Roma, 17 mag – Il 19 maggio di 30 anni fa, Almerigo Grilz moriva in Mozambico, colpito da una pallottola vagante, mentre si trovava sul posto come reporter di guerra. Le iniziative per riportare il giornalista e attivista triestino si moltiplicano. Noi vogliamo ricordarlo ripubblicando un suo articolo uscito nel febbraio del 1983 su Trieste Domani. Si tratta di un pezzo dedicato al centenario mussoliniano, che cadeva proprio in quell’anno. Ci sembra un articolo importante per testimoniare la chiarezza di vedute che sorreggeva il suo impegno politico e professionale, anche se, su alcune questioni (pensiamo al giudizio sull’esperienza craxiana), la nostra differente prospettiva storica potrebbe portarci a essere meno severi. [IPN]

Il centenario della nascita di Benito Mussolini rappresenta per il nostro movimento una grande occasione. L‘antifascismo decrepito e mummificato dei “resistenti” a oltranza si è ormai sgretolato. La demonizzazione becera dei decenni scorsi trova ormai spazio soltanto tra i cenacoli dei reduci incartapecoriti del partigianesimo e tra gli stalinisti irriducibili. Mentre franano i vecchi cliché si avverte dappertutto un grande interesse, un’attenzione nuova per l’opera di quell’uomo che – comunque lo si voglia giudicare – è indiscutibilmente un gigante della storia politica italiana. Anche per il grande pubblico il Fascismo comincia a non essere più una semplice dittatura senza idee, un manipolo di criminali che dette al popolo italiano nient’altro che fame, guerra e terrore, ma un fenomeno assai diverso, nei suoi pregi e nei suoi difetti, da come lo si era dipinto. Renzo De Felice, il primo storico “dell’altra parte” a sfondare la cortina del conformismo ciellinista, è stato seguito da una valanga di altri autori con innumerevoli libri e pubblicazioni.

La mostra milanese sugli “Anni Trenta” ha messo in luce un volto insospettato del fascismo che ha sconvolto molte certezze. “Ma allora c’erano fermenti culturali, dibattito, creatività, realizzazioni di ogni genere?”. Proprio così, ed è emerso il quadro di un regime opposto al grigiore piatto e burocratico degli stati comunisti e del consumismo allucinato e senza ideali delle democrazie. L’unica “terza via” possibile, quella creata da Benito Mussolini, si leva prepotentemente in contrapposizione ai miti falliti del “Socialismo reale” e alle bare dorate dei modelli capitalistici e social-democratici. Una “terza via”, quella fascista, che non fu ristretta al nostro Paese ma seppe estendersi e dilagare in tutta Europa, e persino fuori di essa. Nessuno pretende di sostenere che l’Italia di Mussolini fu una creazione perfetta; essa ebbe indubbiamente i suoi limiti e le sue contraddizioni. Certo è però che essa sommerge l’Italietta squallida e invertebrata di oggi come la Francia di Napoleone quella della quinta repubblica. È sterile nostalgia questa? No, perché mentre Napoleone lasciò dietro di sé solo il ricordo di un grande uomo, Benito Mussolini ci ha lasciato qualcosa di immensamente più grande: un’Idea.

Non dobbiamo sprecare le possibilità che ci sono offerte dall’apertura di questi spazi nuovi. Il centenario non si deve esaurire ad una mera celebrazione rituale, ad una semplice esaltazione acritica, al canto corale delle canzoni proibite. È il momento per rilanciare invece la nostra alternativa, per sottolineare che proprio quelle idee hanno oggi più che mai valore e prospettive. Il fascismo, cioè il superamento di capitalismo e marxismo, non appartiene solo al passato, non è morto con l’assassinio del suo fondatore, come il comunismo non è morto con Lenin. Proprio di fronte alla frana rovinosa del sistema attuale “quella” alternativa assume invece – qui e adesso – rilevanza, suscita interesse, ha in prospettiva spazi politici vastissimi. Se è vero che noi siamo i portatori e i continuatori di “quella” idea, è questo il momento di rilanciarla, di farla vivere e pulsare nella battaglia quotidiana del nostro movimento. Per il Msi il centenario non deve essere solo una rivincita morale, dopo 37 anni di criminalizzazione e di emarginazione. Il 1983 può davvero rappresentare per noi l’anno dell’inizio: se, finalmente, si rivaluta il fascismo (o per lo meno se ne parla come di un fenomeno politico e non di una patologia criminale) chi può trarne giovamento se non quanti sono sempre stati etichettati come fascisti?

Da parte nostra timidezze o incertezze non hanno quindi alcuna ragione di esistere. L’unico timore che possiamo avere è quello di non calcare abbastanza la mano sulle nostre radici storiche e sulla continuità ideale che ci lega a quegli uomini che seppero aver ragione della sovversione bolscevica e dell’insulso regime liberale. Il radicalismo di questa nostra impostazione non può che trovare conferma nelle manovre che si tentano persino da sinistra per impadronirsi degli stimoli migliori del messaggio mussoliniano. Craxi e il suo “socialismo nazionale” sarebbero di per sé avversari da liquidare con una battuta, se non fosse per un piccolo particolare: dispongono dei mezzi di comunicazione di massa, cioè del più grande dei poteri. La capacità di falsificazione e di mistificazione dei manipolatori dell’opinione pubblica non hanno bisogno di essere sottolineate. La spregiudicatezza del socialismo manageriale di Bettino neppure.

Non sottovalutiamo quindi il pericolo di vedere snaturato e saccheggiato il nostro patrimonio culturale e ideologico, magari con l’aiuto di qualche “ideologo” ex missino. Dobbiamo avere ben chiaro che per impedire questo non basta proclamarsi “continuatori del Fascismo” a parole. Occorre esserlo con l’azione politica quotidiana, dimostrarsi degni di quanti seppero lottare e soffrire per il Fascismo. Sessant’anni fa, fedeli sino alla scelta estrema della Rsi. Scorriamo le fotografie di allora: gli squadristi che bruciano l’Avanti, il Duce alla teta delle camicie nere, la trasvolata di Italo Balbo, le bonifiche, i volontari in Spagna contro il comunismo. Tutto è movimento, lotta, mobilitazione, entusiasmo. Niente di immobile, di pigro, di stantio. Il centenario deve essere per noi l’occasione di recuperare quello spirito, quel modo di pensare e di agire. Non accontentiamoci di essere custodi immobili dell’Idea: facciamola vivere e marciare, nell’Italia di oggi, verso il futuro.

Almerigo Grilz

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