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L’immigrazione è l’ultimo rifugio degli incapaci: contro l’economia delle braccia

by La Redazione
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Roma, 27 lug – Isaac Asimov, nella Fondazione, faceva dire a Salvor Hardin che «la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci»: la risposta elementare di chi non possiede gli strumenti per governare problemi complessi. La formula descrive sempre meglio anche la politica migratoria italiana. Mancano lavoratori? Immigrazione. Diminuiscono le nascite? Immigrazione. Le pensioni non reggono? Immigrazione. Un settore non riesce più a trovare personale? Ancora immigrazione, la soluzione universale da una classe dirigente incapace di produrne altre.

Il problema, ovviamente, non è qualsiasi ingresso dall’estero. Un Paese può avere interesse ad attrarre ricercatori, tecnici, medici e professionalità realmente necessarie. Il problema nasce quando l’importazione di popolazione diventa una politica industriale sostitutiva: invece di modernizzare l’economia, si amplia continuamente la quantità di lavoro disponibile. Il decreto flussi 2026-2028 prevede l’ingresso di 497.550 cittadini extracomunitari per motivi di lavoro. Quasi mezzo milione di persone programmate non per una fase eccezionale, ma per alimentare strutturalmente agricoltura, turismo, edilizia, logistica, assistenza e altri settori affamati di braccia.

Il prezzo che non deve salire

Quando un’impresa sostiene di non trovare dipendenti, la prima domanda dovrebbe riguardare lo stipendio, gli orari e le condizioni offerte. Invece si presume immediatamente che manchino le persone. Ma la scarsità di lavoro è anche un segnale economico: dovrebbe costringere le aziende ad aumentare le retribuzioni, stabilizzare i contratti, migliorare l’organizzazione e rendere nuovamente appetibili le occupazioni. Il contesto italiano rende questa rimozione ancora più evidente. All’inizio del 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori del 7,5 per cento rispetto all’inizio del 2021, il peggior arretramento tra le principali economie dell’Ocse; un dipendente privato su tre era inoltre coperto da un contratto collettivo scaduto. Parlare soltanto di «carenza di manodopera» significa quindi ignorare una gigantesca crisi del prezzo e della qualità del lavoro. La frase sui «lavori che gli italiani non vogliono più fare» serve a cancellare la parte decisiva: a quelle paghe, con quegli orari e senza prospettive. Importare lavoratori provenienti da economie più povere non elimina il lavoro povero. Gli procura persone più vulnerabili e con minore capacità contrattuale, impedendo al sistema di correggersi.

La scarsità può produrre sviluppo

L’altra grande menzogna consiste nel presentare ogni riduzione della forza lavoro come una catastrofe. Un recente studio dimostra invece che la scarsità relativa di lavoratori giovani può stimolare investimenti, tecnologie capaci di risparmiare lavoro, brevetti, aumento della produttività e spostamento verso settori ad alta intensità tecnologica. Il meccanismo individuato è chiaro: quando le braccia scarseggiano, macchine, capitale e organizzazione diventano più convenienti. È ciò che il modello italiano cerca di evitare con tutte le sue forze. Un campo senza braccianti potrebbe essere l’occasione per meccanizzare; un magazzino privo di facchini per investire nella robotica; una struttura ricettiva senza personale per riorganizzare turni, salari e processi. L’importazione permanente consente invece di conservare attività a bassa intensità di capitale, rinviando la trasformazione. Non sorprende che l’Italia investa in ricerca e sviluppo appena l’1,37 per cento del Pil, contro il 2,22 per cento dell’Unione europea. Nelle piccole imprese la spesa in ricerca è persino diminuita del 2,3 per cento nel 2023, mentre oltre l’80 per cento della ricerca privata dipende ormai da imprese appartenenti a gruppi multinazionali. Importare braccia è più semplice che produrre idee. Ed è proprio per questo che diventa il rifugio degli incapaci.

Un Paese pieno di lavoratori che non lavorano

L’Italia viene descritta come una nazione rimasta senza persone da impiegare. Eppure nel 2025 aveva il tasso di occupazione più basso dell’Unione europea: 67,6 per cento tra i 20 e i 64 anni, contro il 76,1 della media comunitaria. Tra le donne si scendeva al 58 per cento, con un divario occupazionale rispetto agli uomini di 19,1 punti, il più ampio dell’Ue. Nel primo trimestre del 2026 gli inattivi tra i 15 e i 64 anni erano 12 milioni e 551 mila, 320 mila in più rispetto a un anno prima. Prima di importare altra popolazione, un governo serio dovrebbe domandarsi perché milioni di persone già presenti non riescano o non siano incentivate a lavorare. Attivarle, però, costa: richiede asili, trasporti, formazione, abitazioni accessibili, politiche per il Mezzogiorno e salari che consentano di trasferirsi e costruire un’esistenza autonoma. Richiede inoltre di trattenere i giovani qualificati che l’Italia forma a proprie spese e poi consegna alle economie straniere. Importare un adulto disponibile ad accettare meno appare più rapido. Il sistema non valorizza le energie che possiede ma le sostituisce.

La quantità senza la qualità

La composizione dell’immigrazione italiana conferma quale modello si stia alimentando. Secondo la Banca d’Italia, l’81 per cento dei lavoratori immigrati è impiegato con la qualifica di operaio, contro il 49 per cento degli italiani. Soltanto il 3 per cento opera nei servizi ad alta intensità di conoscenza; il 64 per cento ha un contratto a tempo indeterminato, contro l’83 per cento dei nativi. Il divario nel reddito annuale lordo raggiunge il 33 per cento ed è spiegato in larga parte dalla concentrazione degli stranieri in contratti, mansioni e imprese meno remunerativi. Lo stesso studio osserva che, diversamente da quanto avvenuto nei Paesi capaci di attrarre capitale umano qualificato, l’immigrazione verso l’Italia non sembra avere generato effetti positivi sull’innovazione, proprio perché prevalentemente poco qualificata. Non è un giudizio sulle capacità individuali degli immigrati: è una diagnosi del sistema che li seleziona e li utilizza. Il fallimento è nostro. Non importiamo soprattutto gli specialisti necessari a costruire nuove industrie, ma lavoratori destinati a mantenere in funzione quelle vecchie. Confondiamo l’aumento degli occupati con la crescita della produttività e l’espansione quantitativa dell’economia con il suo avanzamento tecnologico.

Il metadone demografico

La crisi demografica è reale. Secondo l’Ocse, tra il 2023 e il 2060 la popolazione italiana in età lavorativa potrebbe diminuire del 34 per cento. Ma nello stesso scenario l’organizzazione avverte che, mantenendo la crescita della produttività registrata tra il 2006 e il 2019 – addirittura negativa, pari al meno 0,31 per cento annuo – il Pil pro capite è destinato a contrarsi. Il vero nodo non è quindi soltanto quanti lavoratori avremo, ma quanto valore ciascuno di essi sarà messo nelle condizioni di produrre. Sostituire contabilmente ogni giovane che non nasce o emigra con un nuovo ingresso non è una politica demografica. È il modo per non affrontare il costo delle case, la precarietà, la crisi dei salari, l’assenza di servizi familiari e la sfiducia che impedisce di avere figli. La natalità richiede vent’anni prima di produrre un lavoratore; un decreto flussi produce numeri nel giro di pochi mesi. La prima pretende visione, il secondo soltanto una firma.

Qui destra datoriale e sinistra dell’accoglienza si incontrano facilmente. La prima domanda lavoratori alle condizioni esistenti; la seconda trasforma i flussi in obbligo morale e organizza intorno alla loro gestione una rete di servizi, associazioni e rappresentanza. Litigano sui confini e sui simboli, ma convergono sul presupposto fondamentale: deve essere la società italiana ad adattarsi all’immigrazione, mai il sistema produttivo ad adattarsi alla scarsità, migliorando salari e tecnologie. Ecco perché l’immigrazione è diventata l’ultimo rifugio degli incapaci. Non una risposta selettiva a necessità precise, ma il sostituto di ogni politica: industriale, salariale, familiare, formativa e territoriale. Una nazione capace investe in ricerca, automazione, istruzione, natalità e dignità del lavoro. Una classe dirigente incapace cerca continuamente nuove braccia perché ha smesso di produrre idee.

Vincenzo Monti

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