SullyNew York, 14 dic – Bisogna scegliere. Ogni bivio che scorgiamo crea la nostra storia di uomini, ogni opzione il tracciato sul quale camminare. La responsabilità d’essere, la responsabilità come unica predilezione. Il 15 gennaio 2009 sui cieli di New York l’Airbus 1549 della Us Airways incontra uno stormo d’uccelli. L’urto genera un bird strike – letteralmente impatto con volatili – che causa l’avaria di entrambi i motori del velivolo. A questo punto la tecnologia muore e la decisione finale torna nelle mani dell’uomo. Il comandante Chelsey “Sully” Sullenberger (Tom Hanks) ed il co-pilota Jeffrey Skiles (Aaron Eckhart) contattano la torre di controllo, cercano una soluzione, ma i motori sono in avaria e bisogna trovare una pista sulla quale atterrare. Il tempo stringe.

Il cervello scarta le soluzioni, la voce fuori campo diventa nulla, c’è un’unica possibilità. Bisogna salvare 155 anime, quelle affidate nelle mani del pilota. Le hostess danno indicazioni su come posizionarsi per l’imminente caduta. La voce del comandante rimbomba nell’aereo: “Prepararsi all’impatto”. Resta una sola carta da tentare quella dell’ammaraggio sul fiume Hudson. L’acqua si avvicina pericolosamente, il fattore umano, gli obblighi, l’onere ed il peso della manovra ricadono solo e soltanto su di un uomo. Sullenberger ha scelto, l’aeroplano plana sul fiume ed il miracolo si compie. I soccorsi in 24 minuti intervengono. Passeggeri e personale sono salvi. Sully, quando la normalità diventa prodezza.

Clint Eastwood ha un’idea precisa, la costruzione di un’epopea americana. Non possiedono i classici, non possiedono Omero, non possiedono Virgilio, gli statunitensi hanno un ego smisurato, ma sono “ignoranti e smemorati” per dirla alla Marcello Veneziani. Tutto questo il regista di San Franciso l’ha appreso e vuole portare su cellulosa il mito dell’insolito paladino. Del coraggio che diventa asse portante della boria a stelle e strisce. Il quadro dipinto è perfetto, in un’epoca di rinnegati, di farabutti, di personalità gaglioffe il cinema celebra l’individuo che si sostituisce agli strumenti e diventa eroico.

Eastwood ha portato in sala l’ultima pagina del libro di Oswald Spengler L’uomo e la macchina – Contributo ad una filosofia della vita. “E’ dovere tener fermo sulle posizioni perdute, anche se non c’è più speranza nè salvezza. Tener fermo come quel soldato romano le cui gambe furon trovate a Pompei davanti ad una porta: egli morì perché quando scoppiò l’eruzione del Vesuvio, si dimenticò di rilevarlo dal suo posto. Questa è grandezza, questo significa avere razza. Questa onorevole fine è l’unica che non si può togliere all’uomo”. Ci sono istanti che segnano la vita, vivere o morire per sempre non conosce tremiti dell’anima.

Durante i 96 minuti del film ci sarà il tentativo di mettere alla berlina il comandante Sullenberger. Le assicurazioni e la compagnia aerea vogliono andare fino in fondo, si poteva fare diversamente tuonarono. Si poteva atterrare su almeno due piste di due aeroporti differenti. Intanto l’opinione pubblica e la massa acclamano Sully come un eroe. “Non riesco a crederci che non avete ancora preso in considerazione il fattore umano”, questo cambierà tutto. 40 anni di carriera giudicati in quei 208 secondi di volo. La fermezza contro il caos. Clint contro la generazione delle fighette imbottite di psicofarmaci in cerca di una scusa. Abbiamo bisogno di esempi per non naufragare. Per questo gridiamo lunga vita a Sully.

Lorenzo Cafarchio

Commenti

commenti

2 Commenti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here