hernanesRoma, 11 mag – È un po’ come portarsi a letto la migliore amica della tua ex: terribilmente imbarazzante, se i rapporti sono rimasti buoni; perfidamente soddisfacente, se al momento della rottura sono volati i vestiti fuori dalla finestra.

Fare gol a una squadra per cui hai giocato, nel calcio, significa un po’ la stessa cosa. “Nel calcio il gol dell’ex è un assioma scientifico…”, dice semiserio Rudi Garcia, commentando la rete di Mattia Destro, partito da Trigoria senza troppi rimpianti né per lui né per la Roma, approdato al Milan dove è naufragato insieme alla truppa di Inzaghi, ma inevitabilmente a segno proprio contro i giallorossi. Rete con esultanza, of course, in barba a un galateo un po’ moralistico dettato dai tifosi.

Ma se il gol di Destro ha il sapore della vendetta in virtù di vecchie incomprensioni con l’ambiente giallorosso, quello di Anderson Hernanes suona beffardo al ricordo delle lacrime versate nel giorno dell’addio a Formello, salvo poi tornare ieri sera all’Olimpico a mostrare ai suoi ex tifosi la sua celeberrima capriola post-rete (più prudente la gestione dell’esultanza sul secondo gol, ma ormai la frittata era fatta). Inevitabili le valanghe di fischi per il giocatore dell’Inter.

A Roma, là dove il calcio ha davvero la follia, le esagerazioni, gli slanci e le irrazionalità dell’amore, l’ultima giornata ha regalato quindi due sentenze incrociate emesse dalla mano – anzi, dal piede – che un tempo fu amico.

Più saggio è stato Alvaro Morata, martedì, che ha pugnalato il Real Madrid nella semifinale d’andata di Champions, senza successiva festa con un occhio sentimentale al passato e uno pragmatico al futuro (in cui gli spagnoli potrebbero esercitare il diritto di “recompra”, e allora è sempre meglio non indispettirli).

Ma ogni gol dell’ex è diverso dall’altro. Vuoi mettere, per esempio, il dispettuccio di Destro con il vero e proprio dramma di Frank Lampard, per 13 anni bandiera del Chelsea e poi finito a purgare i blues con la maglia del Manchester City?

Quando è un ex giocatore simbolo a colpire è tutta un’altra storia, in effetti. Basta pensare al gol di Roberto Pruzzo, approdato alla Fiorentina nella stagione 1988/89 dopo una vita in giallorosso e finito per segnare con i viola un’unica rete, proprio contro la Roma.

Percorso incrociato rispetto a quello di Omar Gabriel Batistuta, che il 26 novembre 2000 non potrà evitare di trafiggere Toldo dopo tanti anni belli passati proprio a Firenze.

Alla Fiorentina si rifiutò di segnare il gol dell’ex Roberto Baggio, che non volle tirare un rigore nella sua prima trasferta a Firenze dopo il contestatissimo passaggio alla Juve. Meno scrupoli il Divin Codino li avrà quando di tratterà di punire proprio la Juve, nel 2001, con la maglia del Brescia e grazie a un dribbling incorporato in uno stop fantascientifico.

Specialista di celebri gol dell’ex incassati è l’Inter: in era recente ricordiamo il laziale Simeone che purga i nerazzurri nel fatidico 5 maggio 2002, il milanista Ibrahimovic che decide il derby 2010-11 su rigore ed esulta a braccia aperte sotto la Curva Nord, e ancora il milanista Seedorf, che con una staffilata da fuori area trafigge Toldo e regala alla Milano rossonera un derby vinto in rimonta nel 2003-04.

E che dire di Ronaldo, anche lui a segno contro i nerazzurri da ex e per di più con l’aggravante di aver fatto gol nel derby?

Ma forse, grazie anche alla ben nota capacità mitopoietica dei tifosi napoletani, il vero archetipo del gol dell’ex è quello segnato da José Altafini nella stagione 1974/75, dopo sette anni passati fra i partenopei. Al San Paolo immortaleranno l’episodio con una scritta: “José, core ‘ngrato”. Sempre e comunque questioni di cuore, appunto.

Adriano Scianca

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