Roma, 16 ago – Uno degli aspetti più grotteschi dell’attuale, schizofrenica crisi di governo è il «dialogo a distanza», rigorosamente consumato sui social, tra Conte, Salvini e Di Maio, con le incursioni di Di Battista. Scordiamoci ovviamente i toni pacati e la garbata ironia in punta di forchetta, qui è tutto un profluvio di lettere con toni passivo-aggressivi, meme sulle «persone false» e ventilate epurazioni dal novero delle amicizie, fino alle battute da giullare per suscitare l’«ooooh» di meraviglia del proprio seguito elettorale.

Bulimia comunicativa

Sono finiti i tempi in cui le crisi venivano vissute in un clima di semi-segretezza, tra voci di corridoio, incontri di palazzo, cene, tenendo tutta la nazione con il fiato sospeso. Oggi invece, la bulimia comunicativa che ha investito il mondo della politica lascia la testa dell’italiano medio a rimbalzare contro i social, come una falena su una lampada accesa. Insomma, ormai si è scelto l’approccio semi epistolare delle lettere-messaggio – che sanno molto di quei biglietti appesi dai condomini per segnalare che il cane dell’inquilino X piscia sullo zerbino – il cui fine, sicuramente, non è la tanto sbandierata «trasparenza» – quella, per dire, che lo stesso Conte aveva promesso durante la sua conferenza stampa a Palazzo Chigi.


Prendiamo ad esempio il messaggio che Conte ha rivolto a Salvini, affidandosi a Facebook: dietro ai toni apparentemente formali/istituzionali cela una serie di considerazioni piuttosto pesanti e di taglio personale; come un rancoroso utente Fb qualsiasi, e non in quanto alta carica dello Stato accusa Salvini di slealtà, perché proprio la «lealtà», l’«essere vero» è il concetto-base della trincea emotiva dell‘homo social, da cui ormai la politica attinge a mani basse.

La stessa risposta di Salvini è una sorta di metaforico «specchio riflesso» infantile. E che dire dell’altro vicepremier, Luigi Di Maio, che il giorno prima nemmeno scrive una missiva, ma si affida a una sorta di imbarazzante rivisitazione «normie» di grafica dei meme, veicolando un messaggio passivo aggressivo sulle «amicizie false». Qui non è più chiaro se Di Maio si stia allineando in modo paraculo al linguaggio della propria fan base, seguendo le tecniche salviniane, oppure sia semplicemente egli stesso utilizzi questo linguaggio senza filtri, da utente medio di Facebook, il quale, come è noto, rifugge da qualunque forma di complessità mentale.

Un dialogo tra sordi

Questo scambio rappresenta un ulteriore tassello dell’inabissamento della comunicazione politica. Ciascuno di questi messaggi sembra rivolto al proprio pubblico per polarizzarlo, quindi nei fatti è un dialogo tra sordi, perché nessuno si sta davvero rivolgendo all’interlocutore politico, ma solo a sé stesso e alla propria fan base. Come, del resto, avviene ogni giorno tra la gente comune sui social.

Irrompe Dibba

A riprova di ciò, l’irruzione in scena di Alessandro Di Battista: il quale, pur non ricoprendo delle cariche istituzionali, entra lo stesso a gamba testa nel dibattito, con un post sardonico ricco di stoccate per la cui redazione sarà rimasto a ruminare una notte intera. A partire dal quel “ministro del tradimento” che rifà il verso al “ministro della Malavita” di Saviano. Ma a che pro? Dare manforte a Conte e Di Maio o esibirsi in un esercizio di narcisismo digitale, una masturbazione davanti allo specchio? Quando si esprime così – quasi sempre – Dibba sembra quei personaggi che ridono da soli delle proprie battute.

Tutto questo potrà anche piacere al pubbico; potrà anche risolversi in una tattica di avvicinamento dell’«uomo politico» all’«uomo dietro la tastiera», dando l’illusione a quest’ultimo di essere parte del dialogo, ma di fatto il risultato è così scadente da aver segnato l’ennesima tappa di svuotamento e di avvilimento della politica.

Cristina Gauri

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2 Commenti

  1. Ottimo articolo che descive bene le dinamiche odierne di molti politici.Questi al massimo potrebbero lustrare le scarpe ai poltici del passato,quelli che furono eliminati dalla tangentopoli organizzata dai poteri occulti stranieri per levare all’ Italia le banche(banca d’italia compresa) e aziende pubbliche che difendevano da ingerenze straniere per il bene del popolo italiano

  2. Fa morir dal ridere sentire Dibba parlare delle altrui “settimane papeetiane” dopo che lui s’è fatto un anno di vacanze a spese dei contribuenti italiani. Un minimo di pudore, santiddio! Gli altri due invece, Conte e Di Maio, soffrono di amnesia collettiva. Non si ricordano più gli insulti quotidiani rivolti all’alleato di governo nei due mesi precedenti le elezioni Europee? E i cantieri che non si potevano aprire? E l’autonomia differenziata che non si poteva fare? E la flat-tax per la quale, guarda caso, non c’erano più le risorse? Tutti punti sottoscritti in fase di contratto di governo. Quindi, chi ha tradito chi?

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