Roma, 6 agosto – È morto Francesco Guccini. Se ne va un nemico, un avversario di quelli veri, a cui tuttavia non si può negare l’onore delle armi. Tra le rovine di un’Italia culturale oramai prostrata al politicamente corretto e liquefatta alla canzonetta da consumo rapido, la scomparsa del bardo di Pavana segna la fine di una razza di uomini che, piaccia o no, aveva la stazza del gigante.
Ma se il coro a reti unificate si appresta a srotolare i soliti tappeti rossi dell’agiografia di partito, noi abbiamo il dovere di essere franchi. Severi. Senza odio, perché il livore è la passione triste dei deboli e dei risentiti, ma con la lucidità che si deve a chi ha preteso, con quella “spocchia identitaria“, di fare da maestro di vita per più di cinquant’anni.
Francesco Guccini, l’ultimo “maschio” della sinistra
A Guccini va riconosciuta la radice maschia, forse addirittura virile, il cipiglio austero, l’epica e l’estetica d’altri tempi. C’era nel suo canto la forza arcaica della terra emiliana, il sapore del sangue e del vino, la trincea della memoria, il disprezzo viscerale per il deserto della modernità imperante. C’era, insomma, una componente di Tradizione e di rifiuto del conformismo borghese che apparteneva, forse, seppur con sostanziali differenze, alla nostra visione del mondo molto più di quanto i suoi stessi orfanelli con l’eskimo abbiano mai potuto intuire.
Era un barbone d’Appennino che sapeva impugnare le parole come pietre. Lo dimostrava anche quel coraggio lirico che lo portò a cantare la tragica spinta ideale della Primavera di Praga, subendo il fascino indiscusso del gesto supremo ed estremo di Jan Palach, una tragedia di libertà pura di fronte a cui la sinistra comunista dogmatica dell’epoca preferì voltarsi dall’altra parte. Quella sinistra voltagabbana che pure egli serviva e alla quale era asservito: infatti, riuscì nel triste compito di parlare dell’invasione russa della Cecoslovacchia senza mai nominare l’aggressore russo. Al contrario di Auschwitz, che si fa topos per indicare il nazismo, il male assoluto. Ma non ciò che accadeva nei gulag sovietici con Marx e Lenin. Che coraggio, poi, cantare contro il perbenismo interessato.
Un insopportabile opportunismo
Ed è proprio qui che si consuma la sua vera tragedia ideologica: l’opportunismo. La politica che è solo far carriera, per dirla con le sue stesse parole. Guccini ha avuto tra le mani il dono supremo del mito universale, ma ha preferito svenderlo per la tranquillità della parrocchia. Ha scelto di farsi imbrigliare dentro la gabbia soffocante e consolatoria dell’antifascismo da salotto, diventando la colonna sonora rassicurante delle feste dell’Unità — per le quali si prostituiva, si faceva Dulcinea sul palco, salvo poi, nel segreto dell’urna, disperdere le sue simpatie tra socialisti e radicali. Un vero stronzo, sempre pronto a riemergere come grillo parlante dell’antifascismo
Gli restano appiccicati addosso i versi iconici della sua Avvelenata: fascista proprio no, poeta e buffone sì. Eppure, proprio laddove avrebbe potuto far valere quel titolo di poeta irriducibile per farsi cantore della rivolta dello spirito contro il progresso alienante, incarnando l’anarchia pura ha preferito la via comoda dell’egemonia culturale di sinistra, incassando la rendita di posizione del compagno barricadero con un posto fisso all’osteria.
Dietro la maschera del ribelle
Ha barattato la solitudine del bardo libero per l’applauso rassicurante della casta intellettuale del suo tempo. Si è fatto scudo con l’ideologia per non dover affrontare fino in fondo la ferocia delle sue stesse intuizioni. Oggi che la morte livella le appartenenze terrene, non c’è posto per il rancore, tranne che nei ricordi dei suoi “fedeli”: loro si, lo usano per lanciarsi in attacchi contro la Meloni, colpevole di aver detto più volte di amare le sue canzoni. Giusto per assecondare la nuova moda del “se voti X non mi ascoltate nemmeno”.
L’onore delle armi lo si concede al nemico di razza che ha combattuto a viso aperto sul terreno della cultura, della poesia e dell’arte. Ma il giudizio umano presta senza sconti: lo salutiamo con il rispetto che si deve al talento della forma, ma con la superiore consapevolezza di chi ha scorto, dietro la maschera del ribelle, la parabola di un uomo che ha avuto la tempesta nel petto, ma ha scelto di ripararsi all’ombra del conformismo più spietato.
Tony Fabrizio