Roma, 23 set – Nella stessa giornata elettorale la Germania ha mostrato due volti sempre più difficili da tenere insieme. A Berlino, Die Linke è diventata primo partito con Elif Eralp, costruendo la propria campagna attorno ad affitti, speculazione immobiliare e socializzazione delle grandi proprietà abitative. Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, invece, l’AfD ha conquistato il primo posto con un risultato attorno al 38%, mentre la CDU è sprofondata sotto la soglia del 5%, restando fuori dal Landtag. Non si tratta soltanto di due elezioni regionali andate in direzioni opposte ma la fotografia di una frattura ormai strutturale nel mondo occidentale: la capitale post-industriale si radicalizza a sinistra, la regione-provincia lontana dal centro si sposta verso destra. Ecco perchè la contrapposizione tra Berlino e Meclemburgo più che raccontare due preferenze elettorali ci lasciano osservare due collocazioni opposte dentro la modernità europea.
Il voto di Berlino mostra ancora l’Europa divisa
La vittoria berlinese di Die Linke è stata subito raccontata come il ritorno di una sinistra capace di parlare nuovamente al “popolo”, ignorando che la vittoria sia maturata all’interno di un’ecosistema già di sinistra. Ma in parte è anche vero: la campagna di Eralp non ha messo al centro il repertorio più astratto del progressismo culturale, ma un tema materiale e immediatamente comprensibile come la casa. Berlino – come probabilmente ogni grande capitale europea – è ormai una città di affittuari. Secondo i dati disponibili circa l’85% delle famiglie berlinesi vive in affitto, e la crisi abitativa è diventata uno dei primi problemi politici della capitale. La proposta simbolo della Linke resta l’attuazione del referendum del 2021 sulla socializzazione di circa 220mila appartamenti appartenenti ai grandi gruppi immobiliari. E questo spiega molto del risultato. La “questione affitt”o tiene insieme soggetti sociali diversi: studenti, giovani precari, lavoratori dei servizi, immigrati naturalizzati, ceto medio impoverito, professionisti culturali, attivisti, famiglie senza proprietà. Non serve condividere la stessa visione del mondo per concordare sul fatto che una quota crescente del reddito venga assorbita dalla casa. La Linke è riuscita a trasformare questo disagio in mobilitazione politica, parlando una lingua più concreta di quella usata per anni da una certa sinistra ossessionata da linguaggio, rappresentazione e identità.
Ma sarebbe ingenuo scambiare questo risultato per qualcosa che non è. Berlino non è tornata improvvisamente alla sinistra operaia novecentesca. La città che vota Linke non è la città industriale delle fabbriche, delle sezioni di partito, dei quartieri operai e della produzione materiale. È a tutti gli effetti una metropoli post-industriale dove università, turismo, burocrazia, cultura, servizi, comunicazione, welfare, eventi e rendita immobiliare hanno soppiantato la vecchia struttura produttiva. La questione abitativa è materiale, certo, ma il soggetto che la politicizza è il tipo umano commensale della città progressista: giovane, mobile, istruito o semi-istruito, spesso economicamente fragile ma ricco di capitale simbolico, inserito nelle reti dell’università, dell’associazionismo, della cultura e della comunicazione.
La destra intercetta il voto della perdita
Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore racconta l’altra faccia della Germania. Qui l’AfD non intercetta semplicemente un umore “reazionario” o un voto di protesta senza radici. Come abbiamo già detto, intercetta un sentimento di abbandono territoriale che attraversa molte regioni dell’Est tedesco: dopo la riunificazione, ampie aree orientali hanno conosciuto deindustrializzazione, emigrazione giovanile, invecchiamento, indebolimento dei servizi e perdita di centralità. Quando i giovani istruiti se ne vanno, oltre alla forza lavoro sparisce capitale simbolico, si indebolisce la trasmissione sociale, si riduce la capacità del territorio di rappresentare se stesso. Ma qui occorre evitare un errore speculare: la provincia povera non è automaticamente più lucida della metropoli. Spesso è semplicemente più esposta ai costi della globalizzazione, e proprio da questa posizione esposta vede ciò che la metropoli tende a rimuovere: il costo della deindustrializzazione, la fragilità demografica, la perdita di sovranità economica, l’impatto dell’immigrazione fuori dai quartieri-vetrina dell’inclusione, la distanza dello Stato, la chiusura degli ospedali, la scomparsa dei servizi, la fine di un mondo in cui lavoro, comunità, famiglia e territorio erano ancora legati.
Su questa linea corre tutta la differenza fondamentale. La metropoli vive la modernità come mobilità, riconoscimento, apertura, consumo culturale e redistribuzione morale. Il territorio periferico la sperimenta molto più spesso come sottrazione: meno industria, meno giovani, meno trasporti, meno medici, meno scuole, meno futuro.
La città progressista non è più città operaia
È qui che bisogna superare la lettura senz’altro più banale, che pure ha monopolizzato le analisi negli ultimi vent’anni: città uguale sinistra colta, provincia uguale destra reazionaria. La grande città europea non vota progressista perché sia ontologicamente più intelligente, più civile o più morale. Vota progressista perché la sua composizione sociale è cambiata di pari passo con la conversione della metropoli da luogo della produzione materiale a sito della produzione simbolica, della rendita, del consumo culturale, del welfare, dell’università, della burocrazia, dei servizi avanzati, della comunicazione e dell’amministrazione. Dire che la città è semplicemente un ambiente “parassitario” sarebbe polemicamente azzeccato ma comunque riduttivo per chi si pone seriamente la questione. Le città infatti producono ancora valore: valore immobiliare, valore reputazionale, valore turistico, valore culturale, valore finanziario, valore amministrativo, valore universitario. La città contemporanea è post-produttiva, e proprio per questo genera un elettorato differente.
Il suo soggetto politico tipico non è più l’operaio, ma il giovane istruito della città/civiltà post-industriale. Può essere precario, può avere uno stipendio basso, può vivere in affitto, può non possedere nulla. Ma conosce il linguaggio legittimo del potere culturale: genere, clima, razza, inclusione, diritti, antifascismo, sostenibilità, rappresentazione, minoranze, accoglienza. È fragile economicamente, ma integrato moralmente. Non ha necessariamente capitale economico, ma possiede capitale simbolico.
Il semi-colto metropolitano
In questo senso, parlare di elettorato urbano “semi-colto” può essere utile solo se si evitano la caricature. Non si tratta di persone prive di istruzione. Spesso è vero il contrario: laureati, studenti, professionisti, operatori culturali, comunicatori, ricercatori, attivisti, personale del terzo settore. La loro semi-cultura non consiste nell’assenza di titoli, ma nella separazione tra sapere e totalità del reale. È una cultura fortemente alfabetizzata sul piano morale e linguistico, ma spesso ignora i passaggi reali del potere: sa parlare di identità, ma fatica a parlare di infrastrutture; sa discutere di linguaggio, ma ignora le catene produttive che rendono possibile la propria vita urbana; sa denunciare la rendita immobiliare, ma vive dentro il capitale simbolico che rende desiderabile il quartiere gentrificato; sa politicizzare il clima, ma rimuove il tema dell’energia; sa invocare diritti universali, ma fatica a pensare i doveri concreti di una comunità storica; sa “decostruire la bianchezza”, ma vive dentro spazi urbani sempre più costosi, selettivi e protetti.
Si potrebbe dire, quindi, che la città post-industriale elimina il conflitto sociale nella misura in cui lo traduce in tanti conflitti morali differenti ma collegati secondo loro dalla logica dell'”intersezionalità”. Il salario viene sostituito dal riconoscimento, la classe dal genere, la fabbrica dal corpo, la produzione dall’ambiente, la militanza dalla performance. È per questo che la grande città può essere allo stesso tempo capitale della gentrificazione e laboratorio della sinistra radicale. La contraddizione in effetti è soltanto apparente. La città progressista denuncia gli effetti della propria stessa trasformazione senza uscire davvero dal mondo sociale che li produce. Protesta contro gli affitti, ma resta immersa nell’ecosistema che rende i quartieri desiderabili: università, sottoculture, turismo, giovani creativi, multiculturalismo, spazi alternativi, eventi, capitale simbolico, consumo culturale. Combatte la rendita, ma spesso ne fornisce il linguaggio estetico e morale. Ed è proprio qui che sta la forza e insieme il limite della nuova sinistra urbana: essa può apparire più concreta perché parla di casa, salari, trasporti, welfare, costo della vita, ma lo fa dentro una metropoli che è già culturalmente progressista, antifascista, ecologista, cosmopolita. Siamo davanti alla radicalizzazione interna della città liberal.
La Francia e il gradiente dell’urbanità
Il fenomeno non riguarda solo la Germania, come dicevamo all’inizio. In Francia, da anni, il voto del Rassemblement National cresce man mano che ci si allontana dai grandi centri urbani. L’Institut Terram ha parlato esplicitamente di “gradiente di urbanità”: più aumenta la distanza dalle grandi agglomerazioni, più il voto RN tende a rafforzarsi. Naturalmente sarebbe sbagliato immaginare una divisione meccanica tra città progressiste e campagne lepeniste. Contano reddito, età, diploma, lavoro, storia locale, immigrazione, sicurezza, mobilità, accesso ai servizi. Ma la frattura territoriale esiste e attraversa tutta la politica francese. Parigi, come Berlino, non è semplicemente una città. È una macchina di concentrazione: capitale culturale, amministrativo, mediatico, universitario, finanziario, turistico. La provincia profonda e le aree periurbane sono invece luoghi di distanza: distanza dal lavoro qualificato, dai servizi, dalla rappresentazione, dai centri decisionali, dai benefici della globalizzazione. Anche qui il conflitto non oppone intelligenza e ignoranza, apertura e chiusura, modernità e arretratezza. Oppone concentrazione e sottrazione.
Il centro urbano concentra risorse, linguaggi e legittimità. Il territorio periferico accumula perdita, frustrazione e senso di esclusione. La sinistra riconosce questo problema ma tende a moralizzarlo: chi vota nelle metropoli sarebbe aperto, chi vota nella provincia sarebbe impaurito. Ma questa spiegazione serve soprattutto a proteggere l’innocenza morale delle classi urbane, trasformando una frattura materiale in una gerarchia immutabile tra progresso e reazione.
Due società elettorali nello stesso Stato
La novità di questo volgere degli anni Venti non è quindi soltanto il ritorno della sinistra radicale, né l’ascesa della destra populista. È la formazione di due società elettorali che abitano lo stesso Stato e sempre meno lo stesso mondo politico. Le grandi città producono maggioranze progressiste fondate su giovani, affittuari, minoranze, università, servizi, cultura, burocrazia, ceti culturali e reti associative. Le province e le aree periferiche producono invece voti di rottura, spesso legati a deindustrializzazione, insicurezza, invecchiamento, spopolamento, perdita di servizi e ostilità verso il conformismo metropolitano. Il rischio è leggere tutto questo in modo troppo lineare, sia da una parte che dall’altra: la Linke vince Berlino e allora la sinistra sarebbe tornata a parlare al popolo; l’AfD vince nel Meclemburgo e allora la destra radicale sarebbe pronta a conquistare tutta la Germania. In realtà, questi risultati dicono qualcosa di diverso: ogni forza politica può diventare fortissima nel proprio ecosistema senza riuscire necessariamente a uscire da esso. La sinistra radicale può vincere nelle metropoli dove il problema dell’affitto organizza il disagio urbano. La destra può sfondare nei territori in cui lo Stato appare lontano e la modernità assume il volto dell’abbandono. Ma nel mezzo rischia di scomparire lo spazio politico per un’alternativa all’ordine costituito.
Questa è forse la questione più grave per chi si pone come sfida il superamento del bipolarismo che sembra doversi allargare sempre di più come una forbice. E no, la crisi non riguarda il modello elettorale o il sistema democratico. Riguarda il modello nazionale che fino a poco tempo fa reggeva differenze politiche, anche molto profonde e conflittuali. Adesso ci sono territori che non condividono più un’esperienza comune della realtà. Ci sono frammentazioni sociali, politiche e soprattutto etniche difficilmente ricomponibili dentro il classico quadro liberal-democratico.
Circondare le città non basta
Torna allora suggestiva, con tutte le approssimazioni storiche del caso, la vecchia massima maoista del “circondare le città dalle campagne”. Certo, l’Europa contemporanea non è la Cina rurale del Novecento. Sarebbe ridicolo trasformare quella formula in una strategia letterale. Eppure l’immagine conserva una sua validità a patto di interpretare l’assedio come una fase e non come stallo permanente: le campagne possono circondare le città, ma prima o poi bisogna entrarvi. Una forza politica può vincere nelle province, può raccogliere rabbia, può rappresentare i territori esclusi, può denunciare il conformismo metropolitano. Ma se lascia all’avversario università, redazioni, amministrazioni, quartieri culturali, professioni simboliche, editoria, cinema, comunicazione, scuola, festival, spazi giovanili e immaginario urbano, può anche conquistare il governo senza conquistare la società.
Una giovane destra nazional-rivoluzionaria europea dovrebbe interrogarsi proprio su questo punto. Dire che le città sono piene di radical chic, funzionari, studenti, immigrati, giornalisti e creativi può essere vero, ma non basta. È una constatazione più che una strategia. La domanda più seria è un’altra: perché la destra non riesce più a produrre un’idea di città? Perché preferisce rivolgersi alla periferia ignorando il centro? Quanto influisce l’immaginario e la propria idea di futuro dove il capitale simbolico costituisce la vera ricchezza?
Riconquistare la città
La risposta non può essere la fuga ruralista. L’Europa non è solo campagna, paesaggio e borgo. È anche polis, foro, comune, porto, università, cattedrale, arsenale, fabbrica, stazione, piazza, palazzo pubblico. Rinunciare alla città significa rinunciare a una parte essenziale della civiltà politica europea. La metropoli contemporanea è malata, gentrificata, sradicata, moralizzata, post-produttiva. Ma proprio per questo non può essere lasciata all’avversario per disinteresse, o peggio, per disimpegno. Il voto tedesco, letto in un quadro europeo, ci dice che la città progressista non è irrimediabilmente persa, ma è occupata da chi ha saputo abitarne meglio le trasformazioni. Il territorio periferico può produrre rottura, ma rischia di ristagnare nel risentimento se non si pone come obbiettivo “marciare su Roma“. Ma soprattutto rischia di cristallizzare quel bipolarismo che tiene sostanzialmente mutilata la nostra sovranità.
La sfida è ricostruire un’idea di città che non sia né mercato immobiliare né laboratorio woke, né nonluogo turistico né enclave antifascista mantenuta dall’amministrazione. Una città di residenti, famiglie, lavoro, produzione, servizi, sicurezza, bellezza, appartenenza e forma. Ogni tornata elettorale torna a mostrarci il problema con chiarezza didascalica: città rosse e regioni blu. Sta arrivando il momento di chiedersi se vogliamo conservare questo ordine oppure tentare di superarlo, ma soprattutto interrogarsi su quali poteri, potenze e minoranze sapranno sfruttare questa frammentazione.
Sergio Filacchioni