Roma, 3 ott – C’è qualcosa di profondamente sinistro nell’ingresso di Franco Gabrielli nel progetto Più Uno di Ernesto Maria Ruffini, e non è soltanto il fatto che un ex capo della Polizia abbia deciso di entrare direttamente nella politica attiva. Il punto è che Gabrielli arriva nel centrosinistra portandosi dietro una lunga carriera nelle istituzioni, nella Polizia, nella Protezione civile e nei servizi segreti, non da “semplice” funzionario ma da direttore del SISDE e dell’AIDE, e viene accolto proprio da quel mondo progressista che, per una parte significativa della propria storia politica, ha costruito la propria identità anche sul conflitto con gli apparati dello Stato.
Gabrielli, sia chiaro, non ha bisogno di chiedere il permesso a nessuno per candidarsi. Il problema interessante è un altro: che cosa racconta questa scelta della sinistra italiana contemporanea? Lui spiega di avere preferito la politica alla possibilità di aspettare «la nascita di un governo» che avrebbe potuto affidargli un incarico, sostenendo che sia più importante impegnarsi nella costruzione di un progetto. Dice di voler accompagnare Più Uno «senza chiedere ruoli o garanzie», perché «prima viene il progetto, poi il resto». Sono parole sue e vanno prese sul serio, anche perché Gabrielli rivendica di tornare alla politica con «la stessa idea di servizio» che ha accompagnato la sua vita pubblica e indica nell’articolo 54 della Costituzione, quello che parla di disciplina e onore nell’esercizio delle funzioni pubbliche, il proprio riferimento.
Non rinnega dunque il proprio passato istituzionale. Al contrario, lo porta dentro la politica come rivendicazione. E proprio per questo la domanda diventa inevitabile: perché a sinistra? La risposta l’ha data lo stesso Gabrielli, senza lasciare spazio a interpretazioni: «La nostra collocazione è nel centrosinistra». E l’obiettivo, ha spiegato, è contribuire a costruire un centrosinistra «più largo, credibile e capace di governo». Ecco il punto: più largo, più credibile, più capace di governo. Sono parole che descrivono abbastanza bene la trasformazione di una parte della sinistra italiana. Una sinistra che sembra avere ormai deciso che, per tornare competitiva, debba incorporare pezzi di istituzioni, competenze, professioni, ceti moderati e personalità provenienti direttamente dai luoghi del potere.
Franco Gabrielli, dalla Polizia al Centrosinistra
Franco Gabrielli non è semplicemente un prefetto con un curriculum prestigioso. È stato capo della Polizia, uno degli incarichi più importanti dell’apparato di sicurezza dello Stato. E qui la memoria politica diventa inevitabile. Una parte consistente della sinistra movimentista italiana ha passato decenni a guardare con sospetto, quando non con aperta ostilità, agli apparati di sicurezza dello Stato. La storia dei rapporti tra piazza e forze dell’ordine è fatta di conflitti, manifestazioni, scontri e ferite politiche che hanno segnato profondamente la cultura della sinistra. Genova 2001 è il caso più evidente, ma non l’unico. Per anni, in una parte del mondo progressista, la “divisa” è stata associata alla repressione, all’autorità, al potere dello Stato contrapposto alla piazza. Oggi, dentro il nuovo centrosinistra, arriva invece l’ex capo della Polizia. E non arriva per parlare di sicurezza a un convegno: arriva per fare politica. Il paradosso non sta nel fatto che un uomo proveniente dalle istituzioni possa essere progressista ma nel fatto che una sinistra che continua a utilizzare la memoria del conflitto con le istituzioni come parte della propria narrazione identitaria abbia ormai trasformato la stessa appartenenza istituzionale in un valore aggiunto. L’antagonismo, che in questi anni di lunga opposizione al Governo Meloni è tornato centrale sulla scena, è stato già messo in soffitta?
Gramsci, Togliatti e l’egemonia al contrario
E in soffitta, sempre più attivi, troviamo anche Gramsci e Togliatti. Chissà se fieri o imbarazzati. Per Gramsci l’egemonia non coincideva semplicemente con il possesso del potere politico, ma era soprattutto capacità di direzione culturale e sociale, costruzione del consenso, presenza nella società civile, formazione di intellettuali e di una classe dirigente capace di conquistare progressivamente il senso comune. Un’occupazione “in atto” che diventa “potenza” con Togliatti, che trasformò molte di quelle intuizioni in una strategia politica concreta del Partito comunista italiano, dando enorme importanza alla costruzione di un soggetto radicato nella società, alla formazione degli intellettuali e alla capacità di preparare una classe dirigente destinata, prima o poi, a governare il Paese. L’obiettivo non era semplicemente arrivare al governo ma costruire una forza politica capace di diventare classe dirigente. Ed è proprio qui che il paragone con il centrosinistra contemporaneo diventa quasi ironico.
L’egemonia gramsciana e la costruzione togliattiana della classe dirigente prevedevano che fosse la propria cultura politica a conquistare progressivamente la società e le istituzioni. Oggi, invece, sembra spesso accadere il contrario: è la cultura istituzionale a essere incorporata direttamente nel campo progressista. Non è più soltanto la sinistra che vuole conquistare il Palazzo, ma è il Palazzo che viene chiamato a contribuire alla costruzione della sinistra. Non è più il dirigente politico che deve dimostrare di conoscere lo Stato: è lo Stato, attraverso i suoi ex vertici, a portare il proprio curriculum dentro la politica. Una sorta di egemonia al contrario, e Gabrielli, sotto questo profilo, è una figura quasi perfetta per rappresentarla.
La sinistra che vuole essere rassicurante
Si comprende anche perché l’operazione possa risultare attraente. Gabrielli porta con sé competenza, esperienza amministrativa, conoscenza della macchina pubblica, rapporti con le istituzioni e una lunga carriera ai vertici dello Stato. È esattamente il tipo di profilo che può rendere più rassicurante un centrosinistra intenzionato a presentarsi come forza di governo. Ma qui emerge la domanda politica più scomoda: quanto può allargarsi una sinistra prima di smettere di assomigliare alla sinistra che pretende di rappresentare? Non esiste una risposta matematica. E non esiste nemmeno un briciolo di pudore nel cercare voti moderati o nel coinvolgere personalità indipendenti. Il problema nasce quando si vuole fare contemporaneamente tutto: parlare ai moderati e alla piazza, alle istituzioni e al movimento, alla società civile e agli apparati, alla protesta e alla governabilità. È anche possibile, ma prima o poi bisogna spiegare quale sia la gerarchia delle priorità. Perché se l’obiettivo principale diventa essere «credibili» agli occhi delle istituzioni, allora la sinistra cambia necessariamente linguaggio e classe dirigente. E l’ex superpoliziotto rappresenta esattamente questo passaggio.
La poltrona che conta più delle idee
Ed è qui che arriva la parte che quelli minimamente coerenti troveranno più amara. E senza sorpresa. Ciò che non sembra infastidire non riguarda Gabrielli in quanto tale, ma la consueta rappresentazione di una politica nella quale le idee sembrano progressivamente diventare accessori del curriculum e la distanza dal potere, invece di essere una scelta politica, viene considerata quasi un difetto. Gabrielli dice di non cercare ruoli o garanzie, ma la politica italiana continua a essere affascinata dalla stessa dinamica: uomini e donne che arrivano dalle istituzioni vengono considerati improvvisamente preziosi proprio quando decidono di entrare nella competizione politica. La competenza diventa consenso, il curriculum diventa identità, l’autorevolezza diventa programma. E la poltrona, anche quando non viene esplicitamente richiesta, continua a occupare un posto centrale nell’immaginario della politica. La questione, quindi, è capire che cosa sia diventata la sinistra quando considera naturale candidare un ex capo della Polizia e, contemporaneamente, continua a coltivare una narrazione nella quale la diffidenza verso gli apparati dello Stato rappresenta una parte della propria mobilitazione conflittuale. Se prima l’anti-Meloni è stata rappresentata dalla Schlein, Gabrielli sarebbe l’anti-Vannacci?
La doppia contraddizione
Gabrielli passa dalle istituzioni alla politica; il centrosinistra decide di portare dentro il proprio campo politico un uomo che ha rappresentato ai massimi livelli quelle istituzioni. Entrambe le scelte sono legittime ai loro occhi, ma insieme producono un cortocircuito che sarebbe ipocrita fingere di non vedere. Perché la sinistra contemporanea sembra sempre più interessata a dimostrare di essere capace di governare che a spiegare quale trasformazione radicale intenda realizzare. Gabrielli lo dice con chiarezza: «moderati nel metodo e radicali negli obiettivi». Sarebbe interessante conoscere fino in fondo questi “obiettivi radicali”, perché se il metodo è moderato, il linguaggio è istituzionale, la classe dirigente proviene sempre più spesso dai luoghi del potere e la priorità dichiarata è costruire un centrosinistra «credibile e capace di governo», il rischio è che alla fine rimanga soprattutto il governo.
Tony Fabrizio