Roma, 29 giu – Sono passati cinquant’anni dalla scomparsa del campione di pugilato Primo Carnera. Era il 29 giugno del 1967, il gigante era tornato dall’America solo un mese prima. Al suo arrivo, quelli che erano andati ad accoglierlo all’aeroporto, rimasero sconcertati nel vederlo, dalla scaletta dell’aereo scese una persona, un gigante di oltre due metri, che la malattia aveva trasformato fisicamente, fino a farlo pesare quarantacinque chili. I suoi muscoli e il volto non erano più possenti, di quel fisico era rimasta solo l’altezza e un volto scavato dalla malattia. Tanti i giornalisti che lo avevano accolto e, tra di essi, Enzo Tortora, che scrisse delle pagine molto tristi perché era rimasto colpito da come la malattia lo aveva ridotto. Dalla scaletta dell’aereo la sua mano ossuta, si alzava verso il cielo per salutare i suoi amati italiani e, anche in quel momento difficile, il suo volto scavato sorrideva, come se dovesse festeggiare un trionfo per un titolo conquistato.

Carnera aveva deciso di lasciare l’America perché pensava che le arie buone del suo paese natio in qualche modo lo avrebbero aiutato a guarire. Era certo, che ritornare nel luogo dove era nato ed il sentir suonare le campane a festa della chiesa di Sequals, lo avrebbero risollevato e in qualche modo avrebbero almeno guarito la nostalgia che fa star male quelli che vanno all’estero e non ritornano a casa. Primo aveva sempre avuto nel cuore il suo paese, le sue radici, in quella terra dove si era sposato e dove aveva avuto due figli. Primo sapeva bene che c’è solo un cielo sotto il quale si è nati e dove anche la morte sembra più bella. Come scrisse in una canzone Sergio Endrigo: “Vorrei essere come un albero che sa dove nasce e dove muore”.

Abbandonò la sua patria subito dopo la Grande Guerra per recarsi in Francia da uno zio che aveva una falegnameria. In quella terra Primo, dopo aver lavorato con lo zio, si era dedicato ad altri mestieri per assicurarsi il necessario per vivere. Fu proprio in un circo dove lavorava come uomo forte da battere che venne notato per la sua stazza da un ex pugile,  Paul Jurnée che rimase impressionato dalla mole del ragazzo e dalla sua forza. Carnera aveva lasciato il lavoro dallo zio perché non riusciva a sfamarsi e si era accordato di lavorare in un circo a patto che gli assicurassero del cibo abbondante e che finisse la fame disperata che sempre portava con sé. Proprio quello era uno dei problemi che lo attanagliava fin da piccolo, anche se piccolo non era mai stato: basti pensare che alla nascita pesava già otto chili. Primo si fece conquistare dalle parole di quel pugile che gli aveva promesso una vita di fatica nella boxe, ma allo stesso tempo avrebbe potuto guadagnare del denaro. Carnera in questo modo avrebbe aiutato la madre e la famiglia che non viveva di sicuro nel lusso: il dopoguerra non fu facile per il Paese, troppe distruzioni e troppa disoccupazione, molti erano costretti a soffrire la fame o cercare fortuna altrove.

Quel pugile che tornava in Italia irriconoscibile aveva una grande storia alle spalle. La malattia lo dominava e gli infliggeva un KO il 29 giugno del 1967, nel giorno della sua morte aveva solo sessant’anni, troppo pochi per morire. La sua storia pugilistica iniziata in Francia nel 1928, con il suo primo approccio con il ring, con i suoi primi pugni, si allargava positivamente fino a farlo diventare il campione dei campioni. Il 29 giugno del 1933 diventava campione del mondo battendo per KO alla sesta ripresa Jack Sharkey, in America. Per l’Italia fascista questo trionfo fu un grande evento, la forza di Carnera s’insediava sul tetto del mondo. Era anche il primo italiano che riusciva nell’impresa di diventare campione del mondo, mai nessuno prima di lui. Il trionfo di Carnera era anche la vittoria di tanti italiani che avevano lasciato il paese per far fortuna in America sottoponendosi a numerosi e duri sacrifici. Partivano per l’America con le navi carichi di speranze, portando con sé quei pochi stracci e qualche santino protettore infilato nelle valigie. Era un popolo che finalmente si sentiva orgoglioso che un suo connazionale si fosse imposto al mondo e questo avveniva in un momento cruciale per l’economia.

Dopo la conquista del titolo mondiale, rientrando negli spogliatoi felice, trionfante, nessuno al mondo grande come lui, la prima cosa che fece fu quella di telegrafare alla madre queste precise e semplici parole: ”Mamma devo tutto a te”. Il secondo pensiero fu per il Duce e gli telegrafò : “Lieti aver mantenuta la promessa portando campionato massimi all’Italia fascista, inviamo sentimenti illimitata devozione Carnera – Soresi “. A sua volta, il Duce Benito Mussolini, tramite il console generale d’Italia scriveva: “Esprima a Carnera mio vivo compiacimento e gli dica che tutta l’Italia fascista e sportiva è orgogliosa che la Camicia nera sia campione mondiale di pugilato . Benito Mussolini “.

La vita pugilistica di Carnera campione del mondo di pugilato durò solo un anno, infatti difese per ben due volte lo scettro mondiale perdendolo poi contro Max Baer. Quell’incontro fu uno tra i più duri, il campione fu atterrato numerose volte, ma resistette in modo eroico rialzandosi sempre a dimostrazione della tenacia e del coraggio che possedeva. La sua carriera pugilistica da quel momento subì un cambiamento e l’ingranaggio si era allentato. Se l’incontro con Baer aveva distrutto Carnera, non aveva distrutto l’uomo e Primo non si arrese mai alle tante avversità. Non lo fece neanche nei momenti più duri, quei momenti in cui la gente si era dimenticata del campione che era. Carnera era stato un buon pugile e un buon padre. Confessò al sacerdote che aveva dato tanti pugni, ma con quei pugni era riuscito a far studiare i suoi figli e di questo era orgoglioso. La carriera di pugile si concluse alla fine della guerra. Volle ancora salire sul ring per dimostrare che era ancora forte. Il destino crudele volle che fosse sconfitto per ben tre volte da Luigi Musina, che pose fine alla sua carriera. Un altro pugile, Aldo Spoldi, gli offrì la possibilità di partire per l’America e di sfruttare la sua grande popolarità. Anche se dalla conquista del titolo mondiale erano passati dodici anni, la sua fama era resistita al tempo. La gente lo inneggiava ancora e gli italiani all’estero lo amavano ancora di più. Legatosi al nuovo sport, la lotta libera, divenne il più forte e si laureò campione del mondo, caso unico che un campione del mondo della boxe diventasse un grande nella lotta libera. Nessuno dopo di lui riuscì a fare questo. Con questa nuova attività sportiva riuscì a combattere in più parti del mondo e a guadagnare molto denaro amministrato dalla moglie Pina e con i soldi ricavati mise in piedi una rivendita di vini in America.

C’è un episodio curioso accaduto durante la seconda guerra mondiale. Il pugile, Fidel La Barba, che aveva combattuto con l’esercito americano, arrivato in Italia volle cercare Primo Carnera per aiutarlo, gli era corsa voce che non se la spassasse bene. Allora a Sequals c’erano i tedeschi e quelli della Repubblica Sociale e non gli era permesso andarlo a trovare. Pertanto, accordatosi con dei piloti americani, gli fece paracadutare una cassa di viveri sul prato antistante la sua abitazione. Il povero Carnera non poteva mai immaginare che quel dono insperato gli fosse stato inviato da quel suo amico che non lo aveva dimenticato. Quei viveri Carnera li divise con la gente del posto come era sua abitudine fare per aiutare la gente. Poche settimane dopo arrivava a Sequals il pugile che lo aveva aiutato con un carico di viveri che avrebbe sfamato tanti sfortunati. Scrive Spoldi in un suo articolo: “I quantitativi di cibi e merci varie che Fidel La Barba fornì a Primo, erano tali che non solo permisero alla famiglia di Carnera di vivere tranquillamente, senza più aver bisogno di nulla, ma diedero a Primo l’occasione e il piacere di dividere con tutti i suoi paesani di Sequals, per i quali fu come la manna dal cielo”.

Alla fine della guerra i partigiani una notte prelevarono Carnera dalla sua casa e lo portarono in un bosco per ucciderlo. Era  accusato d’essere fascista e amico dei tedeschi, perché durante il periodo della Repubblica di Salò la sua casa era aperta sempre ai tedeschi, molti dei quali volevano solo conoscere il campione del mondo dei pesi massimi e fare una fotografia con lui. Carnera, che era sempre molto disponibile, non si negava mai a nessuno. Un miracolo riuscì a salvargli la vita, altrimenti lo avrebbero ucciso come fecero i partigiani nei confronti di un altro pugile, Michele  Bonaglia. Concludo con due righe di quello che scrisse Enzo Tortora su Carnera : “Ci ha insegnato tante cose. Che i valori veri, in fondo, sono sempre gli stessi: una terra, una casa, dei figlioli. In quel suo corpaccione enorme, alloggiava un angelo custode. Quando venne il suo momento, e il curato di Sequals arrivò (Carnera era credente, e buon cattolico), Primo disse: “Padre, ho picchiato tanto, ma senza cattiveria”. E’ vero. Picchiò come si può arare, picchiò come si può coltivare la terra. Per averne frutti. Ora non c’è più. Chissà che direbbe, di certa forza che oggi viene usata per altri fini. Lui che quando sentiva dire: “ Italia”, si commuoveva come un bimbo. L’amava tanto, da venirci a morire“.

Emilio Del Bel Belluz

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1 commento

  1. Un Mito, Una Leggenda Italiana!!

    Mia nonna ne parlava ancora con gli occhi che le brillavano!!

    Ottimo articolo!!

    Saluti.

    Fabrice

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