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“Ceuta si difende”: il calcio come portavoce del popolo spagnolo

by Marco Battistini
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Roma, 2 set – Sempre più legato alle logiche del mercato – e meno, almeno rispetto al passato, alle dinamiche sociali – il pingue mondo del calcio continentale si è via via abituato alla condivisione di “facili” battaglie. Ovviamente da combattere solo mediaticamente, magari a colpi di marketing. La sempreverde violenza negli stadi, le discriminazioni un tanto al chilo, la temutissima pirateria televisiva. La ricca Premier League, in tal senso, potrebbe fare scuola per tutti. Non tutto però è risolvibile con le operazioni matematiche vicine alla partita doppia: più si va nel “politico” e più diventa difficile, quantomeno personalmente costoso, prendere una posizione. Ma proprio allora, come sta succedendo a Ceuta in queste settimane, il pallone può restituirsi come efficace strumento per sensibilizzare l’opinione pubblica.

Una città in ginocchio

Minimizzata inizialmente come faccenda di poco conto, a un mese dall’improvvisa irruzione migratoria di fine luglio, la situazione emergenziale nell’enclave mediterranea è lungi dall’essere risolta. Caos e degrado regnano sovrani. Così mentre il premier socialista Pedro Sanchez si godeva le vacanze estive alle Canarie i cittadini hanno fatto i conti con un livello di insicurezza mai registrato da quelle parti: attacchi, furti, stupri e aggressioni – anche all’esercito – sono ancora all’ordine del giorno.

A Ceuta, come prevedibile, la macchina del calcio professionistico non si è potuta fermare. La società locale infatti milita da un paio di stagioni nella Segunda Division – corrispondente alla nostra Serie B. Il primo ad esporsi pubblicamente, alla vigilia dell’esordio in campionato, è stato il tecnico José Juan Romero: «Mi sento un po’ in imbarazzo e mi vergogno a parlare di calcio, visti gli eventi che stiamo vivendo in città. E penso che il calcio, in quanto piattaforma, debba prendere posizione su quanto sta accadendo qui. È una situazione molto seria». Gli organi federali nel frattempo avevano negato l’utilizzo dei campi sportivi per l’accoglienza dei migranti.

Ceuta no se vende, Ceuta se defiende

A Ferragosto i bianconeri scendono regolarmente in campo nella trasferta di Andorra la Vella. Se sul rettangolo verde finirà 5-1 per i padroni di casa la giocata più importante della gara è quella dei tifosi ospiti che per la prima volta espongono lo striscione “Ceuta no se vende, Ceuta se defiende”. A fine gara, nonostante il largo passivo e la pioggia battente, anche la squadra si fa immortalare dai fotografi con lo stendardo ben in vista.

Dalla curva alla strada l’eloquente monito diventa realmente virale. Messaggio subito recepito dalla dirigenza che in vista della prima casalinga chiede alla Liga Nacional de Fútbol Profesional – associazione che organizza anche il massimo campionato spagnolo – l’autorizzazione per poter entrare in campo con un’apposita maglietta. Il permesso arriva direttamente da Javier Tebas, numero uno del suddetto organismo che su X rincarerà la dose: «Ceuta è Spagna. Ceuta è nostra».

Dalle Canarie alla Castiglia

Sabato 22 agosto arriva a Ceuta l’Union Deportiva Las Palmas. Se da una parte gli isolani – che per raggiungere lo stadio Alfonso Murube hanno attraversato il territorio del Marocco – annunciano preventivamente di non essere interessati all’iniziativa, dall’altra il comportamento dei giocatori gialloblù si rivela completamente diverso rispetto alle previsioni. Prima del fischio d’inizio della seconda giornata entrambe le squadra indossano infatti la t-shirt “Ceuta no se vende, Ceuta se defiende”, riportante sia la bandiera locale che il vessillo nazionale. Spiega senza mezzi termini il presidente dei canarini Miguel Ángel Ramírez: «Sosteniamo Ceuta. Siamo canari e spagnoli, non vogliamo essere marocchini».

Il giorno successivo la questione arriva al “piano superiore”. Al Metropolitano durante Atletico Madrid-Villarreal i tifosi dei Colchoneros espongono lo striscione di solidarietà a Ceuta e cantano cori per la più meridionale delle colonne d’Ercole. Sul versante opposto della capitale iberica anche gli Ultras Sur – principale tifoseria organizzata del Real – si schierano a fianco dei propri connazionali.

Pochi giorni dopo arriva anche l’endorsement dalla lontana Zamora: con un comunicato ufficiale la società biancorossa, militante in terza serie, annuncia in maniera del tutto autonoma una serie di iniziative. Nello stesso fine settimana anche Cadice e Valladolid (squadra quest’ultima per qualche anno presieduta da Ronaldo) sono scese sul rettangolo verde con l’ormai popolare maglietta bianca.

Un’interessante saldatura

Anche il Siviglia sette volte campione d’Europa League ha appoggiato la causa identitaria sul proprio profilo Instagram. A Maiorca invece, dove i bianconeri hanno disputato la terza di campionato, la tifoseria di casa si è mobilitata per portare più bandiere spagnole possibili all’interno del Son Moix.

Al contrario tra i silenzi che hanno fatto rumore c’è quello di Borja Iglesias. L’attaccante galiziano, fresco campione del Mondo (pochissime battute giocate negli ottavi contro il Portogallo) e solitamente attivissimo per le cause care alla sinistra, ha scelto di non proferire parole, venendo pesantemente attaccato sui social dai follower.

Confini, sovranità, identità e solidarietà nazionale. E, per osmosi, tutte le problematiche legate alla questione migratoria. In questa interessante saldatura il calcio in Spagna è tornato finalmente a parlare alla gente.

Marco Battistini 

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