saganRichmond, 28 set – Fino all’ultimo. Il ciclismo è meritocrazia e il termine di giudizio meritocratico prevede che i fenomeni la spuntino sugli altri, mettendo la propria ruota davanti a tutti. Quando sul penultimo strappo del mondiale americano a due ruote Greg Van Avermaet apre il gas, il primo a rispondere è Peter Sagan. Lo slovacco prima gli si incolla agli scarichi poi, deciso e molleggiato come suo solito, lascia la compagnia dell’insegna iridata per volare verso il traguardo.

Tre chilometri dall’iride, tre chilometri dalla prima classica monumento, tre chilometri dalla storia. Sagan, primo slovacco campione del mondo della storia del pedale, mette a tacere ogni voce sul suo conto e anche quella dentro di sé di eterno secondo. Quest’anno un Tour de France, chiuso in maglia verde (la quarta per lui), che lo ha visto protagonista ovunque, ma sempre ad un passo dal vincitore di giornata con una tecnica di corsa garibaldina, in uno sport diventato calcolo e frequenzimetri, che ha ridato gioia agli occhi e al cuore degli appassionati.

Finisseur, come amano definire i francesi, vincitore di una tappa nell’ultima Vuelta, si è giocato le sue carte sul penultimo sforzo di giornata, con un’Italia fino a quel momento protagonista, lasciando il gruppo ad inseguirlo; sul podio con lui Michael Matthews e Ramunas Navardauskas, come cornice perfetta della sua santificazione a leggenda di questo sport. Perché di leggenda stiamo parlando: corridori come Sagan stanno alle due ruote come Messi sta al rettangolo verde, come Federer sta alla racchetta, come Rossi sta ai circuiti. Gli mancava la classica di un giorno, gli mancava la vittoria da prima pagina ed è arrivata.

Sul traguardo a stelle e strisce con un sorriso beffardo e le braccia larghe come a dire “sono io il più forte e non posso farci niente, sono nato per vincere e voi per rimanere a bocca aperta ammirando il mio talento”. A 25 anni ha il mondo tra le mani, nel 2016 con l’arcobaleno dell’invincibilità sul petto potrà disputare una stagione, seppur con ancora maggior pressione, per mettere le mani in primavera, da Sanremo alle Fiandre passando per le Ardenne, sulle corse simbolo di questo sport e poi tornare alla Grand Boucle e regolare la concorrenza. Genio e sregolatezza.

Male gli azzurri che arrivati al succo del discorso si sono eclissati. Diciottesimo Giacomo Nizzolo, primo degli italiani sul traguardo, che nulla poteva, come il resto della compagine di c.t. Cassani, competere con i pedali favoriti, neppure Vincenzo Nibali in un percorso troppo “facile” per le sue caratteristiche. Tra i professionisti il mondiale si chiude con lo splendido argento di Adriano Malori a cronometro, aspettando Doha in Qatar tra un anno.

Lorenzo Cafarchio

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1 commento

  1. Sagan è un fuoriclasse che vince tra i professionisti da quando aveva 19 anni ed esordì vincendo due tappe alla Parigi-Nizza.
    Non ha ancora sfondato nelle grandi classiche un po per il suo carattere infuocato che lo spinge ad attaccare troppo presto e ad essere battuto da campioni più scafati.
    Ma tre maglie verdi di fila al Tour ne hanno messo comunque in risalto la sua immensa classe.
    Se disciplinato saranno cavoli amari per tutti!

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