Roma, 7 feb – Poco più di sessant’anni fa, precisamente il 1 novembre del 1957, moriva un grande uomo, un atleta che con la sua forza da gigante, con le sue spalle possenti riuscì a diventare il lottatore più forte del mondo. Una persona che non lo conosce, dopo queste poche righe, penserà che l’uomo che sto ricordando sia Primo Carnera, il gigante che riuscì ad imporsi come pugile e come lottatore. Questa volta però si tratta dell’uomo più forte del mondo capace d’ imporsi nella lotta, prima come campione europeo nel 1905, poi come campione del mondo nel 1907: il triestino Giovanni Raicevich.

Nato a Trieste, città che in quel periodo si trovava sotto l’Impero austriaco, vi rimase fino al 1918. Allora Giovanni Raicevich nacque sotto l’Impero, ma il suo cuore batteva per l’Italia. Fu così che nel 1902 il giovane venne chiamato per la visita di leva e dopo un inchino all’immagine dell’imperatore Francesco Giuseppe, la stessa notte fuggì in Italia. Divenne quindi per l’impero un disertore, passibile d’impiccagione. Nel 1915, all’entrata in guerra dell’Italia, si arruolò nel Regio Esercito Italiano rimanendo fedele alla monarchia dei Savoia. Servì il Re fino alla fine della guerra, non avrebbe potuto entrare nei Corazzieri del Re essendo alto solo 1.70 e con un peso superiore al quintale.

Dimostrò di essere oltre che un buon atleta, anche uno che sapeva dare la vita per la propria patria. Dopo la conquista dei titoli europeo e mondiale divenne famoso in tutto il mondo. Si può dire che fosse il lottatore più forte a cui Carnera credo si sia ispirato. Il gigante di Sequals conquistò il titolo mondiale dei pesi massimi nel 1933 e, dopo averlo perso nell’anno successivo, cercò in tutti i modi di risalire la china della boxe, ma non fu possibile anche a causa della guerra. L’inattività aveva indebolito la sua forza di pugile, ma alla fine del conflitto era andato in America seguendo il sogno di ritrovare quella fortuna che aveva perso. Questa volta in compagnia del pugile Aldo Spoldi che gli aveva consigliato di sfruttare la sua mole di quasi due metri di altezza e dei suoi poderosi muscoli nel mondo della lotta. Aveva quindi appeso al chiodo i suoi guantoni per affrontare questa seconda possibilità sportiva: la disciplina della lotta che aveva premiato Giovanni Raicevich.

C’è una cosa che unisce Carnera con il triestino: entrambi non hanno partecipato alle olimpiadi. Carnera divenne subito professionista nel 1928 in Francia e per questo non vi prese parte. Sono certo che se avesse seguito la strada dei dilettanti sarebbe di sicuro diventato campione olimpico. Con la stazza fisica che si ritrovava non avrebbe avuto alcun avversario capace di competergli. Lo stesso vale per Giovanni Ricevich che, diventato campione del mondo di lotta nel 1907, detenne la corona massima per ventitré anni, ritirandosi nel 1930 imbattuto. Questi due personaggi quindi avevano in comune il titolo mondiale della lotta, nel 1907 per Giovanni e nel 1948 per Carnera.

Raicevich, nel 1932, ebbe l’incarico dalla Federazione di allenare gli atleti che si sarebbero presentati alle Olimpiadi di Los Angeles. A causa di una malattia non potè recarvisi, ma un suo atleta, Giovanni Gozzi, conquistò la medaglia d’oro. Quello che più di tutto si può apprezzare in questi uomini è l’amore verso il proprio Paese. Spiace che a cinquant’anni dalla morte di Carnera, avvenuta il 29 giugno del 1967, e a sessant’anni di quella di Raicevich, non siano stati ricordati con particolare attenzione. Quando si dona tutto alla patria anch’essa si dovrebbe ricordare dei propri campioni. Triste destino quello di un Paese che sta cancellando le sue radici storiche e sportive, come pure non ricorda uomini che con le loro imprese, con i loro trionfi hanno fatto felice milioni di italiani che si trovavano lontani dalla patria.

Alcuni anni fa, trovai in un libro delle elementari un racconto scritto da Beppe Pegolotti, dal titolo: “Il biglietto del lottatore“. Questo scritto evidenzia la grande umanità dello sportivo verso le persone deboli e fragili, come pure il grande spirito patriottico che albergava nel suo cuore. Il triestino Giovanni Raicevich era un fortissimo lottatore. Difendeva i deboli. Una volta vide un omaccio che maltrattava una donna. Gli si avvicinò, lo prese di peso con la sola destra, lo alzò come un fantoccio fino ad un gancio infitto nel muro a due metri dal suolo e ve lo appese come un salame. Poi senza scomporsi se ne andò. Un’ altra volta, in un paese lontano, capitò in un caffè dove, al tavolo accanto, dicevano male degli italiani. Giovannino li guardò e disse che non era bello ciò che stavano dicendo. Quelli cominciarono a gridargli sul viso. “Ma che vuole? Stia zitto! Chi è lei?” Erano in quattro e si sentivano sicuri. Calmo, Giovannino sorrise dicendo : “Chi sono io? Volete saperlo?” Trasse di tasca una matita, scrisse il suo nome sopra un angolo del tavolino di marmo, poi, con due dita, senza apparente sforzo, staccò quell’angolino di pietra e lo consegnò a quei brutti ceffi. Rimasero di stucco, al sentirsi dire: “Ecco il mio biglietto da visita signori! Hanno ancora qualche cosa da aggiungere?” I quattro si alzarono e scomparvero in un baleno. Strano tempo quello che viviamo noi italiani. Chiunque può venire in Italia a fare quello che vuole, offendere le nostre tradizioni e l’italiano quasi si sottomette. In questi tempi ci vorrebbero tanti Raicevich per difendere la nostra italianità. “Non amiamo la nostra terra perché è grande e potente, o piccola e debole; né per le sue nevi e le sue grandi notti bianche, o perché è inondata di sole . La amiamo semplicemente perché è la nostra terra” (Luis Cardoza Y Aragon).

Emilio Del Bel Belluz

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  1. Nessuno dei bamboccioni che ci governa , dei burocrati che ci affamano o dei funzionari che ci trattano come schiavi e servi desidera che il popolo italiano conosca i suoi eroi………per i merdosi comunisti noi veniamo dopo africani e zingari e dobbiamo continuare a stare muti , sudditi di una dittatura rossa che , con la peggior magistratura che si ricordi , ci minaccia con possibili ritorsioni politiche, lasciando in libertà gli africani spacciatori e chiedendo anni di galera per i patrioti che difendono il suolo italico……..in un paese sbagliato gli eroi si nascondono perché qualcuno potrebbe imitarli…….

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