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Burgio apre al 25 aprile, boccia il fascismo e si dice pronto al passo indietro: Futuro Nazionale è già moderato?

by Sergio Filacchioni
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Futuro Nazionale Burgio

Roma, 1 set Tre settimane fa Roberto Vannacci presentava Carmelo Burgio come l’uomo destinato a «rivoltare Milano come un calzino». Con lui, assicurava il leader di Futuro Nazionale, il capoluogo lombardo sarebbe tornato a essere «la città della Madonnina e non dei maranza». Sul problema di Rogoredo si era spinto persino oltre, spiegando che il generale dei Carabinieri avrebbe saputo come «rastrellare» la zona. Era il lessico muscolare con il quale Futuro Nazionale sta provando a costruire la propria nicchia politica: più duro della Lega, meno istituzionale di Fratelli d’Italia, libero dalle cautele di una destra di governo ormai costretta a rassicurare Bruxelles, Quirinale, mercati e alleati internazionali.

Poi arriva la prima vera conferenza stampa del candidato, quella in cui non basta più evocare maranza, ruspe o rivolgimenti epocali, e il quadro cambia improvvisamente. Il fascismo? Ha distrutto l’Italia. Il 25 aprile? Certamente da celebrare. Fascismo e antifascismo? Questioni che servono a poco quando bisogna amministrare. La candidatura autonoma di Futuro Nazionale? Sacrificabile senza problemi se il centrodestra trova un accordo. Più che rivoltare Milano come un calzino, per il momento sembra di assistere alla rapidissima normalizzazione di chi prometteva di farlo.

Da «rivolteremo Milano» alla pacificazione nazionale

Il problema, naturalmente, non è stabilire se Carmelo Burgio abbia o meno il diritto di pensarla così. Ci mancherebbe. Il problema è politico e riguarda anzitutto Futuro Nazionale, perché da mesi attorno alla creatura di Vannacci si sta costruendo una precisa rappresentazione: quella di una forza che dovrebbe finalmente dire ciò che gli altri non osano dire, rompere i tabù che la destra istituzionale avrebbe interiorizzato e rappresentare quella parte dell’elettorato convinta che Giorgia Meloni, Matteo Salvini e soci siano stati progressivamente addomesticati una volta entrati nelle stanze del potere. È su questa promessa di discontinuità che Futuro Nazionale deve inevitabilmente essere giudicato. E se si tolgono il tono, le provocazioni e il merchandising identitario, la conferenza stampa milanese lascia emergere una sostanza politica molto meno rivoluzionaria di quanto annunciato.

Il punto più evidente riguarda il 25 aprile. Burgio ha spiegato che, qualora diventasse sindaco, parteciperebbe alle celebrazioni della Liberazione, precisando di voler ricordare tutti coloro che sono morti «con onore», indipendentemente dalla divisa indossata. Ha ricordato correttamente la presenza di molti militari nelle formazioni partigiane, ha contestato una memoria resistenziale che per decenni ha rimosso alcune pagine scomode della guerra civile e ha respinto la divisione semplicistica tra una parte interamente buona e una interamente cattiva. Fin qui, anzi, nulla di particolarmente scandaloso: sono considerazioni che chiunque nel centrodestra potrebbe formulare tranquillamente. Ma la soluzione proposta da Burgio non consiste nel mettere realmente in discussione il paradigma pubblico del 25 aprile, ma nel allargarlo fino a renderlo una generica commemorazione nazionale dei caduti. Tutti rispettabili, tutti ricompresi, tutti riconciliati sotto il grande ombrello della memoria. È una posizione perfettamente compatibile con quella destra istituzionale che da trent’anni tenta, con alterne fortune, di chiudere la guerra civile attraverso la formula della “memoria condivisa”. Non c’è nulla di eversivo, scandaloso o particolarmente innovativo. Anzi, proprio perché Burgio insiste sul superamento della contrapposizione fascismo-antifascismo, il suo discorso finisce per assomigliare molto più a quello di un moderato postideologico che a quello del candidato scelto dalla forza che dovrebbe liberare la destra italiana dai suoi complessi.

Dal vannaccismo al grillismo postideologico

Ancora più significativa è la valutazione sul fascismo. Burgio lo definisce senza esitazioni una politica fallita e lega questo fallimento alla distruzione materiale dell’Italia durante la guerra: chi governa un Paese e lo conduce a quel risultato, sostiene in sostanza il generale, deve andarsene. Anche in questo caso si può discutere storicamente quanto si vuole della semplificazione di un giudizio che comprime vent’anni di esperienza politica dentro il loro esito bellico; ma interessa soprattutto osservare la sua funzione politica. Il candidato che dovrebbe rappresentare l’avanguardia della destra “senza complessi” sente infatti la necessità, al primo appuntamento mediatico importante, di depositare agli atti la propria condanna del fascismo ma soprattutto di ogni politica che “potrebbe portarci alla guerra”. Non perché qualcuno glielo impedisca, naturalmente, ma perché questa è precisamente la dinamica che Futuro Nazionale sostiene di voler superare: quella per cui la destra, quando entra nello spazio pubblico legittimo, deve anzitutto presentare il certificato delle proprie distanze dal passato.

Qui emerge la prima contraddizione seria. Se l’intera proposta di Futuro Nazionale consiste nel dire le stesse cose della destra tradizionale con un tono più alto, il problema non è di radicalità ma di marketing. Si può promettere la Milano della Madonnina contro quella dei maranza, si possono utilizzare parole studiatamente urticanti, si può costruire attorno ai generali una simbologia di decisione, disciplina e rottura; ma se, appena si passa dalla Versiliana alla conferenza stampa, l’approdo è che fascismo e antifascismo sono vecchie questioni poco utili e che occorre occuparsi pragmaticamente dei problemi cittadini, allora siamo davanti a qualcosa di già visto. Anzi, il risultato ricorda curiosamente quel grillismo postideologico che prometteva di mandare in soffitta destra e sinistra per sostituirle con amministrazione, legalità, buon senso e cose concrete.

Il grillismo con le mostrine

È proprio sul programma amministrativo che questo cortocircuito diventa ancora più evidente. Burgio indica la sicurezza come priorità, parla delle periferie dimenticate, della mobilità, del decoro, dei parchi e delle strutture sportive. Sono temi reali e in parte persino urgenti per Milano. Ma resta difficile individuare, almeno allo stato attuale, la specificità politica di Futuro Nazionale. Il programma organico, del resto, ancora non c’è: la candidatura precede la costruzione dell’offerta politica. Ciò che esiste è soprattutto un posizionamento. Anche sull’immigrazione, dove ci si aspetterebbe di trovare il nucleo più riconoscibile della proposta vannacciana, Burgio arriva a una formulazione difficilmente distinguibile da quella adottata da praticamente ogni partito del centrodestra nell’ultimo ventennio: lo straniero irregolare che delinque deve essere allontanato. È una posizione ragionevole, ma non è precisamente la presa del Palazzo d’Inverno o la Remigrazione. A rendere il passaggio quasi paradossale è la contrapposizione utilizzata dal candidato: gli italiani che finiscono nella criminalità o nel disagio «dobbiamo recuperarli», gli irregolari pericolosi vanno invece espulsi. Anche qui siamo molto più vicini a una combinazione di legalitarismo, recupero sociale e controllo dell’immigrazione che alla rivoluzione securitaria evocata quando Vannacci annunciava l’uomo capace di “rastrellare Rogoredo”.

Il problema non è chiedere a Burgio di inventarsi proposte estremiste per dimostrare qualcosa. Sarebbe infantile. Il problema è esattamente l’opposto: capire perché serva costruire una comunicazione permanentemente sopra le righe se poi la proposta concreta è questa. Se sulla sicurezza si finisce all’espulsione degli irregolari che commettono reati, sulla memoria alla pacificazione nazionale, sull’amministrazione al decoro delle periferie e sul fascismo alla presa di distanza rituale, che cosa resta della grande differenza promessa da Futuro Nazionale? Per ora soprattutto una posa. E una posa può certamente produrre consenso, ma non va confuso con una differenza sostanziale.

E alla fine arriva il centrodestra moderato

C’è infine un passaggio che chiarisce forse meglio di tutti la natura dell’operazione. Burgio ha spiegato che, qualora Futuro Nazionale e il resto del centrodestra trovassero un accordo su un altro candidato, fare un passo indietro non rappresenterebbe alcun sacrificio. Ha rivendicato la propria appartenenza alla destra, spiegando che l’interesse della squadra viene prima della gratificazione personale. È una dichiarazione perfettamente rispettabile e persino sensata dal punto di vista politico. Ma proprio per questo merita di essere presa sul serio.

Significa infatti che la candidatura milanese non nasce necessariamente come costruzione di un’alternativa al centrodestra esistente, ma anche come strumento per pesare dentro il centrodestra. Vannacci presenta autonomamente il proprio uomo, occupa spazio mediatico, prova a misurare la propria forza e contemporaneamente lascia aperta la porta alla coalizione. Anche su scala nazionale la questione non è secondaria: Futuro Nazionale sta crescendo nei sondaggi e la sua collocazione rispetto alla maggioranza guidata da Meloni è una delle partite destinate a pesare sulle prossime elezioni. Se questa è la strategia, nulla da eccepire. È politica. Ma allora diventa ancora più evidente la distanza tra la retorica della rottura e la pratica della trattativa. Ed è forse questo il dato più interessante emerso dalla prima conferenza stampa di Carmelo Burgio. Futuro Nazionale sembra molto radicale quando deve differenziarsi e molto pragmatico quando deve collocarsi.

È possibile che questa doppiezza funzioni come in passato: offrire all’elettore il linguaggio della rottura senza costringerlo davvero alla rottura, la sensazione della radicalità accompagnata dalla rassicurazione finale che, al momento opportuno, tutti torneranno attorno allo stesso tavolo. Ma sarebbe almeno il caso di chiamare le cose con il loro nome. Perché tra la Milano da «rivoltare come un calzino» annunciata ad agosto e il candidato disponibile a celebrare il 25 aprile, archiviare fascismo e antifascismo e ritirarsi per favorire l’unità del centrodestra è passato meno di un mese. La rivoluzione di Futuro Nazionale, prima ancora di cominciare, ha già scoperto l’arte della moderazione.

Sergio Filacchioni

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