Roma, 1 ott – Per anni la crisi demografica italiana è stata accompagnata da una formula tanto semplice quanto efficace: gli immigrati ci pagheranno le pensioni. Meno nascite significano meno lavoratori italiani; meno lavoratori significano meno contributi; la soluzione sarebbe quindi compensare il vuoto attraverso nuovi ingressi dall’estero. Il ragionamento parte da un dato reale, ma lo trasforma in una conclusione che non ne deriva automaticamente. L’immigrazione aumenta oggi la base contributiva perché la popolazione straniera è più giovane e prevalentemente attiva. Questo vantaggio contabile, però, non può essere proiettato indefinitamente nel futuro senza considerare quanto quei lavoratori guadagnano, quanto producono e quali prestazioni matureranno con l’invecchiamento.
La questione riporta allo stesso problema già emerso osservando il mercato del lavoro italiano: un sistema economico che prova a compensare con la quantità delle braccia ciò che non riesce a ottenere attraverso salari, produttività, innovazione e maggiore partecipazione al lavoro. Applicato alle pensioni, lo stesso meccanismo diventa una rincorsa demografica nella quale ogni riduzione della popolazione attiva viene affrontata allargando nuovamente la popolazione, senza intervenire sulle condizioni che determinano la capacità effettiva di finanziare il sistema previdenziale.
Il saldo positivo di oggi
Il punto di partenza di questa rappresentazione fu espresso con particolare chiarezza nel 2017 dall’allora presidente dell’INPS Tito Boeri. In un’audizione parlamentare spiegò che gli immigrati regolari versavano ogni anno circa otto miliardi di euro di contributi sociali, ricevendone tre tra pensioni e altre prestazioni, con un saldo netto positivo di circa cinque miliardi per l’Istituto. Nello stesso intervento Boeri riconosceva però ciò che la successiva vulgata avrebbe spesso lasciato sullo sfondo: «a fronte di questi contributi netti vi saranno un domani prestazioni», perché gli immigrati di oggi sarebbero entrati tra i pensionati di domani. I numeri più recenti spiegano perfettamente perché il saldo corrente sia favorevole. Secondo l’Osservatorio INPS sugli stranieri, nel 2024 erano presenti nelle banche dati dell’Istituto 3.980.609 lavoratori stranieri, contro appena 378.645 pensionati. In altri termini, l’86,3% degli stranieri censiti dall’INPS era composto da lavoratori attivi e soltanto l’8,2% da pensionati.
Non è un’anomalia previdenziale, ma innanzitutto una conseguenza demografica. Tra i cittadini non comunitari censiti dall’INPS, il 46,1% aveva meno di 39 anni, mentre soltanto l’11,5% aveva superato i sessanta. Una popolazione relativamente giovane produce per definizione molti più contribuenti che pensionati. Presentare questo rapporto come una caratteristica permanente dell’immigrazione significa però confondere una fase della struttura per età con un equilibrio destinato a riprodursi immutato. Quei lavoratori invecchieranno. Una parte tornerà nei Paesi d’origine, una parte si sposterà altrove, ma chi resterà maturerà diritti previdenziali e potrà accedere, in presenza dei requisiti previsti, anche alle prestazioni assistenziali. Il rapporto tra contributi versati e prestazioni ricevute è quindi destinato a cambiare insieme alla storia delle comunità immigrate in Italia. Lo stesso Boeri lo riconosceva già mentre presentava il saldo positivo del 2017.
Una pensione non viene finanziata da un lavoratore, ma dal suo reddito
C’è poi un secondo passaggio che il conteggio puramente demografico tende a cancellare. Nel sistema previdenziale non tutti i lavoratori hanno lo stesso peso contributivo. Il numero degli occupati è soltanto una parte dell’equazione: conta la massa salariale sulla quale vengono pagati i contributi. Nel 2024 i circa 3,5 milioni di dipendenti stranieri del settore privato censiti dall’INPS percepivano una retribuzione media annua di circa 16.700 euro. Per i 2,7 milioni impiegati nel privato non agricolo la media saliva a circa 18.800 euro, mentre scendeva a circa 9.700 euro nell’agricoltura e 9.800 nel lavoro domestico. Il confronto con l’intero settore privato non agricolo rende evidente il problema. Nello stesso anno i 17,7 milioni di dipendenti considerati dall’Osservatorio INPS avevano una retribuzione media di 24.486 euro. La retribuzione media dei lavoratori stranieri nello stesso aggregato, circa 18.800 euro, risulta quindi inferiore di oltre il 23%.
Non si tratta di stabilire quanto “vale” un lavoratore sulla base della cittadinanza ma la differenza che descrive la struttura produttiva nella quale l’immigrazione viene assorbita: agricoltura, assistenza domestica, logistica, ristorazione, edilizia e più in generale segmenti caratterizzati da retribuzioni relativamente basse. È precisamente il nodo già emerso osservando il rapporto tra immigrazione e modello economico italiano: se l’aumento dell’occupazione avviene soprattutto attraverso attività a basso valore aggiunto, aumentano gli occupati molto più rapidamente della capacità contributiva di ciascuno. I dati sulla produttività rendono ancora più evidente la distanza tra quantità di lavoro e crescita economica. Nel 2024, secondo l’Istat, nei settori di mercato le ore lavorate sono aumentate del 2,3%, mentre il valore aggiunto in volume è cresciuto soltanto dello 0,4%. Il risultato è stato una diminuzione della produttività del lavoro dell’1,9%, dopo il -2,7% dell’anno precedente.
È difficile trovare una rappresentazione migliore del limite di una politica fondata prevalentemente sull’allargamento della base occupazionale. Per sostenere un sistema pensionistico non basta aggiungere persone che lavorano. Occorre che il lavoro produca redditi sufficientemente elevati da generare contribuzione, crescita e capacità fiscale. Un milione di lavoratori a basso reddito e un milione di lavoratori ad alta produttività sono demograficamente equivalenti, ma non lo sono affatto per le casse previdenziali.
Gli stranieri stanno entrando anche nella colonna delle prestazioni
La trasformazione è già visibile nei dati INPS sulle pensioni. Nel 2024 i pensionati stranieri erano 378.645. Di questi, 194.986, pari al 51,5%, erano titolari esclusivamente di pensioni assistenziali; altri 136.913 percepivano esclusivamente pensioni IVS, cioè invalidità previdenziale, vecchiaia o superstiti. La distribuzione diventa ancora più netta considerando soltanto gli stranieri non comunitari. Su 235.118 pensionati, 150.010 percepivano esclusivamente prestazioni assistenziali: il 63,8%. I titolari di sole pensioni IVS erano invece 58.034. L’importo medio annuo delle prestazioni assistenziali dei non comunitari era pari a 7.273 euro, contro 10.728 euro per le pensioni IVS. Il significato del dato va letto correttamente. Non significa che il 63,8% degli immigrati non abbia mai lavorato o versato contributi; la tabella classifica i pensionati sulla base delle prestazioni di cui risultano titolari. Mostra però qualcosa di rilevante rispetto alla rappresentazione secondo cui la popolazione straniera potrebbe essere considerata stabilmente come una massa di contribuenti netti: con il passare del tempo aumenta anche la componente che riceve prestazioni dal sistema previdenziale e assistenziale.
La dinamica degli ultimi anni è già significativa. Nel 2021 i pensionati stranieri rilevati dall’INPS erano 280.923 e i titolari di sole prestazioni assistenziali 140.284. Nel 2024 sono diventati rispettivamente 378.645 e 194.986. Nello stesso periodo i lavoratori stranieri sono passati da 3,408 a 3,981 milioni. In tre anni i lavoratori sono quindi aumentati di circa il 16,8%, mentre i pensionati sono cresciuti del 34,8% e i titolari di sole prestazioni assistenziali del 39%. Sono dati riferiti all’intera popolazione straniera e non seguono una singola coorte nel tempo, ma descrivono una struttura previdenziale che sta progressivamente maturando insieme alla presenza straniera nel Paese.
La demografia non si corregge inseguendo i numeri
Che l’immigrazione migliori nel breve e medio periodo il rapporto tra popolazione attiva e pensionati non è controverso. Anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, simulando nel 2025 una riduzione permanente del 33% dei flussi migratori netti, ha stimato un aumento medio della spesa legata all’invecchiamento di circa 0,2 punti di Pil nel periodo 2024-2041, oltre a una minore crescita del prodotto potenziale. Nel medesimo scenario il rapporto debito/Pil risulterebbe superiore di circa tre punti nel 2031 rispetto allo scenario di base dell’UPB. Il dato dice però qualcosa di diverso dall’idea secondo cui sarebbero gli immigrati a “salvare” le pensioni. Dice che, a parità di tutto il resto, una popolazione attiva più numerosa migliora i conti rispetto a una popolazione attiva meno numerosa. È una relazione aritmetica, non una strategia previdenziale completa. Lo stesso UPB, affrontando la transizione demografica, individua tra i punti centrali l’aumento della partecipazione al lavoro di giovani e donne e la necessità di carriere continuative e ben remunerate, oltre agli interventi sulla natalità e sulla valorizzazione del lavoro.
Il problema assume dimensioni ancora più evidenti guardando alle proiezioni dell’Ocse. Tra il 2023 e il 2060 la popolazione italiana in età lavorativa potrebbe diminuire del 34%; la spesa pensionistica pubblica italiana è già attorno al 16% del Pil, una delle quote più elevate dell’area Ocse. Di fronte a uno squilibrio di questa ampiezza, sostituire progressivamente la popolazione che esce dal mercato del lavoro con nuovi ingressi può rallentare il deterioramento del rapporto numerico tra attivi e pensionati, ma non modifica da solo le variabili dalle quali dipende la sostenibilità del sistema. Ed è qui che il discorso sulle pensioni torna al modello produttivo. Se i nuovi lavoratori vengono inseriti prevalentemente nei segmenti meno remunerativi dell’economia, il loro contributo previdenziale rimane proporzionalmente basso. Se la produttività ristagna, aumentare gli occupati non produce lo stesso aumento del reddito nazionale. Se la popolazione immigrata invecchia, alla contribuzione presente corrispondono progressivamente pensioni e prestazioni future. Per mantenere costante il vantaggio demografico attraverso il solo aumento della popolazione servirebbero quindi nuovi ingressi anche quando gli immigrati delle generazioni precedenti cominceranno a uscire dal mercato del lavoro.
Il conto presentato a metà
Si ritorna così al punto da cui siamo partiti. Il problema previdenziale italiano non nasce semplicemente dalla mancanza di corpi in età lavorativa, ma dalla combinazione tra declino demografico, bassa partecipazione al lavoro, retribuzioni insufficienti e produttività stagnante. L’immigrazione può ampliare temporaneamente la base dei contribuenti, ma utilizzarla come sostituto delle politiche capaci di modificare quelle condizioni significa riprodurre sul terreno pensionistico la stessa economia quantitativa già costruita nel mercato del lavoro. Il numero dei lavoratori conta. Ma, per pagare le pensioni, conta ancora di più quanto lavoro producono, quanto vengono pagati e quanto a lungo riescono a contribuire. È questa parte del conto che la formula «gli immigrati ci pagheranno le pensioni» ha lasciato troppo a lungo fuori dall’inquadratura.
Vincenzo Monti