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San Martino in Strada, 3 ott – Fiorenza Ferrini è morta. Era l’ultima ausiliaria della Repubblica Sociale Italiana. Si è spenta a Villa Carpena, a 94 anni, con il suo basco da ausiliaria. Ogni anno da Negrar, in provincia di Verona, si trasferiva per trascorrere l’estate nella villa che fu di Benito e Rachele Mussolini, la custodiva con amore e dormiva nel letto di donna Rachele.



Lo faceva da 17 anni a questa parte, e una volta fece una promessa: morire in quella villa. L’estate scorsa vi si trasferì definitivamente, per terminare lì il suo viaggio terreno, che si è concluso ieri. Fedele e coerente fino all’ultimo, senza mai rinnegare le sue convinzioni e il suo passato.

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Quando quest’estate decise di trasferirsi a Villa Carpena, il Primato Nazionale scrisse di lei e della sua vita, ricca di storia, passione, ideali. Ve ne riproponiamo, qui di seguito, un estratto.

Fiorenza non è una donna come tante, forse è una di quelle che fa orrore a Laura Boldrini. Perché lei, nel 1944 è stata una delle tante volontarie che scelsero di partire per sostenere la Repubblica di Mussolini. Era una della 10mila “ausiliarie” del Saf, il servizio ausiliario femminile fascista. Si arruolò ancora minorenne, perché all’epoca la maggiore età era a 21 anni e lei ne aveva appena 18.Un passato mai rinnegato e rivendicato con forza anche oggi: “Nella mia vita sono sempre stata coerente. E oggi, se Dio vorrà, non farò altro che esserlo per l’ennesima volta…” dice al giornalista del Corriere del Veneto. Per arruolarsi, dato che suo padre, sebbene avesse fatto la Marcia su Roma voleva impedirglielo, fece lo sciopero della fame. Dei giudizi della storia, Fiorenza, se ne frega. Anche adesso che probabilmente le rimane poco da vivere

Nella vita di questa giovane combattente, nonostante l’età anagrafica, c’è un aneddoto assai particolare: un partigiano le salvò la vita. Era poco dopo il 25 aprile e lei, insieme ad altre ausiliarie furono fermate. Per poco scampò alla morte: i partigiani spararono e le ragazze scapparono via di corsa verso l’Arcivescovado, a Milano, che chiuse loro le porte in faccia. Ma un altro partigiano, democristiano, le ha accolte in casa sua, le ha sfamate e ha procurato loro i documenti per uscire da Milano. E quel partigiano Fiorenza lo ha incontrato più volte negli anni dopo la fine della guerra, riconoscente per averle salvato la vita. 

Da allora quella giovane ausiliaria, innamorata di Mussolini, ha imparato a non fare troppe distinzioni politiche: “Gli uomini vanno sempre giudicati dal loro cuore e non dal colore che portano addosso”, è solita ripetere Fiorenza. Ma lei, oggi, il suo basco della Saf se lo fa portare e Forlì per averlo sempre con sé e non tradirlo mai.

Riposa in pace, Camerata Fiorenza.

Anna Pedri

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