Arrigo SacchiRoma 17 feb – Troppi giocatori di colore nelle giovanili: non è l’ultima boutade di Tavecchio ma una considerazione di Arrigo Sacchi che sta già facendo molto rumore. “Non sono certo razzista e la mia storia di allenatore lo dimostra ,a partire da Frank Rijkaard, ma a guardare il Torneo di Viareggio mi viene da dire che ci sono troppi giocatori di colore, anche nelle squadre Primavera”.

Queste le parole dell’ex commissario tecnico dell’Italia e allenatore del Milan degli “immortali” intervenuto ieri sera a Montecatini Terme per la consegna dei premi Maestrelli. L’ex coordinatore delle nazionali giovanili ha poi aggiunto: “L’Italia non ha dignità, non ha orgoglio: non è possibile vedere squadre con 15 stranieri”. Parole forti che subito hanno fatto scattare le sirene dei benpensanti che a gran voce hanno chiesto chiarimenti a Sacchi.

“Sono stato travisato, figuratevi se io sono razzista. Ho solo detto che ho visto una partita con una squadra che schierava 4 ragazzi di colore. La mia storia parla chiaro, ho sempre allenato squadre con diversi campioni di colore e ne ho fatti acquistare molti, sia a Milano che a Madrid. Volevo solo sottolineare che stiamo perdendo l’orgoglio e l’identità nazionale“. In questo modo uno dei più grandi maestri di calcio chiarisce la sua posizione sulla piega che sta prendendo il calcio italiano.

Non a caso con lui sulla panchina italiana, e con il suo modo di intendere il calcio, si conquistò una finale mondiale persa solo ai rigori. Oggi invece, la nazionale azzurra esce al primo turno perdendo anche contro la Costa Rica, mai nel pantheon del calcio. Ergo, dopo la figuraccia del mondiale in Brasile, le parole di Sacchi andrebbero prese seriamente in considerazione. Puntare sul settore giovanile dando maggiore spazio e fiducia ai ragazzi nostrani.

I risultati di Sassuolo ed Empoli sono esempi lampanti di come i vivai italiani offrano risorse di alto livello, senza dover andare a scovare chissà chi in Sudamerica o in Africa Centrale. I vari Belotti, Romagnoli, Berardi, Zappacosta, Scuffet, Benassi, Bernardeschi non hanno niente da invidiare ai propri coetanei stranieri. Forse solo la nazionalità. D’altro canto essere italiani oggi sembra essere una discriminante. 

Ma d’altronde Antonio Conte non aveva tutti i torti quando sosteneva che “se si chiamasse Giaccherinho sarebbe molto più considerato”, riferendosi ad Emanuele Giaccherini, all’epoca giovane promessa italiana snobbata troppo in fretta per far posto a qualche meteora sudamericana.

Federico Rapini

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