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Dalla “politica degli aiuti” alla difesa comune: il ruolo dell’Ucraina nella futura sicurezza europea

by Sergio Filacchioni
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difesa europea Ucraina

Roma, 30 set – Negli ultimi quattro anni il dibattito europeo sulla guerra in Ucraina ha ruotato attorno alla quantità e alla qualità del sostegno da garantire a Kyiv. Armi, munizioni, sistemi antiaerei, missili a lungo raggio, addestramento: ogni passaggio è stato discusso all’interno di una relazione rimasta sostanzialmente invariata, nella quale l’Europa forniva capacità e l’Ucraina le impiegava sul campo. Un’analisi pubblicata sull’ultimo numero di Survival, rivista dell’International Institute for Strategic Studies, sostiene che questo schema sia ormai insufficiente. Il problema non sarebbe più soltanto come sostenere l’Ucraina, ma come incorporare le capacità sviluppate da Kyiv nella futura difesa del continente.

Dalla superiorità numerica alla guerra sotto soglia

Il ragionamento parte inevitabilmente dal campo di battaglia: un luogo molto concreto, che pure nel dibattito occidentale ed italiano tende a sfumare sotto le polemiche e il pacifismo da quattro soldi. Secondo Alina Frolova, vicepresidente del Centre for Defence Strategies di Kyiv ed ex viceministra della Difesa ucraina, la superiorità russa in uomini e mezzi non ha prodotto una capacità proporzionale di conseguire risultati operativi decisivi. La relativa staticità del fronte viene letta come dimostrazione dei limiti della massa quando incontra un sistema capace di integrare droni, sensori, guerra elettronica e cicli di adattamento molto più rapidi. L’Ucraina non ha annullato il proprio svantaggio quantitativo, ma ha sviluppato strumenti capaci di ridurne gli effetti.
Da questa constatazione deriva la seconda parte della tesi. Se Mosca non riesce a trasformare agevolmente la propria superiorità convenzionale in una vittoria strategica, può spostare la pressione verso un terreno nel quale l’Europa è meno preparata: sabotaggi, operazioni informatiche, incursioni di droni, guerra elettronica e attacchi contro infrastrutture critiche. Non necessariamente per conquistare territorio NATO, ma per aumentare il costo politico del sostegno a Kyiv e dimostrare che la guerra può produrre conseguenze dirette all’interno degli Stati europei. Il punto è rilevante perché gran parte della pianificazione europea continua a misurare la minaccia russa secondo i tempi necessari a Mosca per ricostituire una consistente capacità convenzionale. Ancora il 24 settembre l’European Defence Agency indicava nel 2030 l’orizzonte entro cui raggiungere una maggiore prontezza militare, segnalando lacune in difesa aerea e missilistica, combattimento terrestre, droni e munizionamento. Allo stesso tempo, diversi governi europei hanno registrato un aumento di sabotaggi, attacchi informatici e violazioni dello spazio aereo attribuiti alla Russia.

L’Ucraina come capacità militare europea

È qui che l’analisi di Survival ci aiuta a cambiare prospettiva. Le forze armate ucraine vengono considerate non come il terminale dell’assistenzialismo occidentale, ma come una delle maggiori risorse militari disponibili nel continente: un esercito con esperienza diretta di guerra ad alta intensità, impiego massiccio di sistemi senza pilota, guerra elettronica, ricognizione distribuita e adattamento industriale accelerato. Da questo punto di vista, la distinzione tra «difendere l’Ucraina» e «difendere l’Europa» tende a perdere significato operativo. Non si tratta più soltanto di una costruzione teorica. Nel novembre 2025 la Joint Expeditionary Force, coalizione militare guidata dal Regno Unito e concentrata soprattutto sull’Europa settentrionale e baltica, ha formalizzato una Enhanced Partnership con Kyiv. La cooperazione comprende addestramento, droni e protezione delle infrastrutture critiche; nel marzo 2026 i governi della JEF hanno deciso di ampliare ulteriormente la partecipazione ucraina alle attività operative e alle esercitazioni, comprese quelle della serie JEF LION.
Londra e Kyiv hanno inoltre definito una cooperazione che prevede l’integrazione sistematica dell’esperienza ucraina nella formazione, nello sviluppo dottrinale e nella pianificazione delle capacità britanniche, con particolare attenzione a sistemi senza pilota, contromisure anti-drone, guerra elettronica e difesa aerea. Il rapporto comincia così a diventare bidirezionale: l’Occidente continua a fornire mezzi, ma importa dall’Ucraina conoscenze operative sviluppate sul campo.

Dall’assistenza alla pianificazione comune

Il passo ulteriore proposto dagli autori è la costruzione di un quadro operativo comune Europa-Ucraina capace di integrare difesa aerea, intelligence, sorveglianza, logistica e forze europee schierate sul fianco orientale con le capacità combattenti ucraine. La finalità non sarebbe trasferire agli eserciti europei la guerra combattuta da Kyiv, ma ridurre la distanza tra decisione politica e necessità militare e trasformare una somma di programmi nazionali in una pianificazione coerente. È su questo punto che l’analisi può essere portata oltre le conclusioni di Survival. Finché il rapporto con Kyiv viene concepito esclusivamente secondo lo schema donatore-beneficiario, il sostegno europeo appare inevitabilmente come un trasferimento unidirezionale di risorse: denaro, mezzi e munizioni che escono dai bilanci degli Stati europei e vengono consumati sul fronte ucraino. È dentro questa rappresentazione che ha trovato spazio, soprattutto nel dibattito sovranista, pacifista e contrario al riarmo, la contrapposizione fra spesa per l’Ucraina e spesa sociale interna. Il problema di questa lettura è che descrive soltanto una parte, e male, di ciò che sta realmente accadendo.

La politica europea sta infatti progressivamente collegando il sostegno militare a Kyiv alla costruzione delle proprie capacità. L’Unione ha stimato in 93 miliardi di euro l’assistenza destinata finora alle capacità militari e di difesa ucraine, ma gli strumenti più recenti sono concepiti sempre meno come semplice trasferimento di materiale. Il programma SAFE consente alle imprese ucraine di partecipare agli appalti comuni europei e quindici dei diciannove piani nazionali presentati nel 2025 prevedono progetti con l’Ucraina. Parallelamente, il nuovo Ukraine Support Instrument finanzia l’aumento della capacità produttiva ucraina e gli acquisti cooperativi, mentre l’associazione di Kyiv allo European Defence Fund apre alla partecipazione congiunta alla ricerca militare. La stessa logica emerge nel Ukraine Support Loan per il 2026-2027. Dei 90 miliardi previsti, 60 sono destinati al comparto della difesa; per il solo 2026 fino a 28,3 miliardi finanziano capacità industriali militari, con l’obiettivo dichiarato di integrare progressivamente la base tecnologica e industriale ucraina in quella europea. Non è quindi soltanto l’Europa a trasferire mezzi a verso l’Ucraina. Sta prendendo forma una filiera nella quale produzione, ricerca, procurement e sviluppo tecnologico vengono organizzati su uno spazio sempre più comune.

L’integrazione ucraina è un investimento utile oltre che necessario

Il valore di questa integrazione non è solamente industriale. Quattro anni di guerra ad alta intensità hanno prodotto in Ucraina un patrimonio di esperienza che nessun esercito dell’Unione possiede nella stessa misura: impiego su larga scala di droni, contromisure anti-drone, guerra elettronica, adattamento delle catene logistiche, integrazione fra sensori e sistemi d’arma. La Commissione europea stessa ha ormai inserito esplicitamente queste competenze nella propria politica di difesa, indicando l’esperienza ucraina come una fonte di conoscenza da trasferire attraverso addestramento, procurement congiunto e cooperazione industriale. Nel luglio 2026 Bruxelles e Kyiv hanno inoltre sottoscritto una partnership industriale che punta ad aumentare la produzione comune di droni e sistemi anti-drone entro la fine dell’anno e di capacità antimissile entro il 2028.
È in questo quadro che può cambiare anche il significato politico dell’aiuto all’Ucraina. Se Kyiv resta soltanto il destinatario di forniture necessarie a proseguire la guerra, ogni nuovo stanziamento continuerà a essere mostrato come un costo sostenuto dall’Europa a fondo perduto. Se invece le capacità ucraine vengono incorporate nella costruzione di uno strumento militare continentale, una quota crescente di quella spesa assume anche la funzione di investimento nella sicurezza europea: sostiene un esercito che contiene sul proprio territorio una minaccia militare diretta, alimenta capacità produttive utilizzabili dal continente e permette di acquisire esperienza operativa su tecnologie e forme di guerra che stanno già modificando la pianificazione militare di tutto il mondo.

Il vero costo della guerra

Questo ovviamente non elimina del tutto il costo politico del sostegno, ma consente di guardarlo da un altro punto di vista: la trasformazione prodotta dalla guerra va ben oltre il semplice aumento della spesa militare. Cambia, in primis, il criterio con cui viene misurata l’utilità del rapporto con Kyiv. L’Ucraina non è più soltanto il Paese al quale l’Europa “consegna armi” affinché possa resistere, ma un attore dal quale la stessa Europa importa esperienza, innovazione e capacità produttiva. Il passaggio dall’assistenza all’integrazione modifica di conseguenza anche i termini della discussione sul costo della guerra: non più soltanto quanto l’Europa stia spendendo per l’Ucraina, ma quale parte di quella spesa contribuisca a costruire uno strumento di sicurezza che resterà europeo anche dopo la fine del conflitto.
Se questa traiettoria verrà portata fino alle sue conseguenze, il risultato della guerra non sarà semplicemente un’Ucraina più armata e più vicina all’Occidente e la NATO. Sarà un’architettura continentale nella quale il confine tra capacità europee e ucraine sarà molto meno netto di quanto fosse nel febbraio 2022. Ed è precisamente in questo passaggio che il sostegno a Kyiv può smette di poter essere interpretato come assistenzialismo per diventare una delle modalità attraverso cui l’Europa sta definendo il suo futuro rapporto con il resto del mondo, Stati Uniti compresi.

Sergio Filacchioni

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