel breve periodo estivo caldo quando, a causa delle temperature costantemente in aumento da decenni, lo scioglimento del permafrost stesso ne riduce la funzione di impermeabilizzazione.

L’Artico rappresenta quindi un anello critico per l’equilibrio del sistema climatico globale, proprio perché le immense quantità di carbonio, immagazzinate sotto forma di permafrost, con l’aumento ulteriore della temperatura rischiano di essere degradate ed emesse in grande quantità in atmosfera, amplificando l’effetto serra ed il riscaldamento globale.

Ecco allora la scoperta: nella stagione fredda queste emissioni di metano sono sorprendentemente uguali o addirittura maggiori a quelle dell’estate. Insieme allo scienziato dell’Ibimet-Cnr, il vasto team della ricerca è stato guidato da Donatella Zona, dell’University of Sheffield e San Diego State University, mentre lo studio è pubblicato sull’importante rivista Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America (Pnas) col titolo “Cold season emissions dominate the Arctic tundra methane budget”.

“Le conoscenze disponibili finora lasciavano credere che gli ecosistemi artici fossero emettitori di gas serra solo nella stagione calda, quando il permafrost riesce a scongelarsi in superficie e la sostanza organica viene decomposta, causando il rilascio di metano”, spiega Gioli. “Gli studi condotti a supporto di questa assunzione si concentravano però sui mesi estivi, trascurando quelli invernali e primaverili che rappresentano il 70-80% dell’anno nelle regioni artiche”.

Per colmare questa lacuna i ricercatori hanno istallato cinque torri Eddy covariance (Ec) e utilizzato le piattaforme aeree della Nasa (già usate nell’ambito dei programmi Carve-Carbon in Arctic Vulnerability Experiment e Hippo-Hiaper Pole-to-Pole Observation), che hanno sorvolato le aree studiate in diversi momenti dell’anno. “Contrariamente a quanto si era ipotizzato finora, le emissioni nella stagione fredda dominano il budget annuale di CH4 [metano, ndr] nei siti”, precisa il ricercatore dell’Ibimet-Cnr. “Il motivo della persistenza di emissioni biogeniche in inverno risiede nella cosiddetta zero curtain, una condizione fisica in cui strati di suolo a media profondità, confinati in basso dal permafrost ed in alto dagli strati superficiali di neve-ghiaccio, riescono a permanere a temperature prossime allo zero, mantenendo attivi i processi biologici anche con temperature dell’aria estremamente più basse”.

Paradossalmente, quindi, ma non troppo, la protezione offerta dalla neve invernale consente alle emissioni di metano di proseguire per tutto l’anno.

I dati raccolti, che saranno assimilati in nuove parametrizzazioni delle emissioni di metano nei modelli climatici globali, contribuiranno al miglioramento delle strumentazioni e dei metodi atti a prevedere il ruolo degli ecosistemi nei processi climatici. “Come è noto, una maggiore emissione di gas serra in atmosfera provoca un aumento della temperatura, che a sua volta rende degradabili frazioni di permafrost conservate nel suolo da lungo tempo, provocando un nuovo innalzamento delle emissioni”, conclude Gioli. “Se alcuni ecosistemi terrestri come le foreste oggi stanno mitigando le emissioni antropogeniche assorbendo carbonio a livello globale, altri ecosistemi come la tundra artica potranno rilasciare in atmosfera crescenti quantità di carbonio accumulate nei secoli, di fatto amplificando le emissioni globali, con conseguente accelerazione del cambiamento climatico”.

Non solo, allora, la recente conferenza mondiale sul clima di Parigi (Cop21) è stata una pagliacciata, ma le stesse basi scientifiche su cui si è fondata appaiono almeno in parte superate: in negativo.

Francesco Meneguzzo

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