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Roma, 10 mar – Dove non poté la politica, poté invece la poesia. O, come scrisse Giuseppe Antonio Borgese, «l’Italia non fu fatta da re o capitani; essa fu la creatura di un poeta: Dante». Questa constatazione è diventata quasi un luogo comune. Spesso utilizzato, per giunta, per dire a noi italiani che, forse non avremo una grande tradizione militare, ma almeno sappiamo allietare come pochi altri le serate di qualche forestiero che si gode il tramonto nella laguna di Venezia o nel golfo di Sorrento. Eppure, al di là dell’abuso che se ne è fatto, il dato rimane: allorché l’Italia era ancora divisa in regni, principati, comuni e signorie, fu Dante Alighieri il vate delle itale genti, il demiurgo del popolo italiano, il fondatore dell’identità nazionale.



Una lingua per tutti gli italiani

Il sommo poeta, com’è noto, non agì su un piano direttamente politico, bensì su un piano artistico, poetico. Anzi, linguistico. Il suo obiettivo, infatti, fu quello di forgiare un «volgare illustre» in grado di fungere da lingua comune per tutte le popolazioni del bel paese là dove ’l sì suona (Inf. XXXIII 80). L’Alighieri era pertanto perfettamente cosciente di fondare un’identità linguistica, prendendo ciò che di meglio e più nobile vi era nei vari dialetti della Penisola. A tale scopo Dante scrisse il trattato De vulgari eloquentia, un’opera che, a dispetto dell’interesse apparentemente apolitico, di implicazioni politiche ne ha invece parecchie: com’è infatti stato notato, nel trattato «la dimostrazione dell’esistenza di un ottimo volgare unitario degl’Italiani, definito coi ragionati epiteti di illustre, cardinale, aulico, curiale, rimonta sì alla constatazione che i doctores illustres qui lingua vulgari poetati sunt in Ytalia, a qualsiasi regione appartenessero, hanno concordemente usato quell’eccellente volgare sovra-municipale e unitario; ma, anche e soprattutto, è ricavata da una serie di ragionamenti deduttivi astratti sul carattere di necessità concettuale ed etico-politica di tale nozione di lingua italiana comune, che “deve” esistere se esistono un’Italia e degl’Italiani con le relative strutture giuridiche e politiche, sia pure potenziali» (P. G. Ricci – P. V. Mengaldo, De vulgari eloquentia, «Enciclopedia Dantesca», Roma 1970).

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Il giardino dell’impero

Certo, sul pensiero politico di Dante, e in particolare sulla prefigurazione di un’Italia unita, si è a lungo discusso. Durante il Risorgimento, ad esempio, si scissero due schieramenti: da una parte chi – come Foscolo e molti altri – riteneva che l’Alighieri fosse un precursore dell’Unità, e dall’altra chi – come Balbo, Ferrari, Manzoni ecc. – accusava il poeta di voler consegnare la Penisola nelle mani del despota tedesco che risiedeva ad Aquisgrana. Si tratta, in entrambi i casi, di posizioni unilaterali, se non proprio anacronistiche, le quali furono senz’altro influenzate dalla temperie politica dell’Ottocento. Il punto è questo: Dante, che credeva in un’unità storico-culturale italiana – determinata dalla lingua e dagli antichi fasti romano-italici – e credeva altresì in un’unità geografica della nazione (dalla Sicilia alle Alpi fino a Pola presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna), non credette però mai in un’unità squisitamente politica dell’Italia, soprattutto se con ciò intendiamo la visione di un futuro Stato italiano (una «curia» italica, per usare il gergo dantesco). Per lui il potere supremo rimase sempre l’impero, che ai suoi tempi era ancora vivo e presente. Il suo ideale, insomma, rimase sempre la monarchia universale.

Ma che cosa sarebbe stato un impero senza Italia? Ben misera cosa, secondo l’Alighieri: l’Italia, infatti, era pur sempre ’l giardin de l’mperio (Purg. VI 105) e l’imperatore era tale in quanto imperator Romanorum, non certo in quanto tedesco. In sostanza, senza Roma e l’Italia non poteva esservi impero. Perlomeno non un impero per cui valesse la pena combattere e morire. Come scrisse Giovanni Gentile, «Dante col suo concetto di un monarca unico pensa al mondo, ma guarda a Roma, all’Italia, che ne continua la storia; e dal riordinamento dell’Italia, dal ridestarsi di quella provvidenziale possanza dell’Aquila romana, che dal Campidoglio deve spiccare il suo volo pel mondo, attende la pace universale, un mondo spogliato dalla cupidigia e composto nell’ordine della giustizia. Sacra la missione dell’impero, sacra la missione dell’Italia romana. Chi dice impero, dice infatti Roma» (G. Gentile, La profezia di Dante [1918], in Studi su Dante, a cura di V. A. Bellezza, Firenze 1965, p. 156).

Per comprendere tutto questo, è necessario avere un minimo di familiarità con le dinamiche del pensiero politico medievale, in cui Dante, in quanto «figlio del suo tempo», era ovviamente immerso. Secondo il sommo poeta, infatti, tra l’impero di Augusto e quello di Alberto di Asburgo (Purg. VI 97-98: o Alberto tedesco ch’abbandoni costei [l’Italia] ch’è fatta indomita e selvaggia) non vi era alcuna soluzione di continuità. E pertanto l’immortalità e la giustizia dell’impero romano dovevano essere sempre salvaguardate, sia contro i dispotismi locali sia contro il potere temporale dei papi (Inf. XIX 115-117: ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre!). La sovranità indiscussa dell’impero, però, per Dante non significava affatto la negazione delle autonomie dei comuni italiani (presso i cui signori, peraltro, l’Alighieri aveva trovato provvido rifugio negli anni dell’esilio, non sognandosi certo di metterne in discussione la sovranità). Il discorso, insomma, è più complicato di quanto non lascino intendere le opposte tifoserie filo-italiane o filo-tedesche.

Dante tra Italia e impero

In proposito, rimane ancora attuale – a circa un secolo di distanza – la lezione del dantista Arrigo Solmi: «Ma se l’Alighieri non pensò, e non poteva pensare, all’Italia unita in un solo Stato, sotto un solo governo, come fu sognata dai pensatori e dai poeti del nostro Risorgimento e come la conosciamo oggi, egli fu primo veramente a fissare i segni della nazione italiana, e la vide netta nei suoi confini tra le Alpi e il mare; […] la vide con l’unità organica del suo linguaggio letterario, emergente dalle varietà dei dialetti regionali; la sentì unita nei vincoli saldi della sua antica civiltà creata da Roma, nei costumi e nelle leggi». Infatti, «l’Italia è per Dante non soltanto una entità geografica nettamente determinata, non soltanto, com’egli dice nobilissima regio Europe, ma, di più, una entità storica e civile non meno precisa e differenziata». E ancora: «Nell’Impero era dunque, per Dante, non soltanto la salvezza civile dell’Italia, allora trascinata tra le lotte incessanti delle città e delle fazioni, ma anche la ragione dell’unità politica della penisola, ch’egli considerò come un retaggio di Roma, affidato al grande istituto di diritto italico, all’Impero, e che si manifestava nell’unità del linguaggio e della civiltà, dei costumi e del diritto. Dante non aveva pensato ad un unico governo per l’Italia, poiché volle rispettati tutti i governi e tutte le libertà, nel vincolo unitario dell’Impero; ma egli fu nel medio evo assertore solenne della nazionalità italiana, poiché, quando appena si profilava presso gli altri popoli civili l’idea di una coscienza nazionale, questa si esprimeva nella voce possente dell’Alighieri come una matura creazione del diritto italiano» (A. Solmi, Il pensiero politico di Dante, Firenze 1922, pp. 216-218).

La profezia di Dante

Tuttavia, allorché Dante era in vita, non venne mai il veltro che di quella umile Italia fia salute per cui morì la vergine Cammilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute (Inf. I 106-108). Soprattutto se in questa figura allegorica è da riconoscersi Enrico VII (Par. XXX 137-138: l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia verrà in prima ch’ella sia disposta) o comunque qualche altro sovrano tedesco. Finché visse, infatti, Dante non si avvide mai che l’impero di allora non era più quello sognato da Ottone III e da Federico II, ossia quell’impero universale che doveva avere proprio a Roma (e in Italia) il suo centro irradiatore di civiltà e giustizia. Con il fallimento della dinastia sveva degli Hohenstaufen, gli imperatori tedeschi avevano ormai di fatto abbandonato la Penisola al suo destino. Che poi era appunto quello della serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello (Purg. VI 76-78). Insomma, come Virgilio e gli altri spiriti magni del suo limbo, anche Dante si ritrovò tra color che son sospesi. Sospesi tra un mondo che tramontava (l’impero universale) e uno nuovo che stava sorgendo (gli Stati nazionali). Eppure, come disse sempre Gentile, nella parola di Dante «si celano molti secoli della storia futura d’Italia» (I profeti del risorgimento italiano, Firenze 19443, p. 166). Il seme era stato gettato. Saranno altri a raccoglierne il frutto.

L’Italia di Petrarca

Anche Francesco Petrarca visse nel medesimo contesto storico di Dante, condividendone in larga parte gli ideali politici. Ma il poeta laureato è già un uomo dei tempi nuovi. Per lui, esattamente come per l’Alighieri, la stella polare è e rimane Roma, di cui il Petrarca riscoprì tutta la potenza anche attraverso la sua febbrile attività filologica. Così si spiega, ad esempio, il suo entusiasmo per Cola di Rienzo, il «tribuno del popolo» che tentò di riportare la Città eterna agli antichi fasti creando una confederazione di tutti gli Stati italiani sotto il suo alto patronato. E appunto, per Dante e ancor più per Petrarca, Roma significa Italia. Lo si capisce già leggendo l’Africa, il poema che l’Aretino considerò sempre il suo capolavoro letterario: Et michi conspicuum meritis belloque tremendum, Musa, virum referes, Italis cui fracta sub armis nobilis eternum prius attulit Africa nomen. Così, infatti, esordisce il poema epico che racconta della Seconda guerra punica e della vittoria di Scipione contro Annibale: Anche a me narra, o Musa, dell’uomo per meriti illustre e in guerra terribile, cui la nobile Africa, franta dalle armi d’Italia, diede per prima un eterno nome. Come si può vedere, sono le itale armi, non le romane, a piegare i Cartaginesi. Il che non è solo corretto da un punto di vista storico – nel III sec. a.C. ad affrontare l’armata annibalica fu infatti un esercito integralmente romano-italico – ma testimonia anche quale fosse l’intenzione politica del Petrarca.

In effetti, una persistente vulgata moderna vuole che il poeta fosse un «cosmopolita». Ma si tratta, appunto, di un falso storico. È vero che Petrarca non si sentiva particolarmente vincolato a Firenze (patria dei genitori) né ad Arezzo (sua terra natia). E ciò lo prova anche la scelta del poeta di accettare l’invito di Giovanni Visconti, signore di Milano, la quale scatenò le ire di Boccaccio e degli altri amici fiorentini. Ma la «nuova» patria di Petrarca – non più identificabile in un comune – non è affatto il mondo (concetto peraltro assai vago e sfuggente), bensì appunto l’Italia. Italia che Petrarca, nel suo continuo girovagare, avrà occasione di conoscere molto meglio di tanti altri suoi contemporanei. Il poeta, insomma, aveva pochi dubbi: è l’Italia la sua patria, l’Italia mia e il dilecto almo paese (Canzoniere, CXXVIII 1, 9). Non è questo – si chiede del resto Petrarca – ’l terren ch’i’ toccai pria? Non è questo il mio nido ove nudrito fui sì dolcemente? Non è questa la patria in ch’io mi fido, madre benigna et pia, che copre l’un et l’altro mio parente? (ivi, 81-86).

L’antico valore degli italiani

Così come per Dante, inoltre, anche per Petrarca l’Italia versa in uno stato critico e desolante: afflitto dalle piaghe mortali che nel bel corpo tuo sì spesse veggio (ivi, 2-3), il Belpaese è flagellato dalle continue lotte tra fazioni, che spesso fanno incauto uso di truppe mercenarie (le tante pellegrine spade), in particolare tedesche. Di qui lo sdegno del poeta contro il barbarico sangue, la tedesca rabbia e il bavarico inganno. Uno sdegno reso ancor più acuto dal fatto che questo popol senza legge è lo stesso a cui Gaio Maio e Giulio Cesare avevano inflitto in passato pesanti sconfitte. Insomma, a differenza di Dante, Petrarca intuì – anche se forse non del tutto consciamente – la fine dell’impero universale, percependo quindi l’opportunità di un’unità italiana. Di qui la sua richiesta di pace pace pace – che qualche truffatore ha tentato di contrabbandare per «pacifismo» – rivolta a tutti i signori italiani, ossia i più nobili rappresentanti del Latin sangue gentile (al tempo il termine «latino» era sinonimo di «italiano»). Una pace che – in quel contesto – significava porre termine alle inutili e aspre contese che non facevano altro che indebolire l’Italia tutta, lasciandola alla mercé degli invasori stranieri. Di qui, infine, quella possente profezia che non mancherà di ispirare decine e decine di generazioni di patrioti: vertù contra furore prenderà l’arme, et fia ’l combatter corto: ché l’antiquo valore ne gli italici cor’ non è anchor morto.

Valerio Benedetti

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