Roma, 23 set – «Buongiorno, come ti chiami?». Non è esattamente la domanda che ci si aspetterebbe di trovare all’esame di ammissione a Oxford né un quesito destinato a mettere in difficoltà un candidato alla presidenza della Repubblica. È una delle prime frasi che si imparano quando si comincia a studiare una lingua straniera, insieme a «come stai?» e «da dove vieni?».
Eppure, secondo quanto raccontato dal sindaco di Cadoneghe, Marco Schiesaro, una donna marocchina convocata in municipio per il giuramento necessario all’acquisizione della cittadinanza italiana non sarebbe stata in grado di comprendere nemmeno queste semplici domande. Non solo: secondo il sindaco, la donna non riusciva a leggere autonomamente il verbale del giuramento e il marito, presente alla cerimonia, avrebbe cercato di rispondere al suo posto. A quel punto Schiesaro ha deciso di non procedere con il giuramento e ha chiesto che venissero effettuate le verifiche necessarie.
È importante chiarire il punto perché nella polemica successiva si è parlato di una «cerimonia sospesa», di un atteggiamento ostile e, più genericamente, di una presunta chiusura nei confronti dell’integrazione. Ma il fatto sostanziale è molto più semplice: il sindaco non ha deciso che quella donna non potrà mai essere italiana; ha fermato il giuramento, constatando una situazione che, a suo giudizio, non consentiva di procedere. Ed è proprio questo che dovrebbe far riflettere.
L’italiano sarebbe il minimo indispensabile
La domanda da porsi non dovrebbe essere perché il sindaco abbia fermato la procedura, ma perché avrebbe dovuto portarla avanti: se una persona sta per compiere un atto solenne con il quale assume lo status di cittadino della Repubblica italiana, se quel momento comporta un giuramento e se quella persona non è in grado di comprendere le parole che le vengono rivolte, quale sarebbe esattamente il comportamento corretto? Procedere comunque, magari lasciando che sia il marito a rispondere al suo posto? È una domanda che sembra quasi provocatoria soltanto perché ci siamo abituati a considerare ogni requisito come un fastidio burocratico da aggirare.
Eppure, la questione non riguarda la perfezione linguistica. Nessuno pretende che chi diventa italiano debba parlare come un membro dell’Accademia della Crusca, conoscere ogni eccezione della grammatica o recitare a memoria i versi della Divina Commedia. Un italiano può avere un forte accento, fare errori, usare un vocabolario modesto e restare perfettamente italiano. Il problema è un altro: se non comprendi la lingua nella quale devi prestare il giuramento che ti rende cittadino, come puoi essere consapevole dell’atto che stai compiendo?
Il sindaco Schiesaro ha sostenuto, o meglio, ha dovuto sostenere per rassicurare qualcuno, di non aver agito per una questione di provenienza e di non pretendere la perfezione, ma semplicemente una conoscenza sufficiente della lingua e la volontà concreta di integrarsi. È una distinzione fondamentale, perché trasformare questa vicenda in una questione di marocchini contro italiani significa perdere completamente il punto. Qui si parla di cittadinanza!
La cittadinanza non è un documento da mettere nel portafoglio
Forse il problema nasce proprio dal fatto che abbiamo progressivamente ridotto la cittadinanza alla sola dimensione burocratica. Una pratica viene presentata, i documenti vengono controllati, i requisiti vengono verificati, qualcuno firma e alla fine arriva il documento. Tutto regolare, tutto ordinato, tutto amministrativamente impeccabile. Ma la cittadinanza non è soltanto un documento. È l’appartenenza a una comunità politica e nazionale; significa acquisire diritti, ma anche assumere doveri e responsabilità. Il Ministero dell’Interno stesso descrive la cittadinanza come lo status cui l’ordinamento collega la pienezza dei diritti civili e politici.
Ed è proprio per questo che il tema linguistico non è un dettaglio. La lingua è lo strumento attraverso il quale una comunità si racconta, trasmette le proprie leggi, comunica la propria storia, educa i propri figli e discute del proprio futuro. Un cittadino dovrebbe poter leggere una legge, comprendere una comunicazione del Comune, parlare con un insegnante, leggere un giornale, comprendere un contratto e, possibilmente, capire che cosa gli viene detto nel momento in cui presta giuramento alla Repubblica. Non occorre essere Manzoni, occorre semplicemente capire l’italiano.
Diventare cittadini italiani senza conoscere l’italiano?
C’è poi una domanda che sarebbe scomodo porre, ma che proprio per questo merita di essere posta: per quale motivo una persona che non conosce la lingua italiana dovrebbe voler acquisire la cittadinanza italiana? Non è una domanda ostile e non implica che la risposta sia necessariamente negativa. Può esserci una storia familiare complessa, una lunga permanenza in Italia, un percorso migratorio, una famiglia ormai radicata nella nazione o semplicemente il desiderio di acquisire pienamente i diritti e i doveri legati alla cittadinanza. Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più interessante. Se una persona desidera davvero entrare a far parte della comunità italiana, perché non dovrebbe desiderare anche di conoscerne la lingua?
La lingua non è un pedaggio imposto dall’alto per rendere più difficile l’accesso alla cittadinanza. È il principale strumento attraverso il quale quell’appartenenza può diventare concreta. Altrimenti si rischia di costruire una concezione piuttosto curiosa dell’integrazione: diventare cittadini prima, imparare eventualmente la lingua dopo. È come consegnare la tessera di un club a qualcuno che non sa nemmeno che cosa si faccia nel club, purché abbia compilato correttamente il modulo d’iscrizione.
Lo ius sanguinis e l’idea di appartenenza
La questione diventa ancora più interessante se la si colloca nella tradizione giuridica italiana. L’Italia continua a fondare la propria disciplina della cittadinanza principalmente sullo ius sanguinis, cioè sulla trasmissione della cittadinanza attraverso la discendenza, pur prevedendo numerose ipotesi nelle quali la cittadinanza può essere acquisita successivamente da chi nasce o vive in Italia senza avere genitori italiani. È un principio che porta con sé un’idea precisa: la cittadinanza non coincide semplicemente con il luogo nel quale una persona si trova.
Ragionando sullo ius sanguinis, dobbiamo insistere proprio sulla differenza tra una concezione della cittadinanza intesa come semplice conseguenza della presenza territoriale e una concezione nella quale l’appartenenza nazionale implica continuità, trasmissione e riconoscimento di una comunità storica. Si può essere favorevoli o contrari a questa impostazione, ma non si può far finta che la differenza non esista. E soprattutto non si può pretendere di discutere seriamente di cittadinanza se si elimina dal discorso proprio la parola più importante: appartenenza.
Nascita, residenza e appartenenza non sono la stessa cosa
Prendiamo allora un esempio volutamente banale. Se io, italiano, vado in vacanza in Canada e, durante quella vacanza, nasce mio figlio, il bambino diventa automaticamente canadese per il solo fatto di essere nato lì? In linea generale sì, perché la disciplina canadese prevede lo ius soli, salvo specifiche eccezioni. Ma questo non modifica il punto essenziale per la nostra discussione: la nascita su un territorio e l’appartenenza nazionale sono concetti distinti, e gli ordinamenti possono disciplinarne il rapporto in modi diversi.
E immaginiamo pure qualcosa di ancora più estremo: vivo per vent’anni in Australia, continuo a parlare italiano in famiglia, educo i miei figli secondo abitudini italiane, cucino la pasta la domenica e, per quanto possa sembrare incredibile, continuo persino a detestare i canguri. Questo non significa automaticamente e inevitabilmente che io sia diventato australiano. L’esempio è volutamente paradossale, perché serve a mettere in evidenza una cosa ovvia: la cultura, la residenza, la lingua, la nascita e la cittadinanza sono elementi che possono intrecciarsi, ma non sono la stessa cosa. Una persona può vivere in un Paese senza esserne cittadina. Può nascerci senza acquisirne la cittadinanza, secondo le regole di quello Stato. Può essere cittadina di uno Stato e vivere dall’altra parte del mondo. La cittadinanza, dunque, non può essere ridotta alla geografia.
E nemmeno la cittadinanza si può ridurre a un test
Questo non significa, però, che la soluzione consista nell’inventare una specie di «patentino dell’italianità». Qui si rischia infatti l’errore opposto: trasformare la cittadinanza in un altro esame burocratico, con una serie di domande a risposta multipla alle quali rispondere mettendo la crocetta sulla casella corretta. Qual è la capitale d’Italia? Roma. Chi ha scritto I promessi sposi? Manzoni. Che cosa dice l’articolo 1 della Costituzione? Quello, giusto. Complimenti: sei italiano. No. Una procedura del genere potrebbe misurare alcune conoscenze, non l’appartenenza.
Le prove Invalsi possono avere una funzione nell’ambito scolastico e fornire dati sulle competenze degli studenti, ma non possono dirci se una persona «è» italiana nel senso più ampio del termine. Allo stesso modo, un test di educazione civica può verificare se qualcuno conosce alcune nozioni, ma non può trasformare automaticamente quella conoscenza in appartenenza. La cittadinanza non è un quiz. E proprio per questo la lingua assume un significato particolare: non perché superare un esame grammaticale renda italiani, ma perché senza la possibilità concreta di comunicare nella lingua della comunità è difficile immaginare una piena partecipazione alla sua vita.
Imparare l’italiano non significa rinnegare le proprie origini
Anche qui, però, sarebbe bene evitare una caricatura. Chiedere a un marocchino, a un egiziano, a un albanese o a un argentino che vuole diventare italiano di imparare l’italiano non significa chiedergli di rinnegare il luogo dal quale proviene. Non significa che debba smettere di parlare la lingua dei genitori, dimenticare le proprie tradizioni o cambiare il proprio cognome. Significa semplicemente che, entrando in una nuova comunità politica, dovrebbe essere disposto a conoscerne e utilizzarne gli strumenti fondamentali di comunicazione.
È un principio che vale per tutti, non soltanto per gli stranieri. Se un italiano si trasferisce stabilmente in Giappone e vuole partecipare davvero alla vita della società giapponese, prima o poi dovrà imparare il giapponese. Se vive in Germania, sarà molto più semplice vivere pienamente la propria vita sociale e professionale conoscendo il tedesco. Nessuno considererebbe razzista il fatto che un immigrato debba imparare la lingua del Paese nel quale vive. Anzi, si sentirebbe parte integrante della comunità proprio usando la stessa lingua. Perché dovrebbe essere diverso quando si parla dell’Italia?
La cittadinanza vale perché significa appartenenza
La questione, alla fine, è molto semplice: se la cittadinanza è soltanto un documento, allora possiamo anche smettere di attribuirle qualsiasi significato particolare. Basta controllare le carte, mettere una firma e consegnarla; se, invece, la cittadinanza è appartenenza, allora dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che diventare cittadini è qualcosa di più che completare una pratica. È per questo che la scena di Cadoneghe dovrebbe essere discussa senza isterismi. Non è necessario trasformare una donna che non conosce adeguatamente l’italiano in un simbolo dell’immigrazione vietata, così come non è necessario trasformare il sindaco che ne sospende il giuramento in un simbolo dell’intolleranza. Il punto è molto più semplice e, proprio per questo, molto più serio: se una persona non comprende la lingua nella quale dovrebbe prestare giuramento alla Repubblica, è ragionevole fermarsi e verificare se esistano le condizioni per procedere. Non è una punizione. Non è una dichiarazione di guerra all’integrazione. È, semmai, il giusto riconoscimento che la cittadinanza deve avere un valore.
Perché se per diventare italiani basta possedere un documento, allora il documento vale più dell’italianità. Se, invece, diventare italiani significa entrare in una comunità, condividerne almeno gli strumenti fondamentali e assumersi consapevolmente diritti e doveri, allora imparare la lingua non è il muro che impedisce l’ingresso. È il primo ponte. E, forse, il vero problema non è che a Cadoneghe un sindaco abbia detto di no. Il vero problema sarebbe arrivare al punto in cui nessuno abbia più il coraggio di chiedere perché, davanti a un giuramento alla Repubblica italiana, una persona non sia nemmeno in grado di capire che cosa le viene chiesto. Perché una cittadinanza che non significa nulla può essere concessa a chiunque, ma una cittadinanza che significa qualcosa, prima di tutto, deve essere compresa e apprezzata da chi la riceve.
Tony Fabrizio