Roma, 27 lug – Per anni ci hanno spiegato che l’immigrazione di massa non fosse una scelta politica, ma una necessità economica. Servirebbero nuovi lavoratori per compensare il calo demografico, pagare le pensioni, occupare i posti lasciati liberi dagli italiani e garantire la crescita. La conclusione è sempre la stessa, sia quando a pronunciarla sono Confindustria e il centrodestra dei decreti flussi, sia quando viene rivestita di umanitarismo dalla sinistra delle Ong, delle cooperative e dell’accoglienza permanente: l’Italia avrebbe bisogno di importare continuamente popolazione.
A incrinare questa certezza non è stato un pericoloso sovranista, ma Oren Cass, economista di American Compass, in un intervento pubblicato dal Financial Times. Cass non ha sostenuto che ogni forma di immigrazione produca necessariamente effetti negativi, ma ha messo in discussione una tesi ben più precisa: che l’arrivo costante di lavoratori poco qualificati rappresenti automaticamente un vantaggio per l’economia. Quando il lavoro è abbondante, vulnerabile e relativamente economico, le imprese possono aumentare la produzione senza migliorare i salari, la qualità dell’occupazione o l’intensità tecnologica.
Il decreto flussi protegge il lavoro povero
Il ragionamento riguarda direttamente l’Italia. Il decreto flussi per il triennio 2026-2028 autorizza l’ingresso di 497.550 cittadini extracomunitari: 164.850 nel 2026, 165.850 nel 2027 e 166.850 nel 2028. Ben 267 mila quote sono destinate al lavoro stagionale, soprattutto nei settori agricolo e turistico, mentre 230.550 riguardano lavoro subordinato non stagionale e autonomo. Confindustria non ha mai nascosto la funzione dell’operazione. In una memoria sul decreto flussi ha chiesto di potenziarne i meccanismi per affrontare quella che definisce una «sempre più grave carenza di manodopera». Ha inoltre proposto di semplificare gli ingressi, abbreviare i tempi dei nulla osta ed estendere i programmi attraverso i quali le associazioni datoriali possono selezionare e formare lavoratori direttamente nei Paesi d’origine. La domanda che non viene mai posta è però la più importante: quale modello produttivo viene sostenuto attraverso questa importazione di lavoro?Perché un conto è attirare ricercatori, ingegneri, medici o lavoratori con competenze realmente mancanti. Un altro è garantire un rifornimento permanente di braccia ai settori che non riescono ad attirare lavoratori alle condizioni salariali e contrattuali offerte.
L’immigrazione non produce innovazione
A descrivere il risultato è un rapporto pubblicato nel 2025 dalla Banca d’Italia. Gli immigrati presenti nel mercato del lavoro italiano risultano concentrati in maniera sproporzionata nelle occupazioni meno retribuite. L’81 per cento è impiegato come operaio, contro il 49 per cento dei lavoratori italiani; soltanto il 64 per cento ha un contratto a tempo indeterminato, contro l’83 per cento dei nativi. Appena il 3 per cento lavora nei servizi ad alta intensità di conoscenza. Le imprese che impiegano più immigrati tendono inoltre a offrire salari inferiori. Il divario nel reddito annuale lordo tra immigrati e italiani raggiunge il 33 per cento. Gran parte della differenza dipende proprio dal fatto che gli stranieri vengono selezionati in contratti, qualifiche e aziende meno remunerative. Non siamo quindi davanti a un esercito di lavoratori che trascina l’Italia verso nuove frontiere sociali e tecnologiche, ma a una forza lavoro inserita soprattutto nei segmenti più fragili e meno produttivi dell’economia.
Lo stesso rapporto della Banca d’Italia ammette che, a differenza di quanto osservato nei Paesi capaci di attirare immigrazione altamente qualificata, gli arrivi verso l’Italia non sembrano avere prodotto effetti positivi sull’innovazione, proprio perché composti prevalentemente da lavoratori poco qualificati. L’immigrazione non sta dunque correggendo i difetti strutturali del sistema italiano, li sta acutizzando. Permette alle imprese meno innovative di sopravvivere senza investire in macchinari, formazione, organizzazione e produttività. Mantiene artificialmente competitivo ciò che competitivo non sarebbe più, se dovesse pagare salari capaci di attirare lavoratori già presenti nel Paese.
Quando mancano le braccia arrivano le macchine
Un recente lavoro di Daron Acemoglu, David Autor, Keelan Beirne e Andrew Scott offre un ulteriore elemento. Analizzando sette decenni di trasformazioni demografiche, gli autori hanno trovato che la scarsità relativa di lavoratori giovani può stimolare l’adozione di tecnologie che risparmiano lavoro, la brevettazione, la crescita dei settori ad alta tecnologia, la produttività e i salari. Lo studio riguarda il calo delle nascite e non misura direttamente gli effetti dell’immigrazione. Non dimostra quindi che chiudere le frontiere produca automaticamente innovazione. Demolisce però il dogma opposto: l’idea che una diminuzione della forza lavoro conduca necessariamente alla contrazione economica e che l’unica risposta possibile sia sostituire ogni lavoratore mancante con uno importato dall’estero. Nella storia economica, la scarsità ha spesso costretto le imprese a innovare. Se raccogliere un prodotto, spostare una merce o svolgere una mansione ripetitiva diventa costoso, cresce l’incentivo a meccanizzare, riorganizzare e investire. Se invece è sempre disponibile un nuovo lavoratore disposto o costretto ad accettare condizioni peggiori, il capitale può continuare a utilizzare più braccia invece di produrre più idee.
La guerra fra poveri non è un’invenzione
Gli effetti medi dell’immigrazione sui salari possono risultare contenuti, ma una media nazionale nasconde chi guadagna e chi perde. La stessa letteratura economica richiamata dalla Banca d’Italia riconosce che gli effetti negativi tendono a concentrarsi sui lavoratori autoctoni meno qualificati, sui giovani che entrano nel mercato del lavoro e soprattutto sugli immigrati già presenti, messi in concorrenza con nuovi arrivati dotati di competenze simili e di un potere contrattuale ancora più debole. È qui che l’immigrazionismo di sinistra rivela il proprio carattere profondamente antisociale. In nome dell’inclusione si aumenta l’offerta di lavoro proprio nei settori nei quali i salari sono più bassi, la contrattazione più fragile e il ricorso all’irregolarità più frequente. I benefici vengono incassati da chi acquista lavoro a basso prezzo; i costi della concorrenza, dell’integrazione e della pressione sui servizi vengono distribuiti tra i lavoratori e la collettività. La celebre formula sui «lavori che gli italiani non vogliono più fare» serve a evitare la frase completa: lavori che gli italiani non vogliono più fare a quelle retribuzioni, con quegli orari e in quelle condizioni. Se un settore trova personale soltanto importando persone provenienti da società molto più povere, non sta dimostrando la propria indispensabilità. Sta confessando l’insostenibilità del proprio modello.
L’Italia dispone ancora di milioni di persone escluse
Prima di dichiarare esaurita la forza lavoro nazionale, bisognerebbe ricordare che nel 2025 il tasso di occupazione italiano tra i 20 e i 64 anni era del 67,6 per cento, contro una media europea del 76,1 per cento. L’Italia presentava inoltre il più ampio divario occupazionale tra uomini e donne dell’Unione europea. Nel primo trimestre del 2026, mentre diminuivano i disoccupati, aumentavano di 320 mila unità su base annua gli inattivi tra i 15 e i 64 anni. Esiste quindi una vasta riserva di lavoro interna fatta di donne escluse per la mancanza di servizi familiari, giovani costretti all’emigrazione o all’inattività, disoccupati non formati, lavoratori scoraggiati e residenti delle aree interne abbandonate. Attivare queste persone costa: servono salari, case, asili, trasporti, formazione e politiche industriali. Importare lavoratori già adulti appare più semplice e, soprattutto, consente di non modificare i rapporti economici esistenti. Persino il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, pur indicando l’immigrazione regolare tra gli strumenti necessari, ha spiegato che il vincolo demografico deve essere affrontato aumentando la partecipazione di donne e giovani, investendo nel capitale umano, sostenendo la natalità e facendo crescere produttività e salari. L’immigrazione è una componente possibile della politica economica, non il sostituto universale di tutte le altre.
Destra padronale e sinistra dell’accoglienza
Su questo terreno, una parte del centrodestra e la sinistra finiscono per rappresentare due momenti dello stesso sistema. Il primo apre la porta economica attraverso decreti flussi sempre più ampi, in nome delle esigenze delle imprese. La componente liberal-moderata cerca poi di trasformare la presenza prodotta da quel modello in un dato politico permanente attraverso lo ius scholae o ius Italiae. La sinistra completa l’operazione. Presenta i flussi come moralmente inevitabili, criminalizza chi vuole limitarli e affida alla propria rete di associazioni, cooperative, mediatori e professionisti la gestione dell’accoglienza e dell’integrazione. La destra datoriale domanda lavoratori; la sinistra umanitaria fornisce la legittimazione ideologica e costruisce intorno agli arrivi una propria base sociale e organizzativa. Litigano sui porti, sulle procedure e sulla retorica, ma concordano sull’essenziale: la società italiana deve adattarsi a flussi continui, mentre le imprese non devono adattarsi alla scarsità di lavoro, aumentare i salari o innovare.
Più idee, non più braccia
Un’economia nazionale seria può programmare ingressi limitati, selettivi e collegati a competenze effettivamente necessarie. Non può usare l’immigrazione come metadone demografico, né come strumento per impedire che la scarsità di lavoratori produca migliori retribuzioni, automazione e trasformazione industriale. L’Italia non si salverà sostituendo i giovani che perde con lavoratori poveri importati da altri continenti. Si salverà rendendo possibile agli italiani formare famiglie, lavorare, produrre, inventare e restare nella propria terra. Il resto non è sviluppo ma la conservazione di un sistema a bassa produttività nel quale i profitti vengono privatizzati e i costi sociali collettivizzati. Fissiamocelo in testa: l’economia migrazionista non costruisce il futuro, prolunga il presente di chi guadagna dal lavoro povero. Confindustria lo chiama reperimento della manodopera, la sinistra lo chiama accoglienza. Per i lavoratori significa la stessa cosa: più concorrenza al ribasso, meno potere contrattuale e un Paese condannato ad avere sempre bisogno di più braccia perché ha rinunciato a produrre più idee.
Sergio Filacchioni