Roma, 1 ott – Il caos esploso nei licei francesi nasce da problemi concreti, ma come spesso accade oltralpe non è rimasto confinato. La protesta partita dalla carenza di insegnanti e dalle condizioni degli istituti si è progressivamente caricata di rivendicazioni anti-disciplinari, questioni identitarie, conflitto con la polizia e violenza urbana. È questa sovrapposizione, più che una singola piattaforma, a spiegare l’estensione del movimento e l’interesse con cui La France insoumise sta cercando di accompagnarlo.
Uno dei primi epicentri, infatti, è stato il lycée Saint-Exupéry di Créteil, dove gli studenti protestavano per i posti di insegnamento scoperti. Da lì i blocchi si sono diffusi nell’Île-de-France e poi nel resto del Paese: oltre 330 istituti coinvolti il 29 settembre, 356 il giorno successivo. Mancanza di personale, classi sovraffollate, edifici degradati e orari pesanti costituiscono il primo livello della mobilitazione, riconosciuto come reale anche dal ministro dell’Istruzione Édouard Geffray.
Dai professori mancanti all’abaya
La diffusione orizzontale dei blocchi attraverso TikTok, Snapchat e Instagram ha però impedito la formazione di una piattaforma unica. Ogni istituto ha aggiunto le proprie richieste e la vertenza sulle risorse si è presto allargata alla contestazione delle regole scolastiche. Il caso del lycée Jean-Jacques Rousseau di Sarcelles è indicativo. In un comunicato della CGT Educ’Action del Val-d’Oise, insegnanti schierati con gli studenti chiedono più docenti e personale, ristrutturazioni e orari meno pesanti, ma anche il ritiro del divieto dei cellulari, del Service national universel e delle classes défense. Nello stesso documento compare inoltre la richiesta di cancellare la legge del 2004 sui simboli religiosi nelle scuole e la circolare che vieta l’abaya. Il passaggio è netto. Alla domanda di uno Stato più presente sul terreno delle risorse si affianca quella di uno Stato meno presente sul terreno dell’autorità e della disciplina. Sul piano nazionale, Union Étudiante e Union Syndicale Lycéenne ampliano ulteriormente il quadro denunciando austerità, precarietà, discriminazione degli studenti stranieri e una «selezione sociale e razzista». La questione scolastica comincia così a fondersi con le rivendicazioni etniche che da anni attraversano le periferie francesi.
L’intervento delle forze dell’ordine ha alzato inevitabilmente il livello di conflittualità. Arresti, scontri e accuse di brutalità trasformano la risposta dello Stato in una nuova ragione di mobilitazione. Il 29 settembre i fermi erano 440, in larga parte minorenni; nelle ventiquattro ore successive Reuters riferiva di oltre mille arresti complessivi in due giorni. Intanto la protesta produce una dinamica ulteriore. Compaiono incendi, mortai pirotecnici, aggressioni e gruppi mascherati. A Marsiglia il dirigente del lycée Victor-Hugo è stato cosparso di benzina; nella stessa città è stato incendiato un mezzo dei vigili del fuoco, mentre a Nantes un rogo ha colpito il lycée Nelson-Mandela. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez parla ormai apertamente di violences urbaines e di gruppi che si spostano da un istituto all’altro. Il blocco scolastico diventa così il luogo in cui finiscono per incontrarsi protesta sociale, contestazione dell’autorità, rivendicazione identitaria e violenza di strada.
LFI punta sulla convergenza
È su questa somma di conflitti che si muove in modo spregiudicato La France insoumise. Louis Boyard era a Créteil già il 21 settembre e ha poi chiesto l’estensione della mobilitazione; altri esponenti LFI sono comparsi davanti ai licei di Saint-Denis, Aubervilliers e Montreuil. Le Monde ha segnalato anche la presenza di adesivi «LFI 2027» e «Mélenchon 2027». La strategia consiste nel ricondurre problemi differenti dentro una stessa cornice: la mancanza di insegnanti diventa austerità, Parcoursup disuguaglianza, le questioni identitarie discriminazione, l’intervento della polizia repressione. Mélenchon il 29 settembre invitava i militanti a «interporsi» contro quella che definiva sauvagerie policière; con l’aumento delle violenze LFI ha poi ribadito il proprio sostegno a metodi non violenti. Il calcolo guarda anche al 2027. Secondo l’indagine Ipsos BVA-CESI citata da Le Monde, più del 40% dei 18-24enni nelle configurazioni testate dichiara di voler votare Mélenchon, ma la stessa fascia resta caratterizzata da forte astensionismo. La partita di LFI è quindi trasformare un’area sociale favorevole ma intermittente in mobilitazione politica.
Una protesta nata dalla crisi concreta della scuola offre il contenitore; dentro finiscono rivendicazioni sociali, identitarie e anti-disciplinari, mentre la violenza urbana alza il livello dello scontro. LFI tenta la scalata proprio attraverso questa convergenza: trasformare rabbie diverse, nate per ragioni diverse, in un solo fronte politico capace di arrivare fino al 2027.
Vincenzo Monti