Parigi, 27 feb – La famosa catena francese Decathlon ha deciso di commercializzare un velo islamico per le donne che vogliono fare jogging halal. Come da copione, si levano scudi a difesa della libera scelta imprenditoriale dell’azienda e si innalzano cori contro la volontà di imporre la fede islamica e i suoi corollari in un paese che fu il primo a sventolare la bandiera della laicità oltre due secoli fa.

Il fatto curioso è che, anche in questo caso, i musulmani non hanno domandato nulla e soprattutto non hanno chiesto di essere ancora una volta il capro espiatorio ideale della solita fregatura dei diritti civili in cui gli unici ad uscirne vincitori sono sempre i furbetti del capitalismo apolide, che già Lenin affermò essere talmente stupidi di arrivare a vendere perfino la corda che servirà ad impiccarli.

Scegliere tra il perizoma e il burka


Ad ogni modo, in seguito al polverone pro/anti “hijab” Decathlon ha rinunciato a commercializzare questo accessorio sportivo/religioso. Riflettendoci, non è il velo islamico ad infastidire, ma chi ha voluto venderlo, ovvero degli individui che con le loro imprese commerciali stimolano una tensione perenne tra il popolo ormai costretto a scegliere tra il perizoma ed il burka, tra la santa e la puttana, tra il “bene” e il “male”, in una dicotomia odiosa e priva di reali contenuti culturali, laici o religiosi.

Décathlon è solo un caso della infelice mondializzazione, di un sistema anarchico-capitalista che denuncia il burka a Kabul, nel nome del femminismo e dei diritti umani, salvo poi commercializzarlo nei centri commerciali dell’”evoluto” Occidente. Che vi sia anche nascosta una volontà di attizzare il caos etnico e religioso?

Chiara Del Fiacco

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