Roma, 10 feb – L’istituzione del Giorno del Ricordo nel 2004 ha rappresentato una svolta storica: per la prima volta lo Stato italiano ha riconosciuto ufficialmente la tragedia delle Foibe e l’esodo giuliano-dalmata come ferita nazionale. Ma pensare che quel riconoscimento abbia “messo al sicuro” la memoria è oggi un errore politico grave. Il 10 febbraio è un presidio fragile, costantemente in bilico tra difesa e cancellazione. E il campo della memoria, se lasciato scoperto, viene oggi occupato da una narrazione apertamente negazionista, sempre più strutturata, aggressiva e organizzata. Non si tratta più di silenzi o rimozioni passive. Si tratta di un’offensiva culturale consapevole, portata avanti da organizzazioni giovanili della sinistra radicale, da settori dell’accademia e da un circuito editoriale e scolastico che lavora per delegittimare l’esistenza stessa del problema Foibe.
L’offensiva negazionista contro il Giorno del Ricordo
Chi oggi parla di “invenzione storiografica” compie un’operazione ideologica che prescinde completamente dalla storia lunga del confine orientale. I territori dell’Istria, della Dalmazia e della Venezia Giulia non sono un’invenzione novecentesca, ma il prodotto di secoli di presenza italiana, di stratificazioni culturali, linguistiche e civili che affondano nell’età romana, veneziana e asburgica. La frattura tra mondo latino e slavo non nasce nel 1945, ma si acutizza tra Ottocento e primo Novecento, con l’esplosione dei nazionalismi e con politiche di snazionalizzazione già praticate dall’Impero austro-ungarico. Ridurre tutto al Fascismo serve a tagliare via questa profondità storica, rendendo le vittime italiane figure senza passato e senza legittimità. L’8 settembre 1943 segna il crollo dello Stato italiano nei territori orientali. In quel vuoto di potere, i partigiani jugoslavi di Tito trasformano la lotta politica in epurazione sistematica. Le foibe non sono un simbolo: sono un metodo. Infoibare significava eliminare fisicamente e simbolicamente: cancellare corpi, nomi, memoria. Le modalità – arresti arbitrari, torture, esecuzioni sommarie, deportazioni – sono documentate e non discutibili. Eppure oggi una parte consistente della sinistra militante nega persino l’esistenza di vittime innocenti, riducendo tutto a “resa dei conti” o “giustizia partigiana”. È una posizione che nega la categoria stessa di civile, e che considera ogni italiano automaticamente colpevole per appartenenza.
L’esodo marginalizzato e l’identità cancellata
A questa violenza si accompagna una delle più grandi tragedie rimosse della storia italiana contemporanea: l’esodo giuliano-dalmata. Oltre trecentocinquantamila italiani vengono costretti a lasciare le proprie case e la propria terra, spezzando una continuità storica che durava dall’età romana. L’esodo non è una scelta economica né un’opzione ideologica, ma una fuga dettata dal terrore, dalla discriminazione sistematica e dalla consapevolezza che restare avrebbe significato rinunciare alla propria lingua, alla propria cultura, spesso alla propria vita. L’accoglienza in Italia è fredda, talvolta ostile, segnata da episodi che rivelano un clima politico incapace o non disposto a riconoscere fino in fondo quella tragedia. Per decenni questa vicenda resta ai margini della memoria pubblica. Le ragioni non sono solo diplomatiche o legate alla Guerra Fredda, ma anche politiche e culturali. Ammettere fino in fondo i crimini del regime jugoslavo avrebbe imposto a una parte consistente della sinistra italiana di fare i conti con il proprio passato, con le proprie ambiguità e con il mito intoccabile della “liberazione”. Quel silenzio ha creato uno spazio che oggi viene occupato da una narrazione non più solo riduzionista, ma apertamente negazionista.
La sinistra studentesca contro il Giorno del Ricordo
Questo approccio viene rilanciato sistematicamente nei contesti universitari attraverso iniziative e dibattiti dal titolo esplicitamente polemico, come quelli incentrati sul presunto “mito” delle Foibe, spesso promossi in prossimità del 10 febbraio. Parallelamente, lo stesso metodo viene assunto apertamente da organizzazioni politiche e reti militanti della sinistra radicale attive nelle scuole e nelle università, come OSA, Cambiare Rotta, Fronte della gioventù comunista e più o meno tutti i collettivi riconducibili all’area antifa’, che nei loro materiali pubblici definiscono il Giorno del Ricordo una costruzione ideologica funzionale alla destra e riducono sistematicamente le foibe a mera “strumentalizzazione politica”. In questo circuito rientrano anche realtà come la Rete dei Collettivi Autonomi, che contestano esplicitamente la legittimità della ricorrenza del 10 febbraio, mentre sul piano politico-parlamentare non mancano prese di posizione di esponenti della sinistra progressista e di Alleanza Verdi e Sinistra che, pur evitando un negazionismo esplicito, insistono su una lettura (dettata spesso e volentieri dall’Anpi) che subordina integralmente la tragedia al contesto fascista e delegittima il ricordo come “memoria divisiva”. Nel loro insieme, questi soggetti agiscono alla luce del sole e non mirano a un confronto storiografico neutro, ma a una normalizzazione culturale della rimozione, costruendo un senso comune in cui la memoria nazionale italiana del confine orientale viene presentata come sospetta, ideologica o moralmente illegittima.





L’offensiva culturale e accademica
Ma l’elemento dirompente nel dibattito contemporaneo sulla memoria delle Foibe non è rappresentato soltanto dalle organizzazioni giovanili e dai collettivi radicali, ma anche da figure, ambienti accademici e circuiti culturali influenti che adottano e legittimano interpretazioni riduzioniste o minimizzanti della tragedia. Tra gli storici più frequentemente richiamati in questo filone figura Alessandra Kersevan, le cui posizioni sono state più volte contestate dalle associazioni degli esuli e da esponenti politici per l’impianto interpretativo che tende a relativizzare le Foibe all’interno di una cornice esclusivamente politico-partigiana. In ambito accademico e mediatico ha suscitato ampio dibattito anche Tomaso Montanari, che in più occasioni ha sostenuto come il Giorno del Ricordo, nella sua formulazione attuale, possa essere utilizzato dalla destra come strumento di contrapposizione simbolica alla memoria della Shoah, contribuendo così a un racconto “anti-antifascista”; una posizione che ha sollevato critiche per l’equivalenza implicita tra memoria delle Foibe e revisionismo politico. Un ruolo centrale nel dibattito pubblico è stato assunto anche da Eric Gobetti, autore di testi come E allora le foibe?, spesso il più abusato nei circuiti militanti per la sua critica frontale alle narrazioni considerate “semplificate” o “nazionaliste”, e che slitta facilmente dal piano storiografico a quello giustificazionista.
La pacificazione vuol dire cancellazione
L’ostinazione con cui una parte del mondo culturale e politico continua a negare o ridimensionare le Foibe e l’Esodo giuliano-dalmata non nasce da un eccesso di rigore storiografico, ma dalla volontà di neutralizzare il 10 febbraio. Il metodo è sempre lo stesso: smontare il Giorno del Ricordo, ridurlo a costruzione politica, sostituire la storia con una narrazione selettiva in cui le vittime dell’odio comunista dei partigiani titini e dell’OZNA non esistono o vengono colpevolizzate retroattivamente. In questo schema la categoria degli innocenti scompare, per essere sostituita con una lettura che vede nelle Foibe un processo di decolonizzazione dai Balcani dall’imperialismo italiano. Gli sfregi alla Foiba di Basovizza, le scritte, i manifesti, gli atti vandalici, le conferenze nelle scuole, non sono episodi isolati ma la manifestazione concreta di questo clima: la negazione non è solo teorica, ma praticata con rigore dalla strada all’accademia. Per questo le celebrazioni ufficiali non bastano se non diventano strumenti di conflitto reale nella storia. La retorica della “pacificazione”, quando non è accompagnata da fatti concreti – il primo potrebbe essere togliere la medaglia al merito della Repubblica italiana a Tito – diventa ipocrisia istituzionale: una seconda cancellazione.
Sergio Filacchioni