“Get out”: quando il mostro vota Obama ed è (troppo) antirazzista

Image 1x1.transRoma, 16 mag – “I nostri amici che lo hanno conosciuto lo adorano”, dichiarava entusiasta alla Stampa la famiglia torinese che, nel settembre 2015, aveva deciso di ospitare in casa un richiedente asilo della Guinea Bissau. Qualche mese dopo, all’edizione 2016 di Pitti Uomo, tre richiedenti asilo furono fatti sfilare in passerella, fra signore ingioiellate che si sperticavano in applausi e lacrime. Lo scorso gennaio, invece, durante un’intervista alla Tv Svizzera, un abitante di Pettinengo, paesino nel biellese che ospita un centinaio di immigrati, affermava di aver vinto ogni diffidenza verso i nuovi arrivati, “tanto da essermene preso uno in casa”. Esiste un razzismo dell’antirazzismo, una xenofilia che, cacciando i pregiudizi dalla porta, li fa rientrare dalla finestra sotto forma di stereotipi benevoli ma degradanti?

È un tema su cui si riflette troppo poco ma su cui ci aiuta a farci un’idea il film rivelazione del momento: Get out, del regista Jordan Peele. Una thriller claustrofobico, con venature horror, costato poco più di 4 milioni di dollari a fronte di un incasso di 174 nei soli Stati Uniti. Un film originale, nonostante qualche passaggio a vuoto nella sceneggiatura. I critici lo hanno definito una via di mezzo tra Indovina chi viene a cena? e Rosemary’s baby: come il primo affronta la difficile tematica delle unioni interraziali, come il secondo crea un’atmosfera di angoscia a partire da situazioni conviviali. La trama vede Chris e Rose – lui nero, lei bianca – andare in visita dagli Armitage, genitori di lei, per le dovute presentazioni, con tutto il carico di tensioni causate dalla questione razziale sottotraccia. Ma i suoceri – Dean, neurochirurgo, e Missy, psicanalista – non hanno alcuna reazione di rifiuto. Tutt’altro: sono entusiasti. Pure troppo.

L’accoglienza nei confronti di Chris è improntata a un calore dai tratti quasi morbosi. Dean, che sfoggia un dolcevita nero alla Steve Jobs, è il capofamiglia che trasuda correttezza politica da tutti i pori. Non fa che parlare bene di Obama, mostra i souvenir portati da Bali perché ama “conoscere nuove culture”, loda Jesse Owens che ha distrutto il “delirio ariano” di Hitler. L’unico rimprovero mosso al ragazzo, in linea con le ossessioni salutiste radical chic, non riguarda il colore della pelle, ma il fatto che lui ami fumare. Con l’arrivo degli amici di famiglia, l’atmosfera straniante aumenta: tutti sono incuriositi dal ragazzo per via del suo fisico atletico, della presunta vigoria sessuale, del fatto che i neri, ormai, sono diventati “cool”. Tutti i vezzi culturali della buona borghesia liberal vengono trasfigurati per assumere un’aura sinistra, dalla psicanalisi al bingo, che qui diventano strumento di controllo e di dominio. Ad aumentare l’inquietudine di Chris ci sono i due domestici neri, entrambi con qualche rotella fuori posto. L’unico altro nero presente è un ragazzo vestito alla Huckleberry Finn, compagno di una tardona improponibile, anche lui con comportamenti sempre più strani, fino a che la luce di un flash sembra risvegliarlo. Il ragazzo ha una crisi in cui, rivolgendosi a Chris, urla solo “Get out”: “Scappa”, nel doppiaggio italiano.

In realtà l’espressione inglese conserva una maggiore ambivalenza. “Get out” è “vai fuori”, “vai via”. Possiamo immaginarcelo anche in un contesto razzista: un nero entra in un bar dell’Alabama con la bandiera sudista al muro e si sente dire “Get out of here!”, “Fuori di qui”. È un’espressione che richiama l’esclusione, la separazione. Il che è significativo: il pericolo, qui, è dato da un ambiente tutto orientato verso l’inclusione, mentre la salvezza sta nel tirarsi fuori, nel rifiutare l’abbraccio. Non sappiamo quanto il regista, che peraltro è nero, abbia riflettuto sulle conseguenze logiche e politiche della sceneggiatura. E, del resto, nel film è presente anche un’altra sottotrama, molto più classica, sul fatto che le vite dei neri “valgono meno” agli occhi della polizia, che non si sbatte minimamente nel cercarli quando scompaiono. Resta comunque il fatto che, per la prima volta nel cinema, un’unione interraziale è portatrice di sciagure anziché di arricchimento.

Ha scritto Lanre Bakare sul Guardian: “I cattivi qui non sono redneck del sud o naziskin o la cosiddetta destra alternativa. Sono i bianchi liberal della classe media. Il tipo di persone che leggono questo sito. Il tipo di persone che fanno acquisti presso Trader Joe, che donano soldi all’Associazione delle libertà civili e che avrebbero votato una terza volta per Obama, se avessero potuto. Bella gente. Gente simpatica. I tuoi genitori, probabilmente”. Spiegare ulteriormente la trama del film senza cadere nello spoiler è praticamente impossibile, ma c’è ovviamente qualcosa di molto malvagio sotto, che Chris scoprirà a sue spese. La cosa interessante, però, è che la bonarietà con cui viene accolto il ragazzo non è falsa, è autentica (in questo stona il personaggio di Jeremy, il fratello di Rose, che appare sin da subito sadico e quindi rovina l’atmosfera di “violenza gentile”). Il piano malefico di questa cricca di ricchissimi bianchi progressisti non usa la scusa dell’amore per i neri per mascherare un odio profondo. No, loro li ammirano davvero. Se potessero, vorrebbero essere loro stessi dei neri, appartenere a questo nuovo Herrenvolk fatto di esuberanza atletica e sessuale.

“Odio il fatto che è fico essere un negro al giorno d’oggi”, diceva Danny in American History X, facendo la figura del ragazzino plagiato dai “naziskin” cattivi e da questi addestrato a provare rancore verso quella coolness comunque nel film data per scontata e ribadita. Get out mostra l’altra faccia della medaglia: sì, “è fico essere un negro al giorno d’oggi”, ma questa “ficaggine” resta una proiezione culturale bianca, che non contempla la fine del dominio razziale, ma lo ripropone sotto altre vesti. Lo rafforza. Il nero ridotto a barboncino da sfoggiare in società è di nuovo usato e offeso, ma stavolta in una forma ritenuta accettabile, democratica, etica. Nella sua critica da sinistra alla retorica interculturale, Walter Baroni ha parlato dei “Rambo dell’immigrazione”, cioè gli immigrati dei film e degli spot antirazzisti, che sono sempre più bravi, più onesti, più intelligenti, più colti, più morali degli europei. Come dice il grande Walt Kowalski di Gran Torino a un bianco vestito da rapper che assiste imbelle alle prepotenze di un gruppetto di bulli neri: “Li chiami ‘fratelli’ questi animali? Vorresti avere le palle nere come loro? Questi non ti vogliono come fratello. E fanno bene”.

Adriano Scianca


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