“Parola di Dio”: quando l’attacco alla religione è una scusa per criticare Putin

the-studentRoma, 15 nov – “In Russia, la religione è ovunque. Come negli Stati Uniti, i predicatori si sono impadroniti delle televisioni. La religione è diventata la seconda ideologia ufficiale. Controlla la mente di chiunque. È un dogma caliginoso, che diffonde oscurantismi ovunque. I russi preferiscono avere un leader da seguire, piuttosto che pensare con la propria testa. Anche se la religione è separata dallo Stato, in realtà la religione ortodossa controlla ogni livello della società”. A rilasciare queste dichiarazioni in un’intervista è Kirill Serebrennikov, regista russo di origini ebraiche che ha diretto “Parola di Dio”, uscito nelle sale cinematografiche italiane lo scorso 27 ottobre.

Distribuito da Wonder Picutures, dopo esser stato presentato in anteprima al Festival di Cannes e aver ottenuto il premio come miglior film europeo al Biografilm Festival di Bologna, “The student” – questo il titolo originale dell’opera – è una pellicola di 118 minuti (il cui produttore esecutivo, peraltro, è il rapper Gue Pequeno) che porta sul grande schermo l’opera teatrale “Martyr” del tedesco Marius von Mayenburg. Accolto tiepidamente dal pubblico italiano, la trama del film, come dimostrano le dichiarazioni del regista riportate poc’anzi, va ben al di là della storia dello studente protagonista del film. Interpretato da Pyotr Skvortsov, Veniamin Yuzhin è infatti un ragazzo che incarna il fanatismo religioso ortodosso russo. Parla quasi esclusivamente attraverso citazioni della Bibbia (tutte rigorosamente esplicitate), rifiuta l’insegnamento dell’educazione sessuale e delle pratiche anticoncezionali, rifiuta l’insegnamento dell’evoluzionismo darwiniano in quanto teoria non dimostrata, si batte affinché le sue coetanee non indossino bikini durante l’ora di nuoto, aborrisce l’omosessualità e trova sostanzialmente una certa complicità da parte dell’istituzione scolastica e del clero.


Se Veniamin si butta provocatoriamente in piscina coi vestiti addosso pretendendo un abbigliamento più “consono” da parte delle sue compagne di classe, il consiglio scolastico, spinto dalla preside, trova che dopo tutto il giovane non ha torto e che il regolamento in nessun punto permette il bikini. Se durante l’ora di educazione sessuale, Veniamin si spoglia in classe per contestare le esercitazioni sull’uso del preservativo voluti dall’insegnante di biologia Elena Krasnova (interpretata da Viktoriya Isakova), la preside finisce per rimproverare Elena per la scelta didattica. Se Veniamin si traveste da gorilla e saltella sui banchi per protestare contro la teoria secondo cui l’uomo deriverebbe dalla scimmia, l’insegnante finisce ancora nel mirino della preside per il suo ostentato ateismo.

E’ così che, nonostante i richiami al giovane per via del suo comportamento, nonostante le sue stranezze ed il suo fondamentale isolamento, è proprio la professoressa Elena, simbolo del progressismo occidentale, a finire sotto accusa da parte del consiglio d’istituto, del quale fa naturalmente parte anche padre Vsevolod (Nikolay Roschin), sacerdote ortodosso che esibisce un grosso crocifisso d’ordinanza e invita più volte Veniamin ad unirsi a loro. Elena, espulsa dalla preside con la complicità del suo ex, un macho palestrato che insegna ginnastica e non comprende il suo bisogno di sapere, in una inquadratura che ne sottolinea il senso di solitudine e impotenza, inchioderà simbolicamente le sue scarpe al pavimento della scuola gridando: “questo è il mio posto, non il vostro!”.

Una rappresentazione che, insomma, finisce per levigare eccessivamente una realtà dalla quale viene eliminata ogni complessità. La realtà piatta che va in scena è quella in cui ogni personaggio ha un ruolo quasi soltanto in relazione alla funzione “macchiettistica” che ricopre. Ed a confermarlo c’è la sottolineatura dei ritratti del presidente Vladimir Putin all’interno dell’edificio, oltre alle bandiere ed ai simboli nazionali piazzati un po’ ovunque. Serebrennikov ha un obiettivo preciso e non è raccontare una storia, non è riflettere sul fanatismo religioso in sé ma è fare denuncia o, meglio, fare politica. Niente nel film parla esplicitamente di politica, ma ogni cosa lo fa implicitamente, a cominciare dalla colonna sonora: “Il brano che apre quello che io considero il terzo atto del film – spiega il regista – è stato composto da Laibach, una band che si può trovare facilmente su Shazam, ma i cui brani sono banditi dalla programmazione radiofonica russa. Il motivo di questa censura? Sono considerati molto aggressivi e potrebbero far sorgere cattivi pensieri”. Anche al prete, ovviamente ortodosso anziché cattolico come nella versione teatrale, è affidato “un ruolo più consistente ed articolato”. E così la pellicola, che nasce da un’idea potenzialmente apprezzabile e che poteva essere sviluppata in positivo proprio in riferimento al fanatismo del protagonista, si perde nel tentativo di imprimere un marchio ideologico a quel fanatismo. Tanto che, proprio nell’opposizione tra il protagonista e la sua insegnante, abbiamo un vero e proprio scontro di civiltà tra il laicismo scientista occidentale e l’oscurantismo ortodosso russo.

Nell’approccio antireligioso del film, che tende a sottolineare il fanatismo essenziale delle religioni e non la deriva che esso rappresenta, non manca proprio nessuno stereotipo, a cominciare dall’allusione ad una certa goffaggine ed imbarazzo perverso che anima il protagonista nel rapporto col sesso femminile, senza contare un riferimento sottile ad una sua probabile omosessualità latente. In breve, una rappresentazione che ignora ogni sfumatura, che vede il mondo in bianco e nero, con il bene da una parte ed il male dall’altra, in una dimensione propagandistica più che artistica. Ed è proprio quest’aspetto, del resto, che risente di più della sceneggiatura, in un film che non brilla in partenza per poi migliorare progressivamente con l’approfondirsi delle tematiche proposte e culmina in un finale tragico che stabilisce definitivamente e nettamente chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Non è la storia di un ragazzo, non è neanche l’antico contro il moderno, è invece esattamente la storia di una dissidente russa che, pur non protagonista, combatte da sola contro l’establishment rappresentato dalle istituzioni e del quale il protagonista appare come l’espressione estrema ed incontrollata. Una proposta cinematografica ideologizzata, che non vuole approfondire ma accusare e, così facendo, ci lascia senza nulla su cui riflettere.

Emmanuel Raffaele

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