Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta Alain de Benoist



Milano, 29 set – L’ignoto riempie di paure. L’ignoto destabilizza le nostre coscienze. L’ignoto acceca l’avvenire. Non c’è maggior ignoto della democrazia nell’oggi. Il volto irregolare di un sistema governativo placido ed apparentemente accogliente verso tutti, ma sostanzialmente verso nessuno. “In breve”, scrive Alain de Benoist, “immobilizzata dall’economia e dalla morale, dall’ideologia mercatista e da quella dei diritti dell’uomo, la democrazia liberale è sempre meno democratica in quanto è sempre meno espressione politica”.

Alain de Benoist e il “problema democratico”

Uno dei padri della Nuova Destra – Nouvelle Droite usando la lingua scritta da Mentone in poi – insieme a Guillaume Faye, Pierre Vial, Giorgio Locchi e Marco Tarchi, nel 1985 ha dato alle stampe il volume Démocratie: le problème che sembra cucito addosso alla tirannide democratica sorta cavalcando il Covid. “L’economia impone la sua legge al riparo (e attraverso il linguaggio) del diritto. Il legame sociale è ridotto al contratto giuridico e allo scambio mercantile. La causa profonda della crisi attuale è l’alleanza contro natura della democrazia contro il liberismo”. Manca solo il riferimento alla scienza che nel 2021 detta l’agenda politica ed eccoci, 36 anni dopo, alle porte della società confessionale.

“Le persone coraggiose non sono quelle che non conoscono la paura, ma quelle che la superano. Ci sono molti motivi per avere paura oggi (…) Tutte le paure non sono uguali, resta la grande domanda se, di fronte ad esse, ci rassegniamo o se resistiamo. Ma la paura non è sempre una fantasia”. Alain de Benoist, in una recente intervista su Breizh-info.com, ci mostra la via a senso unico che ha intrapreso la democrazia. La stessa tratteggiata da Giorgio Agamben quando parla di “cancellazione del volto, rimozione dei morti e distanziamento sociale” i dispositivi “essenziali di questa governamentalità”. Le reminiscenze del passato ci portano a chiamare in causa Winston Churchill secondo cui la democrazia non fosse altro che “il peggiore dei sistemi ad eccezione di tutti gli altri”. Tanto bastò per spingere Jean-Marie Le Pen a definirsi “democratico churchilliano”.

Una doppia visione

Proprio qui all’imbrunire della civiltà scorrendo le pagine vergate da de Benoist troviamo una citazione, chiarificatrice, di Jacques Maritian. “Quando una democrazia si disgrega, la politica diventa appannaggio di un’oligarchia di specialisti”. Dove tutto diventa settario, dove tutto diventa l’invocazione del rischio zero, dove tutto diventa un rimando di un rimando, dove tutto diviene una legge verso la quale chinare il capo. Eppure diviene impossibile, come scrisse Cicerone, in quest’epoca sentirsi liberi in quanto servitori della legge. “Se esistesse un popolo di dei, si governerebbero democraticamente. Un governo così perfetto non si addice a degli uomini”, lo stesso Jean-Jacques Rousseau agli albori della Rivoluzione francese sentenziò, dannandola per sempre, la democrazia. Qui la chiave, qui la ribellione, qui il sovvertimento.

Del resto “il pubblico vive di mediocrità, ma non ama ciò che è mediocre”. Nelle parole di Francesco Nitti il quadro di un uomo che può scegliere la via della massa o quella del rivoluzionario. Come tratteggiato in tutto il volume Democrazia, il problema – rieditato nel 2016 dalle edizioni de Il Borghese – de Benoist propone una doppia visione, la stessa di Maurras, tra volontà e consenso. La prima fiorisce nella decisione, mentre la seconda germoglia nella maggioranza. Con la consapevolezza che saranno sempre le minoranze chiassose ad indicare il percorso illuminato.

Lorenzo Cafarchio

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