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Charlottesville, 16 ago – Difficile se non impossibile comprendere quanto successo e soprattutto quanto raccontato sugli incidenti di Charlottesville. Difficile comprendere se siano più pazzi quelli che hanno deciso di rimuovere, a oltre 150 anni dalla fine della guerra di Secessione, la statua del Generale Lee, comandante in capo delle forze sudiste e venerato da sempre come un eroe in Virginia, oppure i suprematisti bianchi sostenuti da elementi del Ku Kux Klan.

Per risolvere l’enigma non resta che affidarsi a Ezra Pound. Il poeta profetizzava durante il suo internamento nel manicomio criminale di St. Elizabeth a Washington che l’unico posto dove può vivere una persona normale in America è un ospedale psichiatrico. Come dargli torto.

Ma quanto accaduto negli incidenti di piazza, che hanno lasciato sul terreno un morto e numerosi arresti e che hanno scioccato l’opinione pubblica non solo americana, sono l’ennesima spia della decadenza a stelle e strisce peraltro già annunciata da più parti. Anzi questa è una delle chiavi di lettura, seppur riduttiva, per spiegare la vittoria elettorale di Trump.

Certo è che gli Stati Uniti non sono mai apparsi così disuniti. Un paese dove i neri sono spesso in rivolta perché sempre più discriminati (vedi il movimento Black lives matter), i bianchi sovranisti scendono in piazza per rivendicare la loro superiorità. Almeno secondo le cronache. Tutto ciò avviene in un contesto sociale drammatico.

Basta scorrere le statistiche impietose degli ultimi anni alla voce USA. I dati economici sono strutturalmente drammatici con il debito che si aggira sui 20 trilioni di dollari. 40 milioni di americani che dipendono dai Foods Stamps, i buoni alimentari caritatevoli, il 62% ha meno di 1.000 euro di risparmio in banca e la disoccupazione che no accenna a calare con gli afro-americani particolarmente penalizzati (58% di disoccupati). La criminalità, poi, resta fuori controllo. Gli omicidi nelle principali città statunitensi salgono con un tasso annuo che può superare il 15%. Ben 7 milioni di cittadini sono detenuti in carcere. Per non parlare dell’immigrazione illegale che alimenta disoccupazione e violenza.

Da questi dati si dimostra che lo slogan trumpiano “Make America Great Again” resterà, per l’appunto, solo uno slogan. Ci sono, però, solo due reparti dove l’America resta al primo posto nel mondo. La macchina propagandista hollywoodiana, con la narrativa di un “amercan way of life” che non esiste più e con l’esaltazione della superpotenza invincibile. Ma soprattutto il suo apparato industrial militare.

E questo è il problema principale, perché come spiega l’ambasciatore Sergio Romano, in un suo recente saggio, gli imperi non decadono in modo pacifico. L’aggressività americana nei confronti della Russia (vedi Nato e Ucraina) e della Cina (Corea del Nord e non solo) sono il riflesso condizionato di quanto sta accadendo in patria. Insomma incapaci di reagire alle Charlottesville interne si alimentano i fronti esterni. Un rischio per tutti. Sempre e purtroppo all’ombra della bandiera a stelle e strisce.

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