Roma, 6 set – Tutti in piedi sul divano, sulle tribune, sui muretti, sopra le transenne. Dove volete voi, perché quello che ha combinato Kimi Antonelli non è semplicemente una vittoria. È una poesia scritta a trecento all’ora, un capolavoro d’arte contemporanea disegnato sull’asfalto. Roba da far venire i brividi alti così e la pelle d’oca per una settimana!
L’ultimo della griglia
Partiva dall’ultima fila. L’amarezza sorda di una penalità da scontare inevitabilmente, ma che diventa gas – è proprio il caso di dirlo – per fuggire via da essa. Quelle penalità che a diciotto anni sono lacrime e scuse e che ti farebbero venire voglia di chiuderti nel motorhome e buttare la chiave.
Mentre sotto un cielo “azzurro Italia” la solita domenica grigia, opaca e un po’ triste della Ferrari congelava l’ennesimo pomeriggio dei tifosi italiani, sulle tribune già al quarto giro, questo ragazzo con la faccia da bimbo e il coraggio di un leone ha guardato la griglia di partenza, si è allacciato il casco e ha deciso che no, per niente al mondo, non era aria di rassegnazione. Nemmeno dopo la ripartenza.
Kimi Antonelli: una rimonta feroce
Ha preso la gara per il collo fin dallo spegnimento dei semafori. L’ha messa nel frullatore e l’ha stravolta da cima a fondo. Una rimonta feroce, millimetrica, un’arrampicata libera sul circuito di Monza fatta di staccate al limite della fisica. Con le ruote fumanti e la macchina interamente di traverso ai sogni di vittoria degli avversari.
Non è stata solo velocità pura: è stato assedio psicologico, è stata sfrontatezza giovanile, è stato il genio italico spinto oltre ogni confine del grip disponibile.
Un modo di attaccare, di infilarsi in ogni pertugio impossibile e di sbranare gli avversari che ha dentro tutto il profumo inconfondibile, viscerale e nostalgico delle domeniche incandescenti della MotoGP di Valentino Rossi. E non è un caso. Non può esserlo.
Curva dopo curva
Dopo quel casco buffo, colorato, scanzonato, ideato proprio a quattro mani con il Dottore con quello spirito irriverente e un po’ guascone sembrava sghignazzare dentro l’abitacolo a ogni sorpasso. Un casco che irrideva gli avversari rimasti immobili, i calcoli aridi dei computer del muretto box e tutti gli scettici. Curva dopo curva, scalata dopo scalata, fino a quella fantastica, liberatoria bandiera a scacchi sventolata per prima che ha fatto letteralmente tremare la terra sotto l’Autodromo.
E poi, l’Inno di Mameli. Quell’inno all’inizio della gara eseguito come un freddo e rigido atto dovuto da cerimoniale, dopo i 53 giri si è trasformato nella colonna sonora ruggente, caldissima e commovente di un trionfo d’altri tempi. Persino i meccanici della Mercedes – gente rigorosa, precisa, abituata all’ordine e alla freddezza teutonica – si sono ritrovati sotto il podio ad abbracciarsi con le lacrime agli occhi e a cantarlo a squarciagola.
Hanno dovuto imparare le parole di Goffredo Mameli a memoria a tempo di record nei giorni scorsi, riportate sui cartoni che avvolgevano i componenti della vettura perché con questo fenomeno qui in squadra la logica va a farsi benedire. Non puoi fare calcoli e non sai mai cosa diavolo può succedere cinque minuti dopo il via!
Gas a martello, staccata sempre un metro dopo gli altri e cuore scagliato oltre l’ostacolo: Kimi Antonelli si è preso il GP di casa partendo dall’inferno e toccando il cielo con un dito. E allora urliamolo tutti insieme, a polmoni spiegati fino a perdere la voce: Antonelli c’è! Antonelli c’è!
Tony Fabrizio