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Il Quirinale e quella continua tentazione di dire alla politica dove fermarsi

by Tony Fabrizio
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Roma, 22 set – Quo usque tandem, Sergio? Fino a quando il Quirinale continuerà a sentire il bisogno di ricordare alla politica quale sia la strada giusta da imboccare? La domanda torna inevitabilmente dopo l’intervento di Sergio Mattarella all’inaugurazione dell’anno scolastico ad Amatrice, dove il Presidente ha definito la scuola «la leva più efficace di integrazione» per chi viene da altri Paesi e per i figli di immigrati nati in Italia. Richiamando la necessità di evitare «ghetti» e «barriere».

Parole che, prese isolatamente, appartengono pienamente al linguaggio istituzionale del Capo dello Stato. Ma che assumono un significato inevitabilmente politico se pronunciate proprio mentre il governo annuncia un tetto alla presenza di alunni stranieri nelle classi e nuove misure sul burqa e sul niqab. Il punto è chiedersi quanto possa essere estesa quella moral suasion che, anno dopo anno, ha finito per accompagnare praticamente ogni passaggio delicato della politica italiana, soprattutto quando a Palazzo Chigi sedevano governi espressione di maggioranze politicamente distanti dal Quirinale. Perché il Presidente della Repubblica non è un commentatore qualsiasi. Le sue parole hanno un peso istituzionale enorme, tanto più quando intervengono su questioni sulle quali maggioranza e opposizione stanno combattendo una battaglia politica.

Dal caso Savona in poi, il precedente è ormai ingombrante

Per comprendere la questione bisogna tornare al maggio 2018. Ovvero quando nacque il primo governo Conte. Mattarella affidò l’incarico a uno sconosciuto Giuseppe Conte e accompagnò la formazione dell’esecutivo. Ma rifiutò la proposta di Paolo Savona al ministero dell’Economia, spiegando pubblicamente che la designazione avrebbe potuto essere interpretata dai mercati come un messaggio di allarme. E che le posizioni espresse dal professore sull’euro avrebbero potuto mettere a rischio risparmi e investimenti degli italiani. Il Presidente rivendicò esplicitamente la propria responsabilità istituzionale nella firma della nomina dei ministri.

Non è necessario condividere la posizione di Savona né sostenere che Mattarella non avesse prerogative costituzionali per intervenire, per riconoscere la portata politica di quella decisione. Un governo nato da una maggioranza parlamentare non poté presentarsi al Quirinale con la squadra che aveva scelto per uno dei ministeri più importanti della Repubblica. Il caso diventò così il simbolo di una questione che ancora oggi non è stata veramente risolta. Fino a dove arriva il potere di garanzia del Presidente e dove comincia la responsabilità politica di chi ha ricevuto il mandato parlamentare per governare?

Pochi giorni prima, peraltro, Mattarella aveva prospettato l’ipotesi di un «governo neutrale» o «di garanzia» qualora non fosse stato possibile costruire una maggioranza politica. Mettendo in alternativa tale soluzione al ritorno alle urne. Anche questa era una possibilità prevista dalla logica costituzionale della crisi, ma rendeva evidente quanto il Quirinale fosse diventato il vero snodo attraverso il quale passavano le decisioni decisive sulla formazione del governo.

Il 2019 e il governo nato da una maggioranza diversa

L’anno successivo il copione si ripeté in una forma diversa. Nell’agosto 2019 cadde il governo Conte I e Mattarella, nelle consultazioni, affermò esplicitamente di avere il dovere di non precludere la possibilità che il Parlamento esprimesse una nuova maggioranza. Da quel passaggio nacque il governo Conte II, sostenuto da una coalizione profondamente diversa dalla precedente. Era composta principalmente da Movimento 5 Stelle e Partito Democratico. Anche qui, sia chiaro, non c’è nulla di costituzionalmente anomalo nel verificare l’esistenza di una maggioranza parlamentare alternativa. È esattamente ciò che prevede il nostro sistema. Ma il dato politico resta significativo. In pochi anni il Quirinale era diventato il grande snodo delle trasformazioni della maggioranza politica italiana. Prima accompagnando la nascita del governo gialloverde, poi gestendone la crisi. E favorendo il percorso che portò a una nuova maggioranza.

Lo stesso Mattarella, pochi giorni dopo, precisò che, una volta formatosi un governo sulla base delle indicazioni di una maggioranza parlamentare, «la parola compete al Parlamento e al Governo». È un’affermazione importante, perché indica esattamente il principio dal quale bisognerebbe partire, Il Presidente garantisce il corretto funzionamento delle istituzioni. Ma una volta che un governo dispone della fiducia delle Camere, l’indirizzo politico deve tornare nelle mani di chi ne porta la responsabilità.

Draghi e la centralità ormai assoluta del Colle

Nel febbraio 2021 arrivò un altro passaggio decisivo. Di fronte alla crisi del governo Conte II, Mattarella conferì a Mario Draghi l’incarico di formare un nuovo esecutivo. Lo stesso Draghi, nel ringraziare il Presidente, dichiarò che si sarebbe rivolto «innanzitutto al Parlamento, espressione della volontà popolare». Ancora una volta tutto rientrava nelle prerogative presidenziali. Ma la sequenza degli avvenimenti dice qualcosa che sarebbe ipocrita ignorare: nel giro di pochi anni il Quirinale era passato dall’essere il luogo della garanzia costituzionale a diventare il centro di gravità inevitabile di ogni grande crisi politica nazionale. Nel 2022, dopo la crisi del governo Draghi, Mattarella arrivò infine allo scioglimento anticipato delle Camere, constatando il venir meno del sostegno parlamentare. E l’assenza di prospettive per una nuova maggioranza.

Tutto legittimo, tutto previsto dalla Costituzione. Ma proprio perché tutto questo è legittimo, occorre avere il coraggio di discutere anche dell’altra faccia della medaglia. Più cresce il peso politico del Quirinale, più diventa indispensabile che il Presidente sia parsimonioso nell’utilizzo della propria autorevolezza politica.

Dall’Europa all’immigrazione, il Colle non è mai rimasto davvero silenzioso

Il fenomeno, peraltro, non riguarda soltanto le crisi di governo. Nel corso degli anni Mattarella ha espresso con frequenza posizioni su Europa, immigrazione, accoglienza, diritti e integrazione. Cioè proprio sui terreni sui quali si sono consumate alcune delle principali contrapposizioni tra destra e sinistra. Nel 2018, per esempio, intervenendo in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, richiamò la necessità di solidarietà e accoglienza e di una maggiore condivisione europea delle responsabilità. Nel 2021, a Ventotene, tornò sul tema dei migranti e criticò quelle forze politiche europee che, a suo giudizio, mostrano maggiore attenzione ai diritti umani fuori dall’Europa che verso chi arriva nel continente.

Ancora una volta, nessuno può impedire al Capo dello Stato di esprimere considerazioni sui grandi temi nazionali e internazionali. Ma nessuno può neppure pretendere che quelle considerazioni vengano considerate politicamente irrilevanti. Quando a parlare è il Presidente della Repubblica, ogni parola entra inevitabilmente nel dibattito politico. Soprattutto quando tocca questioni sulle quali il governo sta costruendo una precisa linea programmatica.

Ed è esattamente ciò che sta accadendo oggi con la scuola.

La scuola, l’integrazione e la nuova sfida al governo

Il governo sostiene che il limite alla concentrazione di alunni stranieri serve a evitare la formazione di classi ghetto e a favorire una migliore integrazione. Il Presidente, invece, insiste sulla scuola come principale strumento di integrazione e sulla necessità di non creare barriere. Il confronto sulle rispettive tesi è perfettamente legittimo. E dovrà svolgersi nel Parlamento, nella società e nelle istituzioni competenti.

Ma proprio qui emerge il problema politico. Se ogni volta che un governo tenta di intervenire su un terreno controverso il Quirinale sente la necessità di ricordare i principi che dovrebbero orientare quella materia, il rischio è che il suo potere morale si trasformi, almeno nella percezione pubblica, in una sorta di indirizzo politico permanente.

E non occorre immaginare complotti che non servono e non sono dimostrabili. Basta guardare alla successione dei fatti: Savona e l’euro, le crisi di governo, Conte II, Draghi, l’Europa, l’immigrazione, l’integrazione, fino alla scuola di oggi. Sono tutti episodi diversi, con presupposti costituzionali differenti. Ma compongono una fotografia nella quale il Quirinale occupa ormai uno spazio politico enormemente più visibile di quanto suggerirebbe l’immagine tradizionale dell’arbitro silenzioso e super partes.

Qurinale: un arbitro che parla troppo rischia di diventare parte del gioco

È questo, in fondo, il nodo che andrebbe affrontato senza ipocrisie. Nessuno chiede un Presidente muto, chiuso nel palazzo e incapace di intervenire quando le istituzioni sono in difficoltà. La Costituzione assegna al Capo dello Stato poteri importanti e responsabilità precise. Soprattutto nei momenti di crisi. Ma proprio perché quei poteri sono così rilevanti, la loro forza dovrebbe essere accompagnata da una certa sobrietà nell’intervento politico.

Un arbitro può certamente fischiare un fallo. Se però comincia a spiegare continuamente alle squadre come dovrebbero giocare, prima o poi qualcuno si domanderà se sia ancora soltanto un arbitro.

Il governo, d’altra parte, non ha un mandato illimitato. Deve rispettare la Costituzione, le leggi e il Parlamento. Ma proprio per questo deve poter essere giudicato per ciò che fa. E non per ciò che il Quirinale pensa che dovrebbe fare. Se una proposta è sbagliata, la si contesti. Se è incostituzionale, la si sottoponga agli organi competenti. Se è inefficace, lo dimostrino i risultati. Se è impopolare, saranno gli elettori a presentare il conto.

Quo usque tandem, Sergio?

E allora la domanda resta tutta lì, ostinata: quo usque tandem, Sergio? Fino a quando il Presidente della Repubblica continuerà a essere uno dei protagonisti più ascoltati e influenti del confronto politico italiano, anche quando il Parlamento e il governo sono chiamati a decidere su materie che appartengono pienamente al loro indirizzo politico? Non si tratta di contestare a Mattarella il diritto di parlare, né di mettere in discussione i suoi poteri costituzionali. Si tratta di ricordare che la Repubblica funziona attraverso un equilibrio delicatissimo.

Il Presidente garantisce, il governo governa, il Parlamento legifera e gli elettori giudicano. Quando questi confini diventano troppo sfumati, a perdere non è una parte politica. Ma la chiarezza stessa della responsabilità democratica. Perché alla fine è questo che conta: sapere chi decide e sapere chi risponde delle decisioni. Se il governo sbaglia, deve pagare politicamente. Se il Parlamento approva una legge sbagliata, deve risponderne davanti ai cittadini. Se una maggioranza mantiene le proprie promesse, deve poter rivendicare il risultato.

Il Quirinale non può diventare il luogo nel quale la politica cerca preventivamente l’ultima parola.

La Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica una funzione di garanzia straordinariamente importante. Ma proprio per questo quella garanzia deve restare riconoscibile, distinguibile dall’indirizzo politico e, soprattutto, uguale nei confronti di qualunque maggioranza sieda a Palazzo Chigi. Perché la sovranità popolare non è una formula da pronunciare nelle cerimonie ufficiali: è il principio che impone a tutti, anche alle istituzioni più alte, di ricordare che il governo deve governare, il Parlamento deve decidere e, alla fine, sono gli italiani a dover avere l’ultima parola attraverso il voto.

Tony Fabrizio

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