DSC_0138[ezcol_2third]Kiev, 20 apr – Guardando Kiev oggi si stenta a credere che questa città sia la stessa in cui appena un anno fa esplose quella che oggi viene definita la rivoluzione ucraina. Oggi lungo il corso di Kiev non ci sono più le tende da campo, non ci sono più i drappelli di militanti con le mimetiche che si aggirano sospettosi per le strade, non ci sono più i comizi dei capi popolo che infiammano le masse. Non ci sono più barricate.

Oggi la rivoluzione è diventata qualcos’altro, si è trasformata, è evoluta, oggi quei giovani che si scagliarono con tanta rabbia contro la polizia e le istituzioni ucraine sono al fronte nell’est del paese a combattere la secessione delle regioni russofone.

I segni della rivolta del Maidan pero ci sono, spuntano ovunque come tracce di un sentiero nascosto. Lungo le strade attorno alla piazza centinaia di candele illuminano i visi dei caduti immortalati nelle lapidi che la popolazione ha posto nei luoghi dove sono stati uccisi.

I passanti si fermano a guardare quei visi, accendono una candela mormorano una preghiera e ripartono. Alle uscite della DSC_0058metropolitana coppie di ragazzi in divisa chiedono un’offerta per gli ospedali militari o per i feriti della rivolta. Chi racconta dei giorni della rivoluzione lo fa spesso con gli occhi lucidi come se la rabbia di quei giorni volesse riesplodere. Dopo la rivolta la situazione di fatto non è cambiata radicalmente come molti speravano, se è vero che i leader carismatici della piazza oggi hanno ottenuto seggi o cariche militari è vero anche che l’economia ucraina è in caduta libera e l’instabilità politica e sociale sembra essere un fattore endemico. In più a complicare tutto questo è arrivata la guerra nell’est e le tensioni geopolitiche che dividono l’Europa.

IMG_7299La sensazione è che a Kiev per ora la piazza dei movimenti rivoluzionari e le istituzioni stiano collaborando in una sorta di tregua sociale che rischia però di spezzarsi da un momento all’altro facendo ricadere la capitale, e l’ intero paese, di nuovo nel caos.

Oggi di fatto in Ucraina tutti sanno che ci sono due fronti di lotta ugualmente importanti: quello est dove si combatte una vera e propria guerra civile e quello interno, il fronte politico in cui ogni forza in campo ,piccola o grande che sia, prova a emergere per costruire a sua immagine e somiglianza la nuova Ucraina che, in un modo o nell’altro, sorgerà dalle macerie di Maidan.

Alberto Palladino

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[ezcol_1third_end]Gli articoli dello speciale

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Alberto Palladino
Nato a Roma, classe 1987. Studia Scienze storiche e cooperazione internazionale all’università Roma 3 e da qualche anno ha iniziato a percorrere la strada professionale del reporter. Fino ad oggi, nonostante le difficoltà che incontra chi lavora in questo settore da indipendente, è riuscito a coprire alcuni degli scenari di crisi più importanti di questi ultimi anni provando a raccontare, fra gli altri, la secessione in Ucraina e la guerra antiterroristica in Siria. Collabora con importanti testate nazionali e straniere. Ha realizzato reportage dal Kosovo, embedded con la missione italiana, dall’Azerbaijan e dai luoghi di eventi importanti e tragici come gli attacchi di Parigi. Ha collaborato alla realizzazione di progetti umanitari con la onlus Solidarité Identités e la onlus Popoli in molti dei Paesi da cui poi ha scritto per questa testata: Kosovo, Birmania, Siria. Ha viaggiata nella Siria devastata dal terrorismo scattando foto e aiutando i bisognosi, sublimando al massimo la sua vocazione. Per il Primato Nazionale anima la redazione esteri e propone i suoi scatti fotografici per far aprire gli occhi ai lettori, perché è persuaso che nel mondo di oggi non è più sufficiente guardare, bisogna vedere.

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