Roma, 11 set – Siamo in un periodo storico nel quale è sempre più difficile trovare un film decente. O che, per lo meno, non ci faccia sentire in colpa per essere un maschio bianco eterosessuale. Basti vedere la Mostra del Cinema in corso in questi giorni a Venezia: milionari viziati come Javier Bardem ci tengono a dire che l’immigrazione sia colpa dei nostri lussi. E che, di conseguenza, dobbiamo vivere fianco a fianco con il terzo mondo. Noi, ovviamente, mica lui! Le dichiarazioni di attori e registi fanno rivalutare per personalità ed acume quelle delle miss degli anni ’80 e dei ciclisti ante guerra, tanto sono stereotipate e totalmente sconnesse dalla vita reale. È quindi paradossale, eppure in un certo senso catartico, che a riconciliarci con il grande schermo ci pensino un coyote ossessionato ed un ex lottatore di wrestling, in una pellicola che nessuno voleva farci nemmeno vedere.
Esseri umani e cartoni animati
Coyote vs. Acme rientra nel filone inaugurato da Chi ha incastrato Roger Rabbit nel 1988, vale a dire un universo nel quale esseri umani e cartoni animati (in questo caso i Looney Tunes) convivono. La pellicola porta sullo schermo con il ruolo di protagonista Willy il Coyote e la sua ossessiva caccia al pennuto Beep Beep. Ispirato ad un articolo del The New Yorker del 1990, la storia ci racconta di come Willy decida di fare causa alla Acme, in quanto tutti i prodotti che ha acquistato per catturare Beep Beep si sono rivelati assolutamente malfunzionanti.
Per farlo si rivolge ad un modesto avvocato allergico alle cause in aula (Will Forte), che si ritrova, suo malgrado, costretto a combattere una multinazionale, difesa da un fantastico e perfido John Cena, che non può perdere in quanto le stesse leggi sono scritte da lei.
L’ossessione del coyote
La vicenda è già stata mostrata al cinema innumerevoli volte (l’uomo comune che si trova in un ingranaggio troppo più grande per lui), ma qui la vicenda di Davide contro Golia è arricchita dalla sotto trama del personaggio di Willy il Coyote che è schiavo della sua ossessione. Non vuole fare causa alla Acme per questioni economiche o di principio: il suo unico scopo è sempre quello di catturare Beep Beep per mangiarselo!
E, proprio la sua nemesi, di fatto si rivela il suo unico amico. Non a caso viene anche citato il mito ellenico di Sisifo: costretto da Zeus a spingere in eterno un grosso masso dalla base alla cima della montagna. Ogni volta che sembra raggiungere la sommità della vetta, però il masso precipita a valle e l’inutile fatica si ripete all’infinito. Questo è Willy, un personaggio che fa della sua ossessione l’unica ragione di vita.
Un film che funziona
La Acme, invece, rappresenta tutto ciò che di spietato hanno le multinazionali: immette scientemente sul mercato prodotti scadenti allo scopo di migliorarli testandoli su consumatori compulsivi come Willy, disposta anche a risarcire piccole somme pur di non svelare il progetto alle spalle.
Il film di Dave Green funziona egregiamente, in perfetto equilibrio tra risata e riflessione. Ma ciò che lo ha reso un caso mondiale è che la pellicola, una volta completata nel 2023, era destinata all’oblio. Nessuno avrebbe dovuto vederla. Proprio come l’Acme, anche la Warner Bros. è una multinazionale dedita al profitto ad ogni costo, quindi decise di richiedere la perdita fiscale di 30 milioni di dollari e di distruggere la pellicola (pratica che sempre più case cinematografiche stanno utilizzando).
La cosa però fece scalpore, in quanto chi aveva avuto occasione di visionare l’opera ne era rimasto piacevolmente colpito e poi il passaparola sul web ha fatto il resto. Il pubblico ne ha chiesto a gran voce l’uscita nelle sale e così è stato. Anzi lo slogan di promozione è, paradossalmente, stato “Il film che la Warner Bros. non vi voleva far vedere”. Uscito finalmente al cinema, ha riscosso un ottimo successo e tutto questo ci riporta alla tesi di fondo: le multinazionali cadranno sempre in piedi, riuscendo a monetizzare persino la pubblicità negativa e le critiche.
Ed il nostro Willy? Come l’anti eroe da film western che è, alla fine della storia se ne torna nella sua amata Monument Valley ad inseguire il suo eterno impossibile sogno: mettere in padella Beep Beep. Ed ecco partire i titoli di coda sulle note, quanto mai appropriate, di I Fought the Law dei Clash.
Roberto Johnny Bresso