Roma, 3 ago – Gli interessi della Cina in Africa non sono una novità. Ma se si analizza bene il fenomeno della presenza cinese nel Continente Nero ci si rende conto che anch’essa contribuisce a far scappare gli africani da casa loro e a sognare l’Europa, nella fattispecie l’Italia. Tutto è cominciato con l’esperimento delle città fantasma, che tuttavia non ha mai avuto un vero e proprio successo poiché i cinesi sono un po’ restii a trasferirsi in massa in Africa, nonostante gli incentivi del regime di Pechino.

Ben più invasiva e di impatto a livello di emigrazione degli africani da casa loro è la politica economica cinese in Africa, dato che Pechino ha via via nel corso degli anni aumentato i suoi investimenti in Africa. Ha cominciato a farlo con il nuovo millennio, dopo la creazione del Forum Economico Cina-Africa, stabilendo come obiettivo primario una serie di finanziamenti a quei Paesi che hanno carenza di infrastrutture primarie, come strade, ponti, scali portuali. Senza, però, fare alcuna intromissione nella politica interna degli Stati. Un regalo non da poco per i padri padroni che reggono gli stati africani affamando i loro popoli e violando sistematicamente i diritti umani. La Cina, per il principio di non ingerenza, non dice nulla, ed è ben difficile che i capi di Stato africani a loro volta rimproverino Pechino per le sue mosse.

Angola, Sudan, Ciad, Mauritania, Guinea Equatoriale, Tanzania, sono solo alcuni dei Paesi dove il Dragone investe. Anche la base militare di Gibuti, nel Corno d’Africa, è la dimostrazione lampante che i cinesi in Africa non solo hanno messo piede, ma ci vogliono restare e comandare, anche in ambito militare. Del resto le varie infrastrutture, si pensi al primo treno elettrico del continente che parte dall’Eritrea e percorre 750 chilometri, sono state finalizzate a servire la base militare, oltre a rilanciare la nuova “Via della Seta” che risanerebbe l’economia di Pechino.

Ma torniamo agli investimenti: non fanno altro che impoverire ulteriormente l’Africa. Ad arricchirsi con la presenza cinese non sono i popoli ma i loro capi, di stato o tribù, che alla gente elargiscono a mo’ di elemosina solo le briciole dei lauti guadagni. Il che determina un sempre maggiore malcontento tra la gente, che cerca fortuna altrove, cioè in Europa, e intraprende i viaggi della speranza pagati, a caro prezzo, ai trafficanti di esseri umani.

Cifre alla mano, Pechino investe in Africa ogni anno circa 50 miliardi di dollari per costruire grandi opere, ma la progettazione e i posti di responsabilità sono per lo più cinesi e non africani. E se è vero, secondo recenti studi, che l’80% degli impiegati coinvolti nei progetti cinesi sono africani, è altrettanto vero che si tratta di manovalanza, spesso sottopagata, che li esclude da posti di lavoro con responsabilità importanti. Quel che guadagnano serve per pagarsi il viaggio in Europa.

Perché quello che interessa alla Cina non è il benessere degli africani, ma il proprio. E cerca di ingraziarsi i grandi capi di Stato, famosi per il loro grado di corruzione, per avere alleati geostrategici facilmente manipolabili con regalie di natura economica, che nulla hanno a che vedere con il benessere della popolazione.

Anche l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha più volte ribadito come la presenza cinese in Africa sia una “catastrofe epocale”, che non solo non fermerà gli sbarchi di migranti sulle nostre coste ma li moltiplicherà. Perché dall’Africa se ne andranno sempre più giovani, attratti dall’unico Paese con le frontiere ancora aperte: l’Italia.

Anna Pedri

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