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L’ipocrisia del funerale di Stato per Emma Bonino: una vita spesa contro gli italiani

by Tony Fabrizio
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Roma, 14 set – Si può essere sinceramente dispiaciuti per la scomparsa di Emma Bonino e riconoscerle una vita spesa al fronte, senza per questo scivolare nell’agiografia. Il rispetto per chi se ne va è un conto; la santificazione a reti unificate di chi ha fatto del dissolvimento dell’identità e dei valori un’articolata carriera politica è un altro.

Il “contagio” del partito radicale di massa

Non c’è proprio nulla da festeggiare della morte altrui, e non certo per un sussulto di stile — noi non siamo mai stati come loro. Inutile quindi sottovalutarla post-mortem: ciò per cui la Bonino si è spesa attivamente per cinquant’anni, fa parte ormai della nostra quotidianità. L’idea di somministrare stili di vita mortiferi per sciogliere un popolo di cittadini in una massa indistinta di consumatori atomizzati ha vinto su tutti i fronti. Il “partito radicale di massa“, da cui Augusto Del Noce ci metteva in guardia decenni fa, ha ormai colonizzato l’intero arco parlamentare, da destra a sinistra. È diventato la norma, ovvero quel “pensiero unico” che non ha nemmeno più bisogno di essere convertito in legge perché è già l’ambiente naturale del dibattito.

Ecco perché la concessione dei funerali di Stato suona come l’ennesima marchetta dell’ipocrisia repubblicana. Inutile soffermarci sulle questioni di etichetta e normale amministrazione: il rispetto per le istituzioni può esserci a patto di non scendere a compromessi con una linea politica che ha sempre odiato l’Italia. Emma Bonino ha guidato l’autogenocidio demografico e culturale della nostra nazione, facendosi quinta colonna di ogni smantellamento confinario e identitario. Ma c’è anche un’altra faccia, meno celebrata, delle battaglie sui diritti civili. Un’idea radicalmente liberista della società, nella quale quasi ogni tutela collettiva sembrava trasformarsi in un ostacolo alla libertà del mercato. L’articolo 18, per esempio, veniva considerato un «vincolo che blocca le assunzioni»: l’obiettivo era eliminare la reintegra in caso di licenziamento illegittimo e rendere il rapporto di lavoro sempre più flessibile. Gli italiani furono chiamati a esprimersi e il referendum del 2000 fallì, con il No al 66% tra i votanti. Ma quella battaglia non scomparve affatto: negli anni successivi sarebbe stata ripresa, in forme diverse, dalle riforme del lavoro fino al Jobs Act di Renzi.

Non solo diritti civili, l’eredità radicale

La stessa filosofia attraversava la proposta di liberalizzare i contratti a termine e il part-time, presentando come libertà e flessibilità ciò che, dal punto di vista di chi difende il lavoro stabile, rischiava invece di trasformarsi in precarietà permanente. Il problema non è essere contrari alla flessibilità in assoluto; il problema è chiedersi che cosa accade quando la flessibilità diventa una condizione strutturale imposta sempre alla parte più debole del rapporto. Se l’impresa guadagna libertà, mentre il lavoratore perde sicurezza, potere contrattuale e possibilità di programmare la propria vita, chiamare tutto questo semplicemente «modernizzazione» significa raccontarne soltanto metà. E la stessa logica arrivava persino là dove dovrebbe prevalere il principio della solidarietà. La proposta di superare l’esclusiva dell’INAIL e aprire all’assicurazione privata anche il settore degli infortuni sul lavoro era perfettamente coerente con questa impostazione: ciò che per una concezione sociale dello Stato rappresenta una tutela collettiva fondamentale, per il liberismo può diventare un servizio da affidare alla concorrenza. Ma noi facciamo fatica ad accettare l’idea che la protezione di chi si fa male lavorando oppure della famiglia di chi non torna più a casa dalla fabbrica, debba essere considerata innanzitutto una questione di mercato.

Lo stesso vale per la sanità. La prospettiva radicale puntava a ridimensionare il monopolio pubblico e ad ampliare la libertà di scelta attraverso l’assicurazione privata. Anche qui il principio può essere riassunto con una formula apparentemente innocua: più scelta, più concorrenza, meno Stato. Il problema è che nella sanità la libertà di scegliere non pesa allo stesso modo sulle tasche di tutti. Chi dispone di risorse può sempre comprare alternative; chi non le ha rischia invece di scoprire che la libertà promessa dal mercato coincide, molto concretamente, con la libertà di aspettare, rinunciare o accontentarsi. E poi c’erano le pensioni, con l’idea di spostare più avanti l’uscita dal lavoro e di ridurre le forme di pensionamento anticipato. Anche qui torna lo stesso filo conduttore: lavorare più a lungo, ridurre le protezioni, lasciare maggiore spazio al mercato e trasferire una parte crescente dei rischi dall’intera collettività al singolo individuo.

Il progetto liberista della Bonino

Questo, insomma, era il progetto liberista della Bonino: un “Paese” nel quale il lavoro fosse più flessibile, il welfare meno protettivo, le assicurazioni più aperte al privato, le pensioni più lontane e lo Stato progressivamente arretrato in favore del mercato. Un progetto che non è rimasto confinato ai Radicali, ma che negli anni successivi è stato ripreso, in misura diversa, da governi e forze politiche lontanissime dalla tradizione radicale, fino a diventare parte integrante del processo di trasformazione economica dell’Italia. E non certo per il suo valore. E qui sta il punto che i celebratori di oggi preferiscono non vedere. Per chi sosteneva queste riforme, tutto era «flessibilità», «libertà di scelta», «modernizzazione», «concorrenza»; ma per chi stava dall’altra parte del rapporto di forza, per il lavoratore che non sa quanto durerà il contratto, per chi aspetta mesi una prestazione sanitaria o per chi deve restare al lavoro sempre più a lungo prima di poter andare in pensione, quelle stesse parole hanno spesso assunto un significato molto meno rassicurante. Per loro era libertà, per molti italiani è diventata insicurezza.

Ecco perché non basta semplicemente ricordare Emma Bonino accodandosi al commiato per una combattente dei diritti civili: bisogna ricordare quale società immaginava quando parlava di lavoro, welfare, pensioni, sanità e mercato. Perché dietro quella retorica della libertà c’era una precisa idea dell’uomo e dello Stato: meno protezione collettiva, più responsabilità individuale, meno vincoli e più mercato. Non sarà certo il manuale del politicamente corretto ad imporci il battimano solenne.

Per non dimenticare Emma Bonino

Per la cronaca la Legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza venne approvata in Parlamento con i voti di PCI, PSI, PSDI, PLI e PRI. Il Partito Radicale, di cui la Bonino era parlamentare, votò contro. Insieme ai radicali votarono contro anche la DC, il MSI e Democrazia Nazionale, ma con una differenza sostanziale: se la destra e i cattolici votarono contro per opporsi all’aborto, il Partito Radicale votò contro perché riteneva la 194 troppo timida, visto che si limitava a depenalizzare l’aborto in casi specifici anziché sancirlo come diritto d’emblée e senza paletti.

Questo solo per rinfrescare la memoria a chi oggi la dipinge come la madre della legge. Il funerale di Stato, dunque, non è il problema. Il problema è ciò che viene celebrato insieme al funerale: un’idea di Italia nella quale la nazione, la famiglia naturale, la demografia, il welfare e persino il lavoro vengono progressivamente subordinati all’individuo, al mercato, alla libera circolazione e alla logica sovranazionale. Per distruggerli tutti. Noi quell’idea continuiamo a contestarla. E continueremo a farlo anche quando si saranno asciugate le lacrime del funerale.

Tony Fabrizio

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