Aids: dalla ricerca italiana un vaccino per bloccare la malattia

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Schema dello studio condotto dai ricercatori Italiani del Centro Nazionale Aids dell’Istituto Superiore di Sanità

Roma, 30 apr – Ricercatori del Centro Nazionale Aids dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), diretto da Barbara Ensoli, hanno sviluppato un vaccino contenente una proteina necessaria alla replicazione del virus Hiv, in grado di stimolare il sistema immunitario dei pazienti affetti dal virus e di conseguenza aumentare drasticamente l’efficacia dei medicinali antiretrovirali.

Quando a un paziente è diagnosticata l’infezione Hiv, infatti, questo è sottoposto alle cure antiretrovirali (Haart), che possono bloccare quasi completamente la riproduzione del virus.

Tuttavia, nel corso delle cure Haart, è noto che il virus Hiv può ancora replicarsi a basso livello, di nascosto si potrebbe dire, accumulandosi in forma latente nei cosiddetti “depositi”. Questi depositi si localizzano in tutto il corpo, incluso cervello, midollo spinale e tratto genitale, non possono essere raggiunti dai medicinali Haart e possono invece causare complicazioni e perfino esiti fatali dovuti a malattie secondarie.

Il vaccino sviluppato dalla ricerca Italiana attacca la proteina “Tat”, che è prodotta nelle prime fasi dell’infezione da Hiv. La Tat assume un ruolo chiave nella replicazione virale e nella progressione della malattia, indebolendo il sistema immunitario. Progettando e realizzando un vaccino che include una piccola quantità della proteina Tat, i ricercatori sono stato in grado di innescare una risposta immunitaria per prevenire la progressione della malattia.

Barbara Ensoli, alla guida del vasto team di ricerca, ha affermato: “Abbiamo provato per la prima volta che la terapia antiretrovirale può essere resa molto più efficace per mezzo di un vaccino. Questi risultati aprono nuovi scenari di ricerca, in particolare per capire se questo vaccino possa aiutare a controllare il virus anche in pazienti che mostrano scarsa risposta alla terapia antiretrovirale, nonché a semplificare i trattamenti e ridurre la trasmissione della malattia”.

La ricerca è stata condotta su 168 pazienti infettati da Hiv, privi degli anticorpi rispetto alla proteina Tat e tutti in cura mediante Haart, iniettando loro il vaccino contenente dosi diverse della stessa proteina. Nel corso dei tre anni in cui tali pazienti sono stati seguiti, si è scoperto che il vaccino induceva effettivamente la produzione di anticorpi per la proteina Tat. Non solo: si è verificato una risposta molto positiva rispetto al rafforzamento del sistema immunitario.

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I “depositi” nel corpo umano in cui si nasconde il virus Hiv in forma latente


Con le dosi maggiori di Tat nel vaccino, la risposta si manifestava in appena tre mesi e persisteva per tutti e tre gli anni del controllo.

Una ulteriore importante evidenza è stata la significativa riduzione della forma latente del virus nei “depositi”, verificata attraverso l’analisi del Dna dei pazienti trattati e la comparazione con altri 79 pazienti sottoposti soltanto alla “classica” terapia Haart.

La ricerca di conferme indipendenti sta procedendo con una sperimentazione dello stesso vaccino in Sud Africa, paese nel quale, ricorda ancora la Ensoli, “sono 6 milioni le persone infettate e le terapie antiretrovirali non riescono ad arrivare a tutti, e numeri alti si registrano ancora anche in America”.

L’importante studio è stato appena pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Retrovirology e conferma il primato nazionale in questo importantissimo campo della ricerca medica, che ha visto recentemente altre scoperte Italiane di grande impatto.

Il passo successivo, inoltre, sarà verificare se il vaccino tutto Italiano riuscirà a bloccare la malattia anche in soggetti ancora asintomatici e che non prendono dunque i farmaci antiretrovirali. In base allo studio condotto, precisa la direttrice del Centro Nazionale Aids, “soggetti infettati dal virus Hiv ma ancora asintomatici e che presentano naturalmente anticorpi anti-Tat, progrediscono meno verso la malattia. Gli anticorpi proteggono dunque dalla progressione dell’infezione, e ciò ci induce a pensare che se il vaccino venisse somministrato a tali pazienti asintomatici e non in terapia, anche su di loro si potrebbe avare tale effetto di ‘blocco’ della malattia”.

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Diffusione mondiale dell’infezione Hiv nei soggetti adulti

Quest’ultima prospettiva apre evidentemente significative speranze anche per il miglioramento della qualità della vita e della serenità di pazienti non ancora affetti da Aids conclamato.

Tuttavia, precisa l’esperta, “ciò deve essere dimostrato e sperimentato su un campione ampio e sarà questo uno dei passi successivi, anche se il problema resta sempre – afferma – quello della carenza di fondi per andare avanti con i test”.

Sebbene i nuovi risultati rappresentino un grande passo avanti, ”il problema – avverte Ensoli – è che oggi si parla sempre meno di Aids ed i giovani conoscono poco questa patologia, ciò indubbiamente per l’efficacia dei farmaci, ma questo è molto pericoloso in quanto stanno arrivando in Occidente altri sottotipi virali verso i quali i farmaci sono meno efficienti. È quindi necessaria mantenere alta l’attenzione e mettere in atto nuove campagne di informazione”.

È abbastanza chiaro che l’immigrazione di massa dalle regioni africane dove il virus Hiv rappresenta una piaga endemica non aiuta la ricerca a tenere il passo con la proliferazione dei sottotipi virali.

Infine, per quanto riguarda i tempi di arrivo sul mercato del nuovo vaccino, Ensoli invita alla cautela: “Il vaccino sarà disponibile solo dopo la fase tre di sperimentazione puntata sull’efficacia, ed il problema anche qui è legato ai fondi necessari per procedere con le prove sperimentali”. Quindi, finché il vaccino non sarà disponibile, conclude, “va detto che la prevenzione deve restare alta, poiché è l’unico modo che abbiamo oggi per bloccare l’epidemia.

Francesco Meneguzzo

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